Millesettecento euro, se va bene. Ma più spesso molto meno, come per chi lavora nei Comuni, per chi è impiegato all’ufficio per il processo, per chi è assunto all’Inail o per chi, addirittura, è ingegnere. Il caro-affitti delle grandi città (Milano, Roma, Bologna, per citarne alcune) e, più in generale, nei centri del Nord Italia, unito ai salari non congrui rispetto al costo della vita, sta spingendo molte persone, che hanno vinto i recenti concorsi pubblici voluti dal ministro Renato Brunetta, a rifiutare il posto. Ecco alcune delle testimonianze che avete voluto raccontare a ilfattoquotidiano.it. Aspettiamo altre vostre storie, inviatele a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

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“Ingegnera, ho rifiutato il posto a Roma” – Buongiorno, ho vinto due concorsi: uno da diplomata nella mia Regione e uno da funzionario tecnico, nel ruolo di ingegnere, al ministero per la Transizione ecologica. Ora sono risultata idonea anche al concorso per funzionari amministrativi e sono stata convocata. Ho già rifiutato il posto al Mite per motivi economici. Mi sarei dovuta trasferire a Roma, dove con lo stipendio che mi proponevano non sarei riuscita a vivere. Per questo motivo, credo che dovrò rifiutare anche il posto da funzionario. Al momento lavoro in un ente pubblico in Campania, svolgo un lavoro da diplomata, ancorché sia laureata. Sto vicino alla famiglia anche perché mio padre è malato. Trovo profondamente ingiusto, dopo una vita di impegno e sacrifici, dovermi ritrovare di fronte a una scelta così sofferta, quando tutto sarebbe conciliabile rendendo possibile in maniera estesa lo smart working. È evidente che l’Italia sia un Paese per 70enni che si ostinano a non andare in pensione.

Lettera firmata

“Lavoro a sud di Milano, faccio la vita da pezzente” – Buongiorno redazione, mi chiamo F. e vi voglio raccontare la mia storia. Ho 46 anni, sono siciliano e da quattro vivo in Lombardia dove lavoro a tempo indeterminato per una pubblica amministrazione. Ho “speso” una vita a lavorare nel settore alberghiero in giro per il mondo ma da quando tra il 2008-2009 è iniziata la recessione, ho capito che dovevo cambiare lavoro trovarmi un “posto fisso” per garantire a me e alla mia famiglia una stabilità economica. Dopo mesi di studio partecipai a un concorso pubblico (il primo) e dopo aver superato tutte le prove, fui assunto. All’inizio ero molto felice per il fatto di averlo vinto, ma ben presto mi scontrai con la triste realtà economica a cui mi dovetti immediatamente abituare.

Lavoro in comune a sud di Milano, dove guadagno 1600 euro, vivo da solo, in un monolocale fatiscente che pago 500 euro al mese (e già mi ritengo fortunato rispetto ad altri colleghi), tolte tutte le spese, e i soldi che mando a casa, visto che la mia famiglia non può raggiungermi, riesco a mettere da parte circa 200 euro. Ditemi se questa è vita! Neanche posso fare richiesta per l’assegnazione di una casa popolare perché il reddito percepito è superiore a quello richiesto nei bandi. Guadagno 1600 euro e faccio la vita da pezzente, non mi posso permettere neanche una pizza ogni tanto, però ho il posto fisso. Potessi tornare indietro non rifarei il concorso, potessi tornare indietro andrei all’estero. Vivo in Lombardia e riesco a vedere la mia famiglia (ho un figlio di sei anni) circa tre volte l’anno perché devo fare i conti anche con le spese dei biglietti aerei. I giovani disertano i concorsi? Fanno bene.

F.M.
A Roma si è poveri con 1700 euro di stipendio – Salve ilFattoQuotidiano.it, ecco la mia storia. Sono la mamma di Francesca che ha quattro mesi e quasi moglie di Giulio. Sono laureata in Giurisprudenza indirizzo internazionale con 110/110 alla Lumsa di Roma, poi specializzata nelle professioni legali con 66/70 alla Sapienza. Sono avvocata da novembre 2021 ma non iscritta all’albo. Attualmente sono dipendente della Procura Generale di Campobasso, ex tirocinante della Procura della Repubblica di Isernia, ex tirocinante dell’Ambasciata d’Italia in Canada, ex studentessa Erasmus a Malmö in Svezia. Sono vincitrice di due concorsi pubblici come funzionario amministrativo. Sono rinunciataria di uno dei due concorsi pubblici, il più prestigioso, presso il ministero delle Infrastrutture perché sono relativamente povera. Sono relativamente povera perché con uno stipendio di 1700 euro non potrei vivere a Roma e lavorare. Perché non vale la pena viaggiare tutti i giorni e stare lontana da mia figlia, affrontare tutte le spese conseguenti per essere una lavoratrice stanca e una mamma disperata.
Ho implorato il ministero di aiutarmi, concedendomi la possibilità di lavoro da remoto perché ho una neonata e una famiglia che non posso lasciare e perché il futuro stipendio non mi permetterebbe di vivere a Roma. Sono stata ignorata e ho dovuto rinunciare. Proprio domani sarei dovuta andare a Roma a firmare il contratto individuale di lavoro. Domani invece mi sveglierò, allatterò la mia bambina e aspetterò la chiamata al Comune a dieci chilometri da casa, in quanto ho vinto un concorso anche lì, sempre da funzionario per l’attuazione del Pnrr. La retribuzione è inferiore ma sono vicina casa e posso gestire tutto, anche con l’aiuto dei nonni. Racconto la mia storia perché non è giusto che io abbia dovuto rinunciare a un lavoro prestigioso perché gli stipendi non sono adattati al costo della vita e perché non c’è la tutela della maternità e della famiglia. Ogni volta che sento un politico dire che i giovani non vogliono lavorare ho dei moti di rabbia perché la mia storia, come quella di moltissimi altri giovani, è una storia di sacrifici e rinunce.
N.R.
Affitti insostenibili anche a Bologna – Buongiorno, sono vincitrice di concorso presso la Regione Emilia-Romagna, idonea in diversi altri concorsi (FormezPa, comune di Roma, funzionario ministeriale, comune siciliano, Regione Sicilia). Lavoro pure per Anpal servizi s.p.a. Sono avvocata abilitata. Ho il diploma della scuola di specializzazione per le professioni forensi, diploma post laurea. Sto cercando una sistemazione a Bologna. Ecco, e arrivo al punto: non si trova nulla e quello che si trova pare che sia una presa in giro. Per un monolocale a me hanno chiesto 2000 euro al mese (ci sono gli screenshot che lo certificano, ndr). Per un monolocale in un campus per gli studenti mi hanno chiesto 800 euro. Per uno a 40 chilometri da Bologna, 700 euro. Con un stipendio di 1400 euro è impossibile coprire queste spese a cui si dovrebbero aggiungere utenze, condomino, spazzatura, trasporti pubblici, vitto, ricarica telefonica al mese, internet.
Lettera firmata
“A 37 anni, a Milano, con 1500 euro devo vivere con tre sconosciute” – Salve, in riferimento al vostro recente articolo “Dipendi pubblici, fuga dei giovani dal posto fisso”, vi racconto la mia esperienza. Ho 37 anni, quindi non più giovanissima, sono una assistente sociale siciliana originaria di Marsala. Ho lavorato in provincia di Trapani a intermittenza dal 2009 fino al 2018, tramite cooperative sociali. Il problema in Sicilia non è solo che il lavoro non c’è, ma quando c’è non è nemmeno retribuito. Ho avuto difficoltà a percepire regolarmente lo stipendio dagli anni 2014 a 2018.

Così a fine anno 2018 sono partita per lavorare a Monza, dove ho vissuto fino al 2021 percependo uno stipendio di 1500 euro al mese. Riuscivo a malapena a rientrare nelle spese avendo affittato un monolocale. Dal 2022 ho accetto un incarico triennale a Milano presso un’azienda sanitaria territoriale, sempre alle stesse condizioni economiche. Mi ritrovo ora ad abitare in una casa in condivisione con altre tre ragazze 30enni lavoratrici. Ho potuto constatare quanto discrepanza ci sia tra stipendio percepito e qualità della vita. Colleghe più fortunate in Sicilia, e con più santi in paradiso, sicuramente con 1500 euro mensili conducono una vita più serena. Pur tuttavia non ho intenzione di mollare il mio lavoro e tornare in Sicilia, perché significherebbe rinunciare al mio futuro, al mio valore e alla mia dignità da professionista. Ciò malgrado capisco chi rinuncia dando le dimissioni.
Cordiali saluti.

A.R.

Vivere senza fare ferie, la storia dal Veneto – Buongiorno, sono nativo del Sud Italia e nel 2005 lasciai la mia terra perché lì il lavoro era un miraggio. Dopo tanti concorsi vinsi un posto come vigile in un comune del Veneto. Lo stipendio era basso, 1250 euro, ma non potevo fare altro, vivevo in una stanza e mi muovevo con una bici vecchia, i miei genitori mi aiutavano perché molti mesi non avevo soldi. Adesso, con il costo della vita alle stelle, l‘inflazione galoppante e con gli stipendi sempre più bassi è ancora peggio vivere e non diventare un lavoratore povero. Per cinque anni sono stato in una stanza con altre persone. Oggi,convivo e con due stipendi possiamo pagare, più o meno, un affitto e vivere senza fare ferie perché non si arriva a fine mese: la mia compagna percepisce 1300 euro al mese lavorando in ditta. Tra affitto, spese casa, e tutto il resto mi restano ogni mese circa 300 euro, quando mi va bene.
Maurizio
Il ministero dei Trasporti non riesce a coprire i posti – Buongiorno, vi parlo della mia esperienza al Mims, ministero per il quale sono appena stata assunta. Con la prima assegnazione dei vincitori, su 210 posti messi a bando ne sono rimasti vacanti 77. Questo ministero è stata l’ultima scelta di molti sia perché fino a maggio c’era l’indennità ministeriale più bassa di tutte, sia perché non hanno comunicato con precisione quali fossero le sedi territoriali distaccate, limitandosi a dire che c’erano circa 100 posti a Roma e gli altri erano “in tutta Italia”. Non avendo avuto assegnazioni sufficienti a colmare i posti messi a bando, sul sito del ministero viene pubblicato, a febbraio, un avviso in cui ci comunicano che il ministero procederà con le assunzioni solo quando Ripam gli comunicherà gli ulteriori 77 nominativi, attingendo alla graduatoria. Viene effettuato un mini scorrimento, ma i posti, ancora una volta, non vengono colmati. Arriviamo a 182 persone assegnate al Mims. E non si sa per quale motivo 182 è stato ritenuto un numero congruo a differenza di 133, il comunicato era chiarissimo sul fatto che intendevano colmare tutti i 210 posti, e invece… Veniamo convocati per la firma del contratto a fine marzo e contestualmente ci vengono comunicate, finalmente, le sedi territoriali. Non ricordo la data con esattezza, ma era un lunedì: il venerdì precedente ci viene comunicato che la convocazione era annullata, “per inderogabili esigenze organizzative”, con buona pace dei soldi spesi per biglietti aerei e b&b. Ai colleghi che sono riusciti a parlare con l’ufficio del personale viene detto che il motivo è l’inagibilità dell’aula dove avremmo dovuto firmare. Fa pure ridere, a pensarci, che il ministero delle Infrastrutture non abbia strutture adatte dove poter ospitare 50 persone (eravamo divisi in due giornate, in turni di mattina e pomeriggio).
A.
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