Le retribuzioni italiane restano sotto la media dell’Eurozona e si allarga il divario con altri grandi Paesi. Stando a un rapporto della Fondazione Di Vittorio della Cgil, nel 2021 il salario lordo annuale medio ha recuperato terreno rispetto al 2020 segnato dal lockdown, passando da 27.900 euro a 29.400, ma rimane sotto i livelli pre pandemia (-0,6%) nonostante il balzo del Pil. La media dell’Eurozona si attesta a 37.400 euro lordi annui (+2,4%), in Francia supera i 40.100 euro, in Germania i 44.500. I salari medi italiani sono dunque più bassi di 10.700 euro rispetto alla Francia e 15mila rispetto alla Germania. I dati però, va sottolineato, sono ben più alti rispetto a quelli che emergono dalle dichiarazioni dei redditi e anche dagli open data dell’Inps sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti: 21mila euro medi nel 2020, che scendono a meno di 15mila per gli under 30. La Fondazione spiega che sono ottenuti “moltiplicando il rapporto tra massa salariale e occupati interni per il rapporto tra la media delle ore settimanali abituali per i dipendenti a tempo pieno e la media delle ore settimanali abituali per tutti i dipendenti”.

Sono inoltre ben 5,2 milioni i lavoratori dipendenti (26,7%) che nella dichiarazione dei redditi del 2021 denunciano meno di 10mila euro annui, sottolinea il presidente della Fondazione Fulvio Fammoni, commentando il rapporto. “Quando in Europa salari e occupazione diminuiscono, in Italia calano di più, quando invece aumentano in Italia crescono meno. Se nessun dipendente ricevesse un salario annuo inferiore a 10mila euro lordi si otterrebbe immediatamente un recupero significativo rispetto alle medie salariali di altri Paesi”.

Ad incidere sulla stagnazione dei salari reali che affligge l’Italia da decenni, ricorda l’economista Nicolò Giangrande che firma il rapporto, è anche la composizione della forza lavoro occupata che risulta essere meno qualificata e più precaria. La percentuale relativa alle professioni non qualificate è pari al 13%, superiore alla quota registrata in Germania, Francia ed Eurozona. Inoltre, nel 2021 i dipendenti a termine hanno raggiunto il 16,6% (e sono in aumento anche nel 2022) e la percentuale di occupati in part-time involontario, ovvero non per scelta, si è attestata al 62,8% degli occupati a tempo parziale, un livello superiore rispetto agli altri Paesi europei e alla media dell’Eurozona.

“La piaga dei bassi salari può essere sconfitta solo attraverso il lavoro di qualità che vuol dire innanzitutto combattere il lavoro precario, purtroppo da anni in costante crescita con il record dei contratti a tempo determinato”, afferma la segretaria confederale della Cgil, Francesca Re David. “Significa inoltre contrastare il part-time involontario, che fra l’altro in alcuni settori prevede un numero bassissimo di ore. Occorre poi – prosegue – rinnovare i contratti collettivi nazionali e recepire la direttiva europea sul salario minimo da definire (questa è la posizione del sindacato ndr) attraverso il trattamento economico complessivo dei Ccnl firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative“. Infine, conclude Re David rimarcando la posizione del sindacato, “è fondamentale una legislazione che sostenga la contrattazione”.

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