Negli ultimi nove mesi, a causa di una “riorganizzazione temporanea” avvenuta nella mia famiglia, ho avuto modo di confrontare da vicino il sistema scolastico australiano e quello italiano, esperienza che mi ha aiutato a capire non solo i pregi e difetti di entrambi, ma anche le potenziali opportunità di miglioramento di tali sistemi qualora esistesse maggior disponibilità ad incorporare le buone pratiche provenienti da altri paesi.

Mio figlio tredicenne a settembre del 2021 ci ha chiesto di passare un anno di studio in Italia, per godersi la compagnia dei nonni che non vedeva da prima della pandemia ed al contempo migliorare il proprio livello di italiano (ci siamo trasferiti a Melbourne quando aveva cinque anni e pertanto non ha ricevuto nessun tipo di educazione scolastica in Italia). Mia figlia diciassettenne invece sta frequentando l’ultimo anno di scuola secondaria a Melbourne, trovandosi al crocevia decisivo per capire non solo che Università e facoltà vorrebbe frequentare, ma anche a quali di queste potrà avere accesso in base al risultato dell’esame di maturità.

Quando mio figlio ha cominciato la scuola in Italia, mi ha confermato ciò che tutti noi genitori europei espatriati in Australia sospettiamo: che la scuola locale, per determinate materie più tradizionali e classiche, è spesso un anno indietro rispetto al programma seguito in Europa. Ciò si deve ad una combinazione di fattori: orari scolastici più brevi; un focus maggiore su materie/attività “non convenzionali” quali – ad esempio – giardinaggio e cucina; un programma di alcune discipline ridotto sia da un punto di vista temporale che spaziale (storia e geografia, per citarne un paio, dove ci si focalizza quasi esclusivamente su Oceania e Asia e solo per il periodo di tempo successivo alla scoperta dell’Australia nel 17esimo secolo); una maggiore attenzione alle discipline fisiche ed all’attività sportiva in generale, a discapito di ore passate sui banchi. Sintetizzando ed estremizzando: meno Platone e Napoleone e più cricket ed ortocultura.

Nei circoli europei di Melbourne questo è sovente un argomento di accaldate discussioni: mentre alcuni ritengono che il sistema europeo sia di assoluta eccellenza, fornendo agli studenti una cultura di base complessiva ed olistica, altri lodano invece il sistema australiano, meno basato sul nozionismo teorico e più interessato a fornire agli studenti skills trasversali (incluse le soft skills) che saranno alquanto utili per il loro sviluppo professionale.

A mio parere la vera discriminante è che la scuola europea si concentra principalmente sul formare persone intellettualmente attive e curiose, prima ancora che futuri “lavoratori”, mentre il sistema australiano si concentra su una serie di capacità che siano strumentali allo sviluppo di carriera oppure utili per “cavarsela da soli” in vari contesti. La quantità di australiani che ristrutturano case o riparano macchine autonomamente è assolutamente sorprendente, e deriva da questo mix di skills – più da formazione professionale che da scuola – che vengono impartite sin dal primo anno. Per non parlare dell’attività sportiva praticata in maniera quasi ossessiva da molte persone, retaggio di ore e ore passate a giocare ad ogni tipo di sport in ambito scolastico, anche grazie ad infrastrutture di primo livello e spazi che, nella maggior parte dei casi, in Italia non esistono.

Vi è poi l’altro lato della medaglia: gli studenti australiani, che durante tutta la scuola primaria e parte della scuola secondaria studiano certamente meno dei nostri, negli ultimi 2-3 anni prima della maturità cambiano decisamente marcia e passano ore e ore sui libri per preparare l’esame finale. Nella seconda metà della scuola secondaria, gli studenti selezionano le materie (generalmente da 4 a 7) che presenteranno alla maturità e si concentrano solo ed esclusivamente su quelle materie. Ad esempio, se uno studente decide di portare storia e non geografia, negli ultimi tre anni di scuola abbandonerà completamente lo studio della geografia, così come di tutte le altre materie non selezionate.

Risultato? Da una parte ovviamente vi è una preparazione complessiva di base spesso zoppicante, a causa dell’abbandono di alcune materie; dall’altra, però, si nota un approfondimento della materie selezionate di assoluto livello. Questo meccanismo si basa un importantissimo driver che guida tutto il sistema: il voto di maturità come determinante delle facoltà ed Università cui lo studente potrà accedere. Tutte le facoltà ed Università hanno infatti uno score minimo richiesto per poter accedere (che dipendono dalla qualità e reputazione delle stesse e quindi dal loro grado di appetibilità), e pertanto gli studenti che ambiscono alle facoltà ed Università più prestigiose hanno un incentivo fortissimo a passare ore ed ore sui libri per prepararsi al meglio per l’esame ed ottenere il diritto di scegliere il percorso di studi che desiderano nelle migliori Università del paese.

Diamo un’occhiata ai numeri: secondo il QS World University Rankings, l’Australia (paese piccolo e con una tradizione accademica assai giovane, per ovvie ragioni storiche) vanta sei Università tra le prime 60 del mondo, mentre la prima Università Italiana (il Politecnico di Milano) è al 142esimo posto. Certo, queste classifiche non vanno prese come oro colato in quanto alcuni elementi che fanno parte dei criteri di valutazione dipendono anche dalla condizione economica del paese e dalla situazione del mercato del lavoro locale. Ma certo fa sensazione pensare che un paese altamente accademico come l’Italia sia così indietro (e lo stesso dicasi di Spagna, Portogallo e – seppur in forma attenuata – Francia) rispetto ad un paese dove il sistema educativo di base è notoriamente più rilassato.

Che lezioni trarre? Noi europei possiamo essere molto fieri del nostro approccio olistico ed il nostro profondo amore per la cultura generale. Elemento che chi vive all’estero sperimenta quando si trova in riunioni e chiacchierate collettive, dove sovente si nota come gli europei abbiano una preparazione “orizzontale” e multidisciplinare migliore dei cittadini di altri paesi. Purtroppo a noi manca quello scalino finale – che qui in Australia si materializza negli ultimi anni di scuola secondaria e che permane come un’onda lunga durante l’Università – di considerare l’educazione come un settore altamente competitivo, dove il focus è quasi esclusivamente sul concetto di employability e l’accesso all’eccellenza accademica è permesso solo a chi ottiene risultati di elevato livello all’esame di maturità e dove.

Sono due approcci quasi agli antipodi e, pur riconoscendo la legittimità di entrambi, sarebbe auspicabile che la scuola italiana incorporasse almeno qualche elemento dei sistemi anglosassoni (ed asiatici, in larga parte) per rendere il nostro settore educativo maggiormente competitivo a livello internazionale ed offrire migliori opportunità professionali, sia in Italia che all’estero, ai nostri studenti.

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