Quando i colleghi mi hanno chiesto di scrivere questo post la mia risposta è stata un sì entusiasta e riconoscente. Cento anni di Enrico Berlinguer, come rifiutare di farne parte?

Un minuto dopo mi arrovellavo nello sconforto. Che cosa potrò mai dire io? Avevo poco meno di sette anni quando morì e tutto quel che conosco è filtrato dai ricordi dei miei genitori, dai video rintracciati su youtube, da qualche libro e dagli articoli di giornale che tutti conoscono. Più pensavo alla mia avventatezza e più mi tornava in mente una citazione di Julian Barnes cui sono particolarmente affezionato e che userò come attenuante generica: “La storia è quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione”.

Ecco, la mia unica certezza è un senso di mancanza costruito artificiosamente, come ogni memoria che si rispetti. Una mancanza inspiegabile per qualcosa che non ho vissuto né conosciuto. Eppure Berlinguer mi manca visceralmente da quando di anni ne avevo 19 e lessi per la prima volta la famosa intervista a Eugenio Scalfari sulla questione morale. Il senso di mancanza diventa violento quando rivedo l’intervista a Minoli – “Qual è la cosa che le dà più fastidio sentir dire di lei?” – ed esonda in lacrime al solo pensiero di Padova, piazza della Frutta, quel “casa per casa, strada per strada” sputacchiato, le parole di Sandro Pertini, la folla infinita di Piazza San Giovanni.

Quelle immagini sono talmente vivide che io – io e qualche altro milione di italiani come me – sono assolutamente convinto di avere vissuto quei giorni e di avere perso Enrico Berlinguer, una sera di tarda primavera, al termine di una lunga e intima amicizia. Tutto, a iniziare da quella fine così tragica e insieme scenografica, ha contribuito alla creazione della memoria e del mito. Dall’11 giugno 1984 Berlinguer è diventato per molti eponimo e sinonimo di innocenza. Il dato ancora più sorprendente è che più il tempo passa e più quell’immagine di innocenza, invece di svanire, si rafforza nella mente. Nello squallore quotidiano che attraversiamo ossequiosamente (semicit), l’assunto che Enrico Berlinguer fosse una brava persona (ibidem) è appiglio e rimpianto.

Cosa avrebbe fatto Enrico alla Bolognina? Come si sarebbe comportato di fronte a Capaci o a via d’Amelio? Cosa avrebbe detto di Berlusconi? Come avrebbe reagito Enrico di fronte alla polverizzazione delle idee, alla atomizzazione del pensiero politico – da uno vale uno a io sono io e voi non siete un cazzo – allo sgualcimento delle parole, alla cafonaggine, alle rivendicazioni usa e getta, alla pornografia elettorale permanente? Ci avrebbe salvati dalla devastazione dell’io perenne tenendo in vita l’Idea di un Noi?

Di delusione in delusione, Berlinguer è diventato come un tappeto sotto cui infilare tutto il disordine che non riusciamo a gestire, un bene-rifugio cui attingere per dare corpo e pace a ciò che del presente non riusciamo a spiegare: “Ah, ci fosse Enrico”. Ma Enrico non c’è. E questo rende legittimo prendersela con il destino cinico e baro, con la storia che ce lo ha portato via.

E pazienza se già sappiamo che Enrico Berlinguer avrebbe sbagliato e fallito, come tutti. A lui non è richiesta prova, a lui non è richiesta conferma perché ha già pagato con la vita, eroicamente, mentre i compagni sotto il palco lo pregavano di smettere, di pensare prima a sé che a noi: “Casa per casa, strada per strada”.
A Berlinguer chiediamo semplicemente di essere il destino migliore che avevamo immaginato per le nostre intenzioni, quello che non abbiamo realizzato. La memoria romantica del gabbiano ipotetico che voleva alzarsi in volo e ora rattrappisce schiacciata tra un Papeete e un Mostro.

Scrive ancora Barnes – mi si perdonerà l’abuso di pensieri altrui – che in fin dei conti lo scopo della vita è quello di riconciliarci, per sfinimento, con la sua fine. E la vita è bravissima a raggiungere il suo scopo. Eppure, questa memoria così fallace e artefatta ogni tanto sembra funzionare da antagonista. Il tempo pare allungarsi, la speranza farsi più vivida, il cinismo diradarsi in un momento di riconciliazione che sfiata, infine, in un sospiro: “Ah, ci fosse Enrico”.

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