Sono anni difficili per i medici. Io me ne sono accorto tante volte visitando a pochi centimetri da una mascherina che sicuramente ci ha ridotto il rischio. Quante volte in questi due anni mi sono ritrovato a pensare a chi avevo visitato, a chi mi aveva avvisato di essere risultato positivo. Con il rischio che alla mia età le problematiche potessero essere serie. Quante volte mi sono ritrovato a pensare di quando in sala operatoria si usavano aghi piccolissimi e spesso succedeva di pungersi. Mi è sempre andata bene, pur cercando di avere massima attenzione e di proteggersi come oggi abbiamo fatto con i vaccini, che solo la storia ci dirà se ci hanno realmente aiutato, ma che è l’unica arma da utilizzare per difendersi e per non offendere.

Niente di nuovo quindi nel leggere uno studio basato su interviste telefoniche svolto nei giorni scorsi che ha stabilito che “si dichiara ‘stressato’ il 90% dei medici del territorio, il 72% dei medici ospedalieri, l’80% degli specialisti ambulatoriali, il 62% degli odontoiatri”.

Come possiamo fare per ritrovare quell’equilibrio indispensabile ad aumentare l’empatia con il paziente? Innanzitutto occorre, partendo proprio da questi anni in cui abbiamo quotidianamente ascoltato tutto e il contrario di tutto, cercare di allontanare la politica e il dibattito dalla sanità. I medici devono tornare in campo per difendere il loro operato senza disposizioni obbligatorie che hanno deteriorato negli anni l’assistenza.

I medici devono tornare a pensare come pensavo io all’inizio della mia carriera e che mi è entrato talmente dentro che non ho più cambiato idea. Il guadagno in sanità c’è ma non deve essere l’unica spinta per la scelta della professione. Ultimamente purtroppo è spesso così. Senza contare che se il guadagno è alto si pagano molte tasse, come è giusto che sia, e quindi alla fine si torna a quello che mi hanno insegnato i miei colleghi più anziani.

Come era bello quando si prendeva uno stipendio fisso per le ore ospedaliere pattuite da contratto. Poi se si voleva lavorare di più si aveva il proprio studio privato. Fino a quando anche gli ospedali pubblici hanno capito l’utilità di far fare la libera professione interna per mettere in ordine i conti.

Oggi, a causa delle strutture private accreditate che pagano a percentuale, la medicina è diventata una catena di montaggio. Visite in eccesso, esami inutili fino a interventi non indispensabili per quadrare in eccesso il proprio conto corrente e quello di aziende sanitarie, molto aziende e poco sanitarie come concetto. Questo senza alcun tipo di controllo reale. Questo con il baratro della medicina difensiva e di spesa sanitaria pubblica maggiore.

Un gatto che si morde la coda. Sono sotto stress perché produco sempre di più, per me e per la mia azienda, e, per difendermi, richiedo più visite e più esami. Ma dove stiamo andando? Perché se faccio diagnosi di cataratta con la vecchia e cara lampada a fessura e, per aver maggior certezza di recupero postoperatorio, eseguo anche un accurato esame della vita da vicino, devo temere di sbagliare? Lo temo perché magari la denuncia è dietro l’angolo? Perché, se l’esame del paziente non ha posto dubbi, devo eseguire anche un Oct (Tomografia Ottica Computerizzata) affidando la mia scienza solo ad un computer? Perché questa sequela è addirittura consigliata ai congressi?

Così come assicurazioni senza fondamento scientifico fanno fare test di prevenzione che spesso appaiono normali. In oculistica ad esempio alcune assicurazioni invece di far fare una semplice visita oculistica, base per diagnosi a cui eventualmente si richiedono esami, fanno un pacchetto per il glaucoma che comprende campo visivo, pachimetria e Oct. La maggior parte di questi esami sono completamente inutili: nella norma, ma con un costo sociale enorme.

Un assalto al guadagno senza rischio che porta ad una inevitabile allungamento delle liste di attesa. Ritorniamo alla vecchia medicina, per carità aiutata dall’introduzione di diagnostica più precisa ma che non ci chiuda gli occhi e il nostro sapere. Ritorniamo a reparti in cui il colloquio mattutino sui casi clinici sia fondante per insegnare e per imparare.

La politica, che i medici devono fare propria, ritorni ad arginare l’esodo dagli ospedali pubblici a quelli privati accreditati. Si applichino dei metodi di controlli utili e delle scelte amministrative univoche. Certo “la grande fuga dagli ospedali del Ssn (negli ultimi tre anni 21mila medici li hanno abbandonati)” dipende da diverse cose, come un recente studio ha evidenziato, ma quanti di questi sono passati solo per maggior guadagno ad una struttura accreditata?

Il posto fisso (Checco Zalone docet) in sanità non è più ambito? La politica obblighi tutte le strutture, non solo le pubbliche, ad assumere con stipendi adeguati. I medici tornino a pensare solo ed esclusivamente al paziente e alla sua cura.

Questa pandemia ci dovrebbe obbligare alla svolta. Tutti insieme. Proprio a cominciare dai medici.

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