Premessa personale. Dal 2008 per 13 anni, su richiesta della redazione di la Repubblica/Il Lavoro edizione ligure, ho tenuto una rubrica fissa dal titolo L’opinione, molto apprezzata dalla maggioranza dei lettori, disprezzata dalla destra e dai fascisti. Secondo quanto mi veniva riferito, avrei anche incrementato le vendite del giornale in edicola. La mia libertà d’opinione era assoluta e spesso era la stessa redazione a suggerire il tema dell’opinione, ma molto più spesso erano i lettori che, intervenendo, chiedevano “opinioni” su fatti cittadini/regionali ma sempre con risvolti nazionali e internazionali.

La rubrica era settimanale fino a quando non scrissi della centrale di estrazione del carbone a Vado Ligure, in cui era azionista l’ingegnere De Benedetti, proprietario con altri di Repubblica. Dopo qualche mese il mio incarico settimanale, con una scusa per me banale, divenne quindicinale. Fino al luglio del 2021. Una e-mail della redazione informa me e gli altri collaboratori che sono sospesi tutti i contributi fissi per la prossima estate e “se ne parla in autunno al rientro delle ferie” (anno 2021). Non successe nulla. Nel frattempo, la Fiat di Elkann acquistò non solo l’ammiraglia Repubblica, ma anche tutti i giornali regionali. Dissi e scrissi che lo scopo degli Agnelli non era il giornale in quanto strumento di comunicazione e libera stampa, ma avere un giornale schierato a difesa degli interessi “familiari”, eliminando così un giornale “volto a sinistra” e spostando la Repubblica scalfariana, allora fin dall’atto fondativo dichiaratamente “di sinistra”. La svolta a destra fu palese con la direzione di Maurizio Molinari, uomo fidato della dinastia torinese, che arriva dalla direzione della Stampa, giornale di famiglia.

Ultimamente ho inviato qualche pezzo “con preghiera di pubblicazione” ma, tranne uno, mi sono stati rifiutati, legittimamente ma con motivazioni che a me sono parse peregrine. L’ultimo riguardava la decisione disperata di Renzi, in Liguria rappresentata dalla pasionaria Raffaella Paita, candidata Pd alle elezioni regionali di sei anni fa (vinse Toti, ça va sans dire!), la quale passò armi e bagagli alla neonata Italia Viva di Matteo Renzi, che credendosi il Mago Zurlì pensava di fare il prestigio di “bersi” l’Italia con l’appoggio del popolo italiano. Sappiamo come è andato a finire. Alle prossime elezioni, lui e Paita rischiano di scomparire, nonostante il “rinascimento saudita di Bin Salman”, sospettato di essere il mandante dell’omicidio con squartamento di cadavere e di altre delizie rinascimentali. Quando si dice che certe amicizie rovinano. Il pezzo che volevo pubblicare è il seguente.

Hanno deciso. Raffaella Paita ha confermato che Italia Viva di Renzi, il “grande riformatore della sinistra” (sic!), avrà una poltroncina nel salotto della destra compatta che sostiene Bucci. Paita riesce anche a dire, restando seria, che lì è la vera sinistra. Congratulazioni. Forse la ex Pd dimentica che lì vi sono i nostalgici della fiamma tricolore e la Lega. Bucci tre anni fa mandò un suo rappresentante con la fascia tricolore a omaggiare la repubblichina di Salò e fa fatica a ingoiare quando si parla di Resistenza. Oggi Paita gli corre incontro, accettando nella sua lista anche la forma anonima, senza insegne. Forse sta descrivendo la sua storia in una sinistra mai esistita e distrutta col progetto di rottamazione finito con la disfatta dei rottamatori. Non so che cosa vi sia dalla parte del Pd, che non frequento da quando Paita fortissimamente volle imporsi candidata alla presidenza regionale ligure (2015). Fu sconfitta. Eletta deputata del Pd, nel 2018 lo abbandona e, in segno di gratitudine, se ne corre dietro l’esperto di rinascimento. Pirandello avrebbe da lavorare sodo con questi personaggi in cerca di un posto di sicurezza “qualunquemente”.

Le scelte di Raffaella Paita e del suo referente rinascimentale sono declinate sulle desinenze della convenienza e dell’interesse personale, non proprio della coerenza politica. Lei e i suoi possono anche dare vita al ballo di San Vito per contorcere di nobili ragioni una scelta obbligata, visto che è loro precluso qualsiasi rapporto con qualsiasi lembo dei sedicenti centro-sinistra che il mercatino offre. Sono di destra, vanno a destra e trovano anche i nipoti dei fascisti che si scaldano alla fiamma tricolore. Naturalmente “per il bene e nell’interesse del Paese”. A chi ha combattuto battaglie epiche di libertà, in difesa della Costituzione, quando era seriamente a rischio in epoca berlusconiana/finiana, assistere al naturale passaggio nella coalizione di chi è sempre stato con la destra più destra fa veramente impressione.

Mettersi con Bucci significa avallare la saga della buona amministrazione, che non c’è stata perché Bucci non ha dimostrato in tempi ordinari la sua capacità, ma da commissario governativo ha avuto a disposizione ingenti risorse economiche che gli hanno permesso di spendere senza fatica e senza ambascia. Dove sta la bravura? Quando i politici cominceranno ad assimilare l’umiltà della verità, quel giorno inizierà il tempo della vera democrazia.

Prendo atto dello stile sobrio e non spasmodico di Ariel Dello Strologo, candidato avversario di Bucci, che pare appellarsi non alle apparenze ma alla intelligenza dei cittadini, i quali se non hanno perduto la memoria della città e se si ricordano delle loro origini forse per Genova potrebbe nascere una speranza nuova. Ad Ariel Dello Strologo auguro di mantenere questo calibrato passo, pregandolo di non farsi schiacciare dai personalismi, come è accaduto a Marco Doria, che, pur essendo persona seria, è stato bruciato in corso d’opera da chi, nel Pd, cercava di farsi strada per sé, ma sempre in nome della “mistica” del popolo invisibile e schiavo. Genova merita di più e sicuramente non merita quello che si prospetta, grazie anche alla disinvoltura di Raffaella Paita e del suo “piccolo mondo antico”, definitivamente scomparso.

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