Uomini della Direzione investigativa antimafia, su mandato della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, hanno perquisito l’abitazione dell’inviato di Report Paolo Mondani e la redazione del programma di Rai 3 condotto da Sigfrido Ranucci, sequestrando pc e telefono del giornalista. A darne notizia sui social è stato lo stesso conduttore: “Lo scopo è quello di sequestrare atti riguardanti l’inchiesta di ieri sera (lunedì 23 maggio, ndr) sulla strage di Capaci, nella quale si evidenziava la presenza di Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale, sul luogo dell’attentato. Gli investigatori cercano atti e testimonianze su telefonini e pc”, ha scritto. “Da parte nostra c’è massima collaborazione. Siamo contenti se abbiamo dato un contributo alla magistratura per esplorare parti oscure”, ha commentato in seguito Ranucci all’Ansa, specificando però che “c’è un problema di tutela delle fonti per il materiale contenuto nei cellulari e nei dispositivi del collega Mondani e della redazione di Report. Il collega aveva già avuto un colloquio con il procuratore. Noi siamo sempre stati collaborativi con la giustizia, pur garantendo il diritto alla riservatezza delle fonti”. E sottolineando che “il decreto di perquisizione riporta la data del 20 maggio, cioè tre giorni prima della messa in onda del servizio. Non è un atto ostile nei nostri confronti. Ovviamente abbiamo messo al corrente l’ufficio legale, l’amministratore delegato Fuortes e il nostro direttore”.

Proteste di Fnsi e Usigrai – “Questo è… e non va bene”, il commento del presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, che pubblica uno screenshot del post di Ranucci. Duro anche il commento del presidente dell’Usigrai (il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico) Vittorio Di Trapani: “Sentenze della Cassazione e della Cedu hanno già acclarato che sequestrare pc e telefonini dei giornalisti, ancor di più con copie “indiscriminate” dei contenuti, è illegittimo. L’unico risultato che resterà della perquisizione a Report è il timore delle fonti di essere svelate”, scrive su Twitter. “Ci auguriamo che a nessuno venga oggi in mente di “molestare” Report e la sua redazione”, scrive invece il presidente della Federazione nazionale della stampa (Fnsi) Beppe Giulietti. “Dopo la puntata su Capaci sarà il caso di lasciare in pace la redazione, Paolo Mondani e di perquisire, invece, quelli che, da trenta anni, sono riusciti a restare in una ben protetta oscurità. Questa mattina saremo nella redazione di Report per decidere iniziative a tutela delle fonti e del segreto professionale”.

Le nuove indagini sulla “pista nera”Come raccontato dal Fatto, a distanza di trent’anni la Dda di Caltanissetta e la Direzione nazionale antimafia sono tornate a indagare sulla “pista nera” a proposito dell’attentato mafioso che uccise il giudice Giovanni Falcone: al centro degli accertamenti ci sono colloqui investigativi confidenziali di inizio 1992, non utilizzabili processualmente, in cui un pentito e una testimone hanno parlato di un “sopralluogo” dell’estremista di destra Delle Chiaie a Capaci, un mese prima della strage. Secondo questo racconto, tutto da verificare, Delle Chiaie incontrava un boss della mafia per poi cercare esplosivo in una cava. Il pentito, semisconosciuto e morto da tempo, è Alberto Lo Cicero, un falegname insospettabile, autista del boss Mariano Tullio Troia, già considerato però inattendibile dai magistrati in altre circostanze. La testimone protetta è la sua ex compagna, Maria Romeo, che è ancora in vita ed è stata intervistata lunedì sera da Report. Nella puntata parla anche l’ex luogotenente dei Carabinieri Walter Giustini, che raccolse le confidenze di Lo Cicero: sia a Report che al nostro giornale Giustini ha raccontato che il pentito parlò di strani movimenti intorno a Capaci prima della strage, e della presenza di uomini di spicco di Cosa nostra che facevano presagire “qualcosa di eclatante“. E svelò che Salvatore Biondino, già noto agli investigatori, era l’autista del “capo dei capi” Totò Riina, che quindi si sarebbe potuto arrestare prima delle esplosioni (fu catturato solo nel gennaio 1993).

La Procura: “Probabile rivelazione di segreto” – In un lungo comunicato, il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca spiega i motivi della perquisizione a Mondani, mirata a “verificare la genuinità delle fonti” e che “non riguarda in alcun modo l’attività di informazione svolta da tale giornalista, benché la stessa sia presumibilmente susseguente ad una macroscopica fuga di notizie, riguardante gli atti posti in essere da altro ufficio giudiziario. Infatti, secondo quanto accertato da questo ufficio, in una occasione, il detto giornalista avrebbe incontrato il luogotenente in congedo Giustini, non per richiedergli informazioni, ma per fargli consultare la documentazione in possesso di esso giornalista in modo che lo stesso Giustini fosse preparato per le imminenti sommarie informazioni da rendere a questa Procura. È necessario verificare la natura di tale documentazione posta in lettura al Giustini, che presumibilmente costituisce corpo del reato di rivelazione di segreto d’ufficio relativo alla menzionata attività di altra autorità requirente”. Il comunicato quindi fa intendere che Mondani potrebbe essere a breve iscritto nel registro degli indagati.

“Lo Cicero smentito dagli atti” – De Luca richiama il contenuto delle interviste di Report “dalle quali è emerso che, nel corso delle indagini condotte nel 1992 dalla Procura di Palermo, sono state fornite da parte di Alberto Lo Cicero preziose informazioni circa la preparazione della strage di Capaci nonché circa la funzione svolta da Biondino Salvatore quale autista del latitante Salvatore Riina, molti mesi prima che lo stesso venisse catturato”. “Tali dichiarazioni – scrive il procuratore – sono totalmente smentite dagli atti acquisiti da questa Procura sia presso gli archivi dei Carabinieri, sia nell’ambito del relativo procedimento penale della Procura di Palermo. Il riscontro negativo emerge dalle trascrizioni delle intercettazioni ambientali fatte nei confronti del Lo Cicero, prima della sua collaborazione, nonché da tutti i verbali di sommarie informazioni e di interrogatorio dallo stesso resi prima dei su indicati eventi”.

“Mai nominato Delle Chiaie” – “In particolare – prosegue il comunicato – nel corso delle sommarie informazioni in data 25 agosto 1992, il Lo Cicero dichiara di aver riscontrato delle anomalie nel comportamento di alcuni uomini d’onore poco prima della strage di Capaci, pensando però che volessero organizzare qualcosa per ucciderlo (il Lo Cicero era già stato vittima di un tentato omicidio nel dicembre del 1992), concludendo “mai avrei pensato quello che poi è avvenuto” (e cioè la suindicata strage). Per quel che riguarda la rilevanza di Biondino Salvatore, il Lo Cicero ha affermato, sia nel corso delle discussioni intercettate, che nell’ambito degli interrogatori antecedenti alla cattura di Salvatore Riina, che il detto Biondino era l’autista del latitante Gambino Giacomo Giuseppe, arrestato già diversi anni prima delle dichiarazioni in esame, non facendo in alcun modo menzione del Salvatore Riina, se non in data 22.1.1993 (cioè in data successiva alla cattura del detto latitante). Allo stesso modo il Lo Cicero, sia nel corso delle conversazioni intercettate, che nel corso degli interrogatori da lui resi, al Pubblico Ministero e ai Carabinieri, non fa alcuna menzione di Stefano Delle Chiaie”.

“È falso che si potesse evitare Capaci” – “Non compete a questo Ufficio esprimere valutazioni generali in ordine alla completezza e tempestività delle indagini coordinate da altra autorità giudiziaria (…); qui si intende solamente affermare che sono del tutto destituite di fondamento le affermazioni circa la sussistenza di specifiche e tempestive dichiarazioni rese dal Lo Cicero sugli argomenti sopra indicati e, quindi, che sarebbe stato possibile evitare la strage di Capaci ed anticipare di alcuni mesi la cattura di Salvatore Riina”, si legge ancora nella nota della Dda. “Questa Procura ha già espresso il proprio convincimento circa la sussistenza di mandanti e concorrenti esterni nella strage di via D’Amelio, chiedendo nel processo per il c.d. depistaggio la condanna degli imputati con la contestata aggravante di mafia (…). Tuttavia, le difficilissime indagini che possono consentire l’accertamento della verità devono essere ancorate a elementi di fatto solidi e riscontrati. Per tali motivi questo Ufficio, che si era imposta la rigorosa consegna del silenzio, è costretto ad intervenire per smentire notizie che possano causare disorientamento nella pubblica opinione e profonda ulteriore amarezza nei prossimi congiunti delle vittime delle stragi, che si verrebbe a sommare al tremendo dolore sofferto”.

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