I prossimi trattamenti per la sclerosi multipla (SM) potrebbero permettere una personalizzazione della terapia, grazie a un nuovo metodo innovativo in grado di identificare le cellule coinvolte nella malattia autoimmune. Ad ampliare le possibilità per i pazienti con sclerosi multipla uno studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, condotto dagli scienziati del Karolinska Institutet in Svezia e del Kungliga Tekniska högskolan (KTH) Royal Institute of Technology.

La sclerosi multipla, spiegano gli autori, è una malattia infiammatoria cronica del sistema nervoso centrale, solitamente si manifesta tra i 20 e i 40 anni di età. Il team, guidato da Hans Grönlund, Mattias Bronge e Tomas Olsson, ha identificato quattro molecole bersaglio che potrebbero essere utilizzate per il trattamento personalizzato della condizione. La SM si verifica quando le cellule immunitarie attaccano il tessuto che avvolge i neuroni del cervello e del midollo spinale.

Questa patologia è associata a una serie di disturbi neurologici, come difficoltà sensoriali o di deambulazione o problemi della vista. Ad oggi, spiegano gli scienziati, non esiste una cura per la SM, ma sono stati sviluppati degli approcci mediamente efficaci nel ridurre i tassi di recidiva e alleviare i sintomi. “I trattamenti esistenti per la sclerosi – afferma Bronge – tendono a colpire indiscriminatamente il sistema immunitario, il che può provocare complicazioni e infezioni di varia natura”. Lo sviluppo di trattamenti più accurati, in grado di bersagliare cellule specifiche, dovrebbe ridurre il rischio di effetti collaterali e aumentare l’efficacia dell’approccio.

In questo lavoro, i ricercatori hanno valutato 63 proteine, analizzate grazie ai campioni di sangue prelevati da pazienti affetti da sclerosi multipla e da un gruppo di controllo di soggetti sani. Gli studiosi hanno ideato un metodo che consente di identificare i linfociti T che reagiscono a determinate molecole bersaglio, chiamate autoantigeni. Grazie a questa tecnica sono stati descritti quattro nuovi autoantigeni che mostravano reattività autoimmune, FABP7, PROK2, RTN3 e SNAP91. Le proteine testate sono state selezionate grazie a un gruppo di ricerca del KTH Royal Institute of Technology.

“Il nostro metodo – afferma Grönlund, che è anche docente di Immunologia presso il Karolinska Institutet – potrebbe aprire la strada a un approccio in grado di identificare e disabilitare i linfociti T che reagiscono agli autoantigeni. I pazienti con SM possono infatti risultare sensibili a diverse molecole, per questo è importante personalizzare il trattamento in base alle caratteristiche dell’individuo. Se si conoscesse il profilo autoantigene di un paziente, si potrebbe adattare un trattamento specifico, ottimizzando l’efficacia della terapia”. Gli scienziati precisano che il metodo sarà valutato durante uno studio clinico di fase 2, condotto in collaborazione con l’Università di Zurigo. “La maggior parte delle malattie autoimmuni – commenta ancora Grönlund – è guidata dai linfociti T. Prendendo di mira dei bersagli precisi, potremmo sviluppare trattamenti personalizzati e ridurre il rischio di effetti collaterali anche in altre condizioni patologiche”.

Valentina Di Paola

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