La crisi del pronto soccorso, come la chiamano i giornali, alle spalle ha una lunga storia di straordinaria stupidità sanitaria.

Essa è cominciata tanti anni fa all’indomani dell’approvazione della riforma sanitaria del 1978 quando la politica scoprì che da secoli l’ospedale era al centro del sistema di cura e che questo ne faceva un servizio costoso perché – come tutti sanno – curarsi in ospedale, specialmente oggi con la tecnologia che abbiamo, è inevitabilmente costoso.

Da questa scoperta dell’acqua calda nacquero nel corso del tempo tre cose:
– il problema dell’ospedalocentrismo cioè la lotta all’ospedale che come un buco nero tutto attrae e tutto succhia;
– le politiche deliberatamente concepite come anti H cioè contro l’ospedale;
– l’idea che più importante di tutto fosse l’assistenza territoriale prima ancora di quella ospedaliera e quindi l’idea che bisognava curare la gente ma senza andare in corsia.

La crisi del pronto soccorso è la conseguenza di anni e anni di politiche anti H, incapaci di riformare l’ospedale nella società che cambia: decisero semplicemente di tagliarlo e farlo a pezzi cioè semplicemente di de-ospedalizzarlo. Per usare il gergo dei chirurghi si fece una “ospedalectomia”: l’ospedale era un tumore da asportare.

E’ del tutto evidente che un servizio millenario come l’ospedale doveva essere quantomeno riformato, ma nel ’78 ciò non avvenne: al contrario tutte le norme che lo avevano definito fino a quel momento rimasero in vigore fino a quando la politica, messa alle strette dai problemi economici, non si vide costretta a dichiaragli guerra.

Ma riformare l’ospedale e far la guerra all’ospedale non è proprio la stessa cosa.

Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Negli ultimi 20 anni abbiamo chiuso 300 ospedali, cancellato 80mila posti letto, perdendo 50mila operatori. E’ ovvio che a queste condizioni oggi il pronto soccorso sia in crisi ma è tutto il mondo ospedaliero ad esserlo.

La pandemia – che lascia a terra 165.000 morti – ha sconquassato l’ospedale, come se questa casa storica della medicina fosse stata sopraffatta da un violento terremoto, mettendo in mostra senza ritegno tutta l’ottusità delle politiche anti H. Con la pandemia è arrivato anche il Pnrr cioè la missione 6, quindi Speranza, il quale udite udite – evidentemente mal consigliato – sull’ospedale si comporta come se niente fosse successo cioè riconferma pari pari tutte le politiche anti H che ci hanno messo in ginocchio.

Conferma quindi la riforma Bindi del ’99, che ha sancito la contrapposizione tra territorio e ospedale, riconferma il Dm 70 cioè tutti i vecchi parametri di organizzazione dell’ospedale sulla base dei quali gli ospedali sono stati fatti a pezzi. Questo Dm 70 – da un punto di vista filogenetico – altro non è che la riproposizione di vecchi criteri definiti nel 1938 (legge Petragnani) poi organizzati in una riforma nel 1968 (legge Mariotti) e alla fine sintetizzati nel 2015 nel Dm 70 regolamento Balduzzi).

Il che, dal punto di vista logico, significa che Speranza nel Pnrr ha confermato in piena pandemia criteri di organizzazione dell’ospedale che risalgono al 1938.

Questi criteri essenzialmente altro non sono che il tentativo di definire un ospedale sulla base di un criterio di base a cui tutto deve obbedire: il rapporto abitanti e posti letto. Oggi il parametro che Speranza propone è esattamente 3.5 posti letto per 1000 abitanti. Non c’è un solo esperto di sanità al mondo che non consideri questo parametro rozzo, tutt’altro che scientifico e fortemente approssimativo ma soprattutto del tutto incapace di dare conto delle tante complessità dell’ospedale.

Ad aggravare la situazione sempre il Dm 70, che Speranza sic et sempliciter ripropone, prevede che nel calcolo del fabbisogno di posti letto del paese si conteggino anche i posti letto degli ospedali di comunità. Queste particolari strutture – è bene che si sappia – sono tutto meno che ospedali. Sulla base di questo calcolo, il parametro 3.5 posti letto per 1000 abitanti è destinato a calare.

Questo vuol dire che in futuro, negli ospedali veri, quelli che accolgono l’emergenza e i malati acuti, avremo meno posti letto e la crisi del pronto soccorso si aggraverà ancora di più, diventando cronica e irreversibile.

Di fronte a questa drammatica situazione, gli unici che hanno lanciato un grido di allarme sono state le società scientifiche (il sindacato degli ospedalieri si è limitato a rivendicare delle indennità o poco altro) e più precisamente il “forum dei clinici ospedalieri e universitari” che, in un recente quanto disperato comunicato stampa, hanno sollecitato il ministro Speranza a definire un accordo con loro che superi la grave impasse in cui si trovano oggi gli ospedali.

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