Quella contro il fascismo non è l’unica resistenza che ha impegnato Carlo Smuraglia, il presidente onorario dell’Anpi scomparso due mesi prima di compiere 99 anni. Smuraglia è stato anche un pioniere della lotta alla mafia a Milano e nel Nord Italia. Avvocato e giurista, ex membro del Csm, nel 1990 era un consigliere comunale del Pci, autorevole e rispettato da tutti. La sua figura asciutta e severa incuteva reverenza persino nei leghisti più scatenati, allora debuttanti nell’aula di Palazzo Marino, che si rivolgevano a lui chiamandolo con deferenza “professore”.

In questa veste fu il presidente della prima commissione antimafia istituita nel capoluogo lombardo (nonché unica per i successivi vent’anni o quasi). La storia merita di essere ricordata, soprattutto a chi ancora oggi sostiene che commissioni del genere non servano a niente. All’epoca la consapevolezza della presenza mafiosa a Milano e in Lombardia era poca o nulla. C’erano state alcune indagini, era fresca l’inchiesta Duomo Connection condotta da Ilda Boccassini, che aveva scoperto contatti fra politici e funzionari del Comune di Milano e il rampollo di un boss di Cosa nostra interessato a un’operazione immobiliare. Dovevano ancora arrivare le grandi indagini, con centinaia di arresti, condotte a partire dal 1992 dalla neonata Direzione distrettuale antimafia (una fruttuosa eredità di Giovanni Falcone).

La Commissione Smuraglia non si appiattì sulle – poche – carte giudiziarie allora disponibili, ma fece parlare il territorio. Ascoltò i consigli di zona, i rappresentanti dell’Azienda dei trasporti e di chi faceva manutenzione nella case popolari. Quello che emerse fu una bestemmia in chiesa: in alcune periferie dell’allora capitale morale, città europea per eccellenza, la criminalità organizzata controllava il territorio. Per proteggere il traffico e lo spaccio di droga, finì scritto nella relazione del 20 maggio 1991, “si determinano aree riservate per la delinquenza organizzata e spesso quasi inaccessibili”. Così anche a Milano “in certe zone finisce per predominare la paura e l’omertà”. Nelle periferie “interi isolati, specialmente di case popolari, sono divenuti preda di bande criminali” che le hanno trasformate in “fortilizi della delinquenza accessibili solo per coloro di cui si ritiene di consentire l’accesso”. Fino ad allora si ammetteva al massimo che nella capitale economico-finanziaria del Paese si annidassero dei “colletti bianchi” che riciclavano il denaro sporco del narcotraffico, non certo le sentinelle dei clan che controllavano chi entrava e chi usciva da un certo quartiere.

Una seconda relazione, del 18 luglio 1991, chiedeva maggiore trasparenza nei settori più esposti della macchina comunale: urbanistica, lavori pubblici, edilizia popolare e privata, economato e commercio. Sono i temi ancora all’ordine del giorno, trent’anni dopo, dell’attuale Comitato antimafia presieduto da Nando dalla Chiesa, altro pioniere semisolitario della lotta contro la mafia al Nord, che fra l’altro era membro della Commissione Smuraglia. “Quella di Smuraglia è la scoperta dell’acqua calda”, replicò a brutto muso il sindaco socialista Paolo Pillitteri. L’acqua calda la scoprirà di lì a breve anche il pool Mani pulite, che scoverà una valanga di tangenti proprio nei settori indicati dalla relazione. Relazione che, uscita in forma definitiva il 14 luglio 1992, in piena esplosione di Tangentopoli, non sarà mai discussa in Consiglio comunale. Tutto si risolse con una “delega alle periferie” affidata a un assessorato. Come dire: ammesso che la mafia ci fosse davvero, il problema riguardava solo la porzione meno potabile della Milano da bere.

Eletto in Senato nel 1992, Smuraglia proseguì l’opera. Nel 1993 firmò la relazione sulle “aree non tradizionali” della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante, forse la prima fotografia complessiva di quella che era ormai diventata “la quarta o la quinta regione di mafia per quantità e qualità delle presenze”, dichiarò all’epoca Violante. Eppure il negazionismo sulla mafia a Milano continuò, ai massimi livelli istituzionali, per almeno un paio di decenni.

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