Storie, di calcio e di vita. Di una lotta per dimostrare la propria innocenza, di una rete per sostenere un ideale, di un’icona capace di unire e accompagnare una generazione. Le vacanze pasquali sono ormai cominciate: ilfattoquotidiano.it ha scelto alcuni volumi per aggiornare la vostra libreria e godere del clima primaverile in compagnia di una buona lettura sportiva.

——————————————————————

“LA CHIAVE È NON ARRENDERSI”

C’è una cosa a cui Giuseppe Signori tiene immensamente. Ed è la contabilità dei suoi gol. La ripete spesso. Fra le pagine del suo libro e durante le interviste. Fino a farla diventare filastrocca. Ogni volta che ne ha la possibilità racconta di quelle 188 reti segnate in Serie A e delle tre classifiche dei marcatori conquistate. È un modo per riaffermare la grandezza della propria storia sportiva, quella che ha rischiato di essere obliata dalla (in)giustizia ordinaria. L’incubo si materializza nella mattinata del primo giugno 2011. Due poliziotti in borghese gli si avvicinano e gli dicono che è in arresto. Sarebbe la figura apicale di una banda che combina partite per poter puntare quote da capogiro su risultati “sicuri”. Il nome dell’inchiesta, Last Bet, non è poi molto originale. Quello che succede a Signori, invece, sì. È l’inizio di dieci anni vissuti in apnea, con un obiettivo che non può che trasformarsi in ossessione: dimostrare la propria innocenza. “Nei giorni successivi la mia vita non fu che questo: un lento sgretolarsi di tutto quello che avevamo costruito, un crollo inesorabile. Attorno a me si accumulavano macerie”, scrive l’ex bomber tascabile della Serie A. Il gorgo nero lo risucchia ma non lo trascina in fondo. E alla fine Beppe-gol trova il suo approdo sicuro. I tribunali di Modena e Piacenza lo assolvono con formula piena. A Cremona arriva la prescrizione. E poi, il primo giugno 2021, ecco la grazia concessa da Gravina. Una storia da romanzo che ora vive in una biografia dal titolo divenuto manifesto programmatico: “Fuorigioco, Perde solo chi si arrende”.

Primo giugno 2011, alla Stazione Termini di Roma, le si avvicinano due uomini. Sono poliziotti in borghese. La prima cosa che pensa?
So già che vengono a prendermi, ma non so il perché. Quando saliamo sul treno chiedo: “Ma cosa succede?”. Loro mi rispondono in maniera educata, dicono che si tratta di qualcosa che riguarda una società. Allora ne avevo una con mio padre e mi ripeto: “Ma vuoi vedere che papà ha fatto un casino?”. Solo che non possiedo uno smartphone, così sono all’oscuro di tutto.

Come arriva la rivelazione?
Mi chiama mia sorella. “In quale carcere sei?”, mi domanda. Io cado dalle nuvole. Penso: “Ma cosa sta dicendo?”». Lei mi spiega: “Guarda che sei stato arrestato per il calcioscommesse”. Non ci credo. Mi giro, domando ai poliziotti se è vero. Loro mi mostrano la notizia, credo si trattasse del Tg di Canale 5. In foto ci sono io di spalle con la maglia del Bologna. Mi dicono: “A Cremona si sono venduti la notizia”.

Lei ci crede?
Diciamo che siamo partiti con questo fatto assurdo. Penso che i primi a dover sapere del proprio arresto, ma soprattutto delle motivazioni dell’arresto, siano i diretti interessati, non i giornalisti. È stato il primo passo falso di tutta questa vicenda.

Finisce ai domiciliari. Come passa le giornate?
Sono interminabili. A casa stabilisco una regola: non sia accende la televisione. Perché ogni canale non fa altro che parlare di questa notizia. Una situazione surreale. I pomeriggi non passano più, siamo rimasti solo io e mia moglie in casa, senza contatti con l’esterno. Ogni tanto arrivano gli avvocati, nessun altro. Può immaginarsi.

Il pensiero che la assilla in quei giorni?
Leggo tutto quello che riguarda le indagini. Non capisco. Nelle intercettazioni non c’è niente, solo qualcuno che dice: “Chiedi a Beppe”. Inizio a domandarmi: “Ma cosa ci faccio qui?”. A volte sento l’impulso di mettermi a urlare, ma poi mi dico che qualcuno mi prenderebbe per pazzo. Non ho alternative, anche se sono appena stato definito il “boss dei boss”. Capisce? Come Totò Riina.

Ma perché ha scritto quello che poi è passato alla storia come il ‘Papello Signori’?
Per ingenuità o per superficialità, non lo so. In questo incontro nello studio dei commercialisti una persona mi detta le condizioni per truccare una partita. Quella persona non mi piace, ma io scrivo tutto per non sentirlo. Poi mi porto a casa il foglio. La polizia perquisisce l’appartamento il primo giugno e trova questo papello del 15 marzo. Voglio dire: ho avuto tempo per buttarlo, ma non l’ho fatto.

E perché?
Lì per lì non ci ho dato importanza. La polizia lo ha trovato nei jeans, non in una cassaforte. Durante quel famoso incontro mi sono stati chiesti dei soldi che io mi sono rifiutato di consegnare. E quello che c’era scritto in quel foglio sono le condizioni che potevano conoscere solo persone che avevano informazioni di prima mano, solo chi organizzava direttamente una combine. E poi lei non lo trova strano?

Cosa?
Se quelle fossero state davvero le mie condizioni, il foglio avrebbero dovuto averlo gli altri, non io. Io non ho bisogno di ricordarmi le regole che detto in prima persona.

Chi le è rimasto vicino?
I miei amici veri ci sono stati fino al primo giugno 2021. Diciamo che c’è stata una autoeliminazione naturale. In molti hanno deciso di non avere fiducia in me e di non telefonarmi, di sparire, ma sono fiero di chi è rimasto: Rambaudi, Casiraghi, Pagliuca, Di Vaio. Poi tutti i miei amici non famosi che mi sono stati vicino.

Da giocatore non ha mai fatto mistero della sua passione per le scommesse. Ha influito sulle vicende giudiziarie?
È stata la condizione che ha portato al delitto perfetto. Uno senza una società alle spalle che lo può tutelare, un nome famoso, che ama scommettere. Ma c’è anche un altro tassello: era un anno vuoto, senza Mondiali, senza Europei. I giornali non avevano molto da scrivere. Senza di me sarebbe durato tutto di meno. Pensi che le indagini preliminari sono durate 4-5 anni, neanche si trattasse di un processo per mafia. Sono andati a cercare qualsiasi appiglio. Ma sa che le dico? Se ci fossero state prove provate non sarebbe arrivata la prescrizione.

Come si fa a mangiare un Buondì in 30 passi?
Non glielo dico perché poi qualcuno scopre il segreto, viene e mi fotte.

Ha scommesso molto anche con Guidolin
Ai tempi del Bologna ero arrivato a sei gol. Gli dissi che se ne avessi fatti altri 10 mi doveva pulire le scarpe. Bene, a Bari segno il sedicesimo gol e corro in panchina. Così lui mi lustra le scarpe in diretta tv. Credo che la scommessa sia un modo per superare un ostacolo che sembra insormontabile, perché ti dà una scossa elettrica. Lo scommettitore gioca perché vuole vivere quella sensazione finale di aver indovinato il risultato. Chi gioca conoscendo il finale è un truffatore.

Lei giocava molto anche al Casino. Ha perso?
Diciamo che è difficile che si vinca al Casino. Punto. Ma non cambia niente rispetto alle scommesse, l’azzardo dà lo stesso brivido, scoprire il numero che è appena uscito.

Scrive: “Non voglio passare per un santo, né per un perseguitato, ma ho sofferto molto e un dolore così non l’avevo mai provato prima”. Allora come definisce questi 11 anni?
Purtroppo è successo un fatto. Bisogna capire come se ne esce. Io sono sempre stato uno che non ha mai mollato, che non si è arreso. Ecco, la chiave è non arrendersi. Soprattutto quando uno ha in mano la verità.

Passiamo al calcio. Zeman, un argomento complesso.
Molto. Quando giocavo con il Piacenza non segnavo molto ma avevo fatto gol al Messina di Zeman, tre in due partite. Lui aveva visto in me qualcosa di particolare, qualcosa che neanche io vedevo allora. Così mi aveva voluto a Foggia. Durante la presentazione all’Hotel President mi si avvicina e mi dice: “Ciao Bomber”. Io mi giro e dietro di me c’è Mauro Meluso. Dico: “Mister, è il bomber è lui, io sono Beppe Signori”.

Il vostro rapporto?
Ha rappresentato la svolta della mia carriera, ma è anche vero che gli attaccanti con lui si divertono sempre. Credo di aver avuto molti allenatori ma un solo maestro: Zeman. Mi ha trasformato da trequartista in attaccante, ha cambiato il mio modo di stare in campo. Ho giocato centravanti anche per necessità: si era infortunato Meluso ed è toccato a me. Zeman poi è ironico, tira fuori una battuta dietro l’altra, solo con i giornalisti o nelle situazioni istituzionali è più serio, distaccato.

Ma il calcio di Zeman è ancora attuale?
Il calcio è cambiato, questo è ovvio. Nella fase difensiva andrebbero fatti degli accorgimenti. Le regole sono cambiate, soprattutto quella del fuorigioco, e ora con questo continuo inserimento da parte dei centrocampisti è più difficile mettere l’avversario in offside. L’atteggiamento, però, è sempre quello giusto: mi difendo attaccando. È la stessa idea di Guardiola, che però ha un elemento in più: lui utilizza molto il fraseggio, noi facevamo quattro passaggi per arrivare in porta. Era una manovra più rapida e veloce.

A Trento, alla Lazio e con la Nazionale si è ammutinato. C’è qualcuna di queste proteste che non rifarebbe?
A Trento non giocavo e, probabilmente per inesperienza, abbandonai l’allenamento. Solo che poi tornai e chiesi scusa. Con Eriksson è mancato totalmente il rapporto umano. Con Sacchi c’è stato un diverbio per il ruolo prima della finale del Mondiale di USA ’94.

Si narra che volarono sedie
No macché, non è vero. Siamo persone civili. Ci può stare un diverbio ma non si arriva mai a quel livello. E poi eravamo davvero a poche ore da una finale mondiale.

Lei ha detto di no a Berlusconi e quel Milan. Se n’è mai pentito?
Mai. Ero sicuro che se fossi andato lì non avrei giocato. Io invece preferivo una società più piccola come il Foggia, ma che mi desse la possibilità di mettere minuti nelle gambe. Sapevo che se fossi andato al Milan mi sarei infilato in una situazione più grande di me. Non ero ancora il vincitore della classifica marcatori, non ero pronto per quella sfida.

Così la Lazio è diventata casa sua
Ho avuto la fortuna di iniziare a suon di gol. Alla prima conferenza stampa mi dissero che avrei dovuto sostituire Ruben Sosa, che aveva fatto 40 gol con la maglia della Lazio. Al debutto ho fatto una doppietta e tutto è stato più semplice. Il fatto di aver vinto la classifica dei marcatori mi ha trasformato subito in un idolo per i tifosi. Loro hanno dato sempre priorità a chi mostrava attaccamento alla squadra.

Tanto che l’11 giugno 1995 scendono in piazza per evitare la sua cessione al Parma
Fra me e la Lazio è stato un matrimonio perfetto. Io non sarei mai andato via e loro volevano impedire la mia cessione. Quando ho visto in quanti si erano riversati per strada per me ho pensato: “Ma come potrei tradire così tanta gente?”. La Lazio è stata la consacrazione della mia carriera, sarei rimasto a vita.

La storia è andata diversamente
Con Eriksson si è creata una situazione ambigua. Ero il capitano, ma solo di facciata. Facevo panchina senza che lui mi spiegasse il perché delle esclusioni. Non era sincero con me. Così mi sono sentito usato. Venivo trattato come un ragazzino della Primavera. Io non ho mai discusso le scelte tecniche. So che un allenatore viene pagato per quello. Però il rapporto umano deve rimanere. Soprattutto con chi ha vinto tre volte la classifica marcatori. Lui invece con grande furbizia ha fatto sì che svanisse tutto in tre mesi. A Vienna, contro il Rapid, mi ha fatto scaldare per tutto il secondo tempo e non mi ha fatto entrare. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Me ne sono andato negli spogliatoi. A fine partita ha avuto il coraggio di venirsi a complimentare anche con me. Gli ho detto: “Ficcateli nel culo i tuoi complimenti”.

USA ’94 doveva essere la sua grande consacrazione
Al livello fisico ho dato tutto, c’erano condizioni climatiche estreme che rendevano la respirazione e il recupero impossibili. Il fatto che in Qatar si giochi in inverno vuol dire che quella lezione è servita. Per il resto devo dire che un po’ per inesperienza e un po’ per la presunzione di aver vinto la classifica dei cannonieri della Serie A mi sono giocato le possibilità di disputare la finale.

Cosa non ha funzionato con la Samp?
Quando si subisce una separazione o un divorzio c’è un trauma mentale da assorbire. Non ero pronto e avevo anche dei problemi fisici che mi hanno fatto rendere poco in quei mesi.

La rinascita è arrivata con Mazzone
C’è molto di lui nella mia risalita perché mi sono ritrovato senza squadra dopo aver realizzato 111 gol in Serie A. Ero in crociera, mi chiamano sul cellulare: “Ti abbiamo preso, ti aspettiamo a Bologna”. Lì incontro Mazzone che dimostra di sapermi gestire, soprattutto a livello fisico. Abbiamo fatto una stagione straordinaria, arrivando in semifinale di Coppa Uefa e di Coppa Italia, io sono riuscito a segnare 23 gol e sono ripartito. Lui è un personaggio tranquillo, alzava la voce solo quando era strettamente necessario. Quando è tornato, nel 2003/2004, mi ha messo subito a mio agio: “Facciamo che è più facile che voi capite la testa mia piuttosto che io capisca tutte le vostre. Io parlo solo con Beppe che è il capitano. Chi non lo conosce vada a studiare”.

La coda della sua carriera, fra Grecia e Ungheria
Al Sopron mi sono trovato bene. La squadra giocava proprio al confine e io abitavo a Vienna. Mi facevo 50 chilometri tutti i giorni. Mi sono sentito più spaesato a Salonicco, dove ero l’unico italiano. Al Sopron invece c’erano Bonetti e Sartor, ma anche un bel gruppo. Il presidente è stato molto bravo perché ha saputo portare una squadra che era terzultima fino al sesto posto. È un campionato diverso dal nostro, ma per come stavo fisicamente ho comunque avuto la possibilità di divertirmi.

Come è cambiato Signori in questi 11 anni?
Sotto molto aspetti sono più vulnerabile, su altri sono più forte. Non mi piango addosso, voglio reagire. Il mio progetto è educare i bambini, perché i giocatori già fatti si allenano, non si educano mica. Sarei davvero contento se un giorno si potesse vedere che dietro al lavoro svolto sulla preparazione di un ragazzo ci sono io.

Beppe Signori – Fuorigioco, Perde solo chi si arrende, Sperling & Kupfer, 192 pagine, 2022, 17.90 euro.

——————————————————————

GEOPOLITCA INTERIORE DI UN ATTACCANTE DI PERIFERIA
Difficile capire dove finisca l’autobiografia e dove inizi il manifesto politico. Perché per Paolo Sollier non c’è niente di più politico della vita stessa. Attaccante con un rapporto piuttosto complesso con il gol, è passato alla storia per le sue esultanze poco frequenti ma celebrate tutte nello stesso modo: con il pugno chiuso alzato al cielo. Un dettaglio che gli ha fruttato esaltazione e repulsione, ma che gli si è appiccicato addosso come carta moschicida, trasformandolo una volta per tutte nell’attaccante militante. Qualcosa che, applicato al calcio, ricorda molto Kunt, il marziano a Roma di Flaiano. Il libro, uscito negli anni Settanta, conserva ancora una robusta carica di attualità. Anche per il modo in cui è scritto. Sollier non fa sconti a nessuno. Soprattutto a se stesso. Mette su carta le sue contraddizioni (come l’amore tormentato per una ragazza fascista), i suoi dubbi, l’incertezza che lo marca stretto come uno stopper. Da qui il racconto si allarga fino a mettere in discussione tutto. Fino ad arrivare ai sindacati (“Non ho mai visto tanti padroni comunisti come adesso, e scusa la contraddizione. Ma il conto è facile: se sei di sinistra, magari con la giunta rossa, ti ritrovi tanta pace in fabbrica. Vuoi che i lavoratori lottino contro il compagno imprenditore? Non sia mai, niente paura, ci pensa il Sindacato”), fino ad arrivare addirittura al Partito (“Nel PCI tutto è sicuro, hai la linea e la controlinea, i fianchi e il culo coperti. Insomma, Il PCI sta sempre peggio e sempre meno risponde alla voglie e alla necessità di lotta”. E ancora: “Il vecchio buon Partito è diventato posato, domestico; fa tutto secondo le regole (borghesi), rispetta i vicini; e sotto sotto fa compromessi e frena”). Tutto per un libro leggero solo nel peso che vale davvero la pena leggere.

Paolo Sollier, Calci, sputi e colpi di testa, Mimesis edizioni, 118 pagine, 12 euro.

——————————————————————

ROBI & IO
Solo un calciatore è stato capace di unificare la frammentaria geografia del tifo italiano. Perché nel corso degli anni Roberto Baggio è diventato sentimento collettivo, icona della nostalgia. Il suo nomadismo nobile (ha giocato, fra le altre, con Fiorentina, Juventus, Milan e Inter) lo ha reso un totem di tutti e di nessuno allo stesso tempo. La sua dimensione naturale è stata l’azzurro della Nazionale. Perché la prima immagine che viene in mente a pronunciare il suo nome è quella di un uomo con un dieci bianco sulla schiena: il cognome coperto parzialmente dal codino, le mani sui fianchi, lo sguardo fisso verso il basso. Il rigore sbagliato a Pasadena gli ha tolto il titolo di campione del mondo, ma gli ha regalato molto di più. Ha dimostrato che anche il talento più cristallino può essere fallibile, che non sempre la grandezza viene intaccata dal fallimento. L’ostensione planetaria del genio di Baggio è avvenuta durante tre mondiali: Italia ’90, USA 1994 e Francia ’98. Ed è da qui che parte il libro di Jvan Sica. Un racconto avventuroso che tiene insieme le vicende di Baggio e quelle dell’autore, in un volume che si fa più romanzo che saggio. Così i gol, i dribbling e le giocate da urlo del campione si mescolano con i cartoni animati, le citazioni filosofiche, i film, le canzoni, le pubblicità, il sesso (più sognato che consumato), il televideo e a tutto quell’universo di riferimenti che rappresentano la bussola di un ragazzo nato negli anni Ottanta. Un viaggio lungo due vite che scorre via veloce, pagina dopo pagina.

Jvan Sica, Il sublime e la speranza – I tre Mondiali di Roberto Baggio, 253 pagine, 16 euro.

Sostieni ilfattoquotidiano.it:
portiamo avanti insieme le battaglie in cui crediamo!

Sostenere ilfattoquotidiano.it significa permetterci di continuare a pubblicare un giornale online ricco di notizie e approfondimenti.

Ma anche essere parte attiva di una comunità con idee, testimonianze e partecipazione. Sostienici ora.


Grazie Peter Gomez

Sostienici ora Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Domeniche Bestiali – In Abruzzo l’arbitro è “albrito”. E in Sicilia il portiere si disseta con una birra offerta dai tifosi dopo un gol subito

next