Alcuni mesi fa, più precisamente il 22 settembre 2021, la Oms ha aggiornato le linee guida sulla qualità dell’aria, che risalivano al 2005. Il valore soglia per la tutela della salute attribuito alle polveri sottili PM 2.5 è stato dimezzato, passando da una media/anno di 10 a 5 microgrammi/metrocubo, mentre quello delle PM 10 ridotto di un terzo, da 20 a 15 microgrammi/metrocubo. Questo significa che nel mondo la popolazione a rischio, perché sopra soglia, è passata rispettivamente dal 4% al 97% e dal 15% all’81%, di fatto globalizzandosi. Nel mondo sono circa 7 milioni le morti attribuibili all’intero inquinamento atmosferico.

Limitandoci alle sole PM 2.5, un buon tracciante dell’inquinamento atmosferico totale, le morti premature/anno attribuite a quest’ultime e calcolate per l’Europa (UE-27) sono oltre 300 mila, di cui circa 60 mila per la sola Italia.

La situazione non è infatti uguale per tutti. Con qualche eccezione, l’andamento crescente tra la fascia più bassa di valori del nord-Europa, quella intermedia dell’Europa centrale (est escluso) e quella del nord-Italia è di tipo geometrico: 5-10-20 microgrammi/metrocubo/anno. In posizione intermedia, tra 10 e 20, la maggior parte delle altre città italiane. I valori imposti dalla direttiva europea per le sole PM 10 rimangono tuttavia fermi ai 40 microgrammi/metrocubo/anno che di fatto, ahinoi, sono quelli utilizzati a livello amministrativo locale per costruire le valutazioni d’impatto ambientale d’importanti impianti e opere, sia di natura pubblica che privata, i cui conti si riescono così quasi sempre a far tornare. E ciò accade per lo più nell’assordante silenzio delle istituzioni sanitarie locali confinate in ruoli pilateschi, nonostante le apprezzabili linee d’indirizzo per l’Urban Health approvate dalla Conferenza Stato-Regioni, proprio il 22 settembre 2021, prevedano esattamente l’opposto per la sanità territoriale, sia in termini culturali che di priorità. Oltre a questa rete a maglie lasche, si aggiunge la concessione dei 35 superi/anno del tetto di 50 microgrammi/metrocubo che sotto il profilo sanitario significano poco o nulla, ma che vengono utilizzati in molte graduatorie per attribuire giornalisticamente la maglia rosa o la maglia nera delle città sane. Nonostante questo gap tra soglie amministrative e soglie scientifiche, l’Italia è stata a più riprese sanzionata dalla Corte di Giustizia Europea, anche molto recentemente, per non aver rispettato in numerose situazioni neppure i più ampi limiti di tipo amministrativo.

L’inquinamento urbano da polveri è storia vecchia, se pensiamo che il termine smog deriva dalla crasi delle parole fog (nebbia) e smoke (fumo), il famoso “fumo di Londra” che nel 1952, per la concomitanza di condizioni avverse, inflisse alla città 12 mila morti e 100 mila casi di malattie croniche, ma che pochi anni dopo (1955) contribuì alla promulgazione della legge “aria pulita” (Clear Act) anticipatrice di molti provvedimenti di prevenzione primaria della salute, consistenti in importanti misure tecniche, quali la desolforazione dei combustibili fossili e l’abbattimento delle emissioni inquinanti in atmosfera. E in effetti, intorno a questi anni, gli studi epidemiologici “descrittivi” evidenziarono l’incremento della mortalità generale, con particolare riferimento all’apparto respiratorio e cardio-circolatorio, riferibile all’inquinamento atmosferico. Ad anni molto più recenti sono invece databili gli studi di epidemiologia “analitica” che sono stati in grado di cogliere il fenomeno della cosiddetta “dose-risposta”, cioè la “prova del nove” della dimostrazione scientifica del nesso di causa, per cui, ad ogni scalino incrementale di 10 microgrammi/metrocubo/anno di PM 10, corrisponde una maggior frequenza di mortalità generale, patologie respiratorie, cardiocircolatorie, metaboliche, neurologiche e tumori polmonari compresa tra il 5 ed il 15 percento.

Ma come fanno ad essere coinvolti così tanti organi ed apparati a tal punto da configurare gli effetti dell’inquinamento da PM sulla salute come una sorta di “malattia sistemica”?

Attraverso le vie respiratorie le PM non arrivano solo ai polmoni, perché con gli scambi respiratori raggiungono il sangue e quindi tutti i distretti dell’organismo dove, per effetto di particolari processi di attivazione infiammatoria, alterano l’attività elettrica del cuore, la coagulazione del sangue con formazione di trombi che concorrono entrambi al rischio d’infarto, l’entrata del glucosio nelle cellule favorendo quindi il diabete e le sue complicanze connesse. Attraverso la via olfattiva, il nostro più breve collegamento tra sistema nervoso centrale e mondo esterno, le PM raggiugono il cervello concorrendo all’insorgenza di alterazioni cognitive e comportamentali, anche nel bambino, notoriamente più sensibile agli insulti ambientali in quanto organismo in accrescimento. Si tratta di un meccanismo d’azione che muove da un potere infiammatorio esercitato su tanti diversi tessuti biologici, proprio analogamente al virus Covid-19 per cui si spiegano bene gli effetti di potenziamento reciproco dei danni.

Un recentissimo studio epidemiologico pubblicato su The Lancet Planetary Health (2021) che ha coinvolto 28 milioni di persone di 7 Paesi europei identificate anagraficamente ad una certa data (coorte trasversale) e seguite per anni nel tempo (follow up) come mortalità generale e cause specifiche di morte, oltre a confermare quanto sopra ma a parità di altri fattori di rischio concorrenti, quali fumo di tabacco, alimentazione scorretta e condizione socio-economica svantaggiata, ha evidenziato come anche sotto la soglia dei 5 microgrammi/metrocubo/anno di PM 2.5 siano evidenziabili effetti sanitari negativi. Questo perché la curva del danno cala sì parallelamente a quella dell’esposizione a PM tendendo a zero, ma senza mai raggiungerlo (asintoto matematico). E’ la proprietà tipica delle sostanze cancerogene.

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