Il 50esimo giorno di guerra in Ucraina non sarà quello della svolta, ma può spostare gli equilibri del conflitto: l’incrociatore Moskva della flotta russa del Mar Nero, che secondo Kiev è stato colpito mercoledì sera dai missili ucraini Neptune, è ora ufficialmente affondato durante le operazioni di rimorchio condotte dalla Russia. Lo conferma la stessa Mosca, che ha parlato di un incendio sviluppatosi a bordo e dell’esplosioni di munizioni: “L’incrociatore Moskva rimane a galla“, recitava poche ore prima una nota del ministero della Difesa secondo cui l’ammiraglia russa nel Mar Nero sarebbe stata rimorchiata in porto. Così infine non è stato. Ma l’incrociatore è innanzitutto “un simbolo“, spiega a ilfattoquotidiano.it il responsabile geopolitica di Difesaonline, David Rossi. Il fatto che sia fuori uso o affondato “non cambia il conflitto, perché il blocco navale nel Mar Nero resta”. Cambiano però i possibili scenari, perché adesso “i russi sono costretti a modificare completamente l’approccio al blocco navale e stare il più lontano possibile dalla costa“. Se l’ipotesi di uno sbarco a Odessa diventa più remota, “è possibile che gli ucraini possano spostare una parte delle truppe di terra a Kherson”. È nella città a sud di Mykolaiv, alla foce del fiume Dnepr, dove secondo David Rossi va in scena la battaglia cruciale per indirizzare le sorti della guerra.

La mappa dell’intelligence del ministero della Difesa britannico. In blu la probabile avanzata ucraina

Il valore simbolico – Il governatore della regione di Odessa, il colonnello Maksym Marchenko, ha riferito che l’incrociatore missilistico della flotta russa è stato colpito dai missili ucraini Neptune mentre si trovava nelle acque territoriali ucraine davanti all’Isola dei Serpenti. Il ministero della Difesa russo, invece, ha sempre parlato di un incendio che ha causato l’esplosione delle munizioni a bordo. Se l’attacco missilistico fosse confermato, per Kiev sarebbe un enorme successo soprattutto simbolico. Il Neptune è un’arma di fabbricazione ucraina, sviluppato sulla base del missile cruise sovietico Kh-35, adottata dalle forze ucraine solo lo scorso anno. Secondo il Center for International Maritime Security, sarebbe il suo primo utilizzo noto dall’inizio del conflitto. Infine, a completare il valore simbolico della vicenda, va ricordato che l’incrociatore Moskva era una delle navi che, nei primi giorni del conflitto, avevano circondato e minacciato di bombardare la piccola isola dei Serpenti, da dove un piccolo manipolo di militari ucraini, alla richiesta russa di arrendersi, risposero mandandoli a quel Paese.

Il danno per Mosca – La perdita dell’incrociatore, qualunque sia stata la causa, è però anche “un danno tecnico importante”, sottolinea sempre Rossi. Lunga 186 metri, con un equipaggio di quasi 500 marinai (che è stato evacuato, come ha ammesso Mosca), l’incrociatore è l’orgoglio della Flotta russa nel Mar Nero. Varata negli anni Ottanta dall’allora Marina sovietica come Slava, la nave è stata ribattezzata Moskva nel 1995. Ha subito diverse ristrutturazioni in anni recenti, per rimanere efficiente nonostante i decenni di servizio. L’incrociatore è armato con missili antinave ed antiaereo, missili torpedo e di difesa missilistica. Secondo le agenzie russe, aveva a bordo 16 missili da crociera anti nave Vulkan che hanno una gittata di almeno 700 km. Dall’inizio del conflitto ha avuto un ruolo chiave nel sancire la supremazia russa nel Mar Nero e in particolare al largo di Odessa: sotto l’ombrello protettivo della Moskva, le unità da sbarco hanno potuto avvicinarsi più volte al porto più grande dell’Ucraina e tenere la città costantemente sotto minaccia.

Le conseguenze sul campo – Ora invece “i russi sono costretti a stare il più lontano possibile dalla costa”, spiega Rossi. Secondo l’analista, adesso l’ipotesi di uno sbarco a Odessa non è più una possibilità concreta: “Non è che diventa impossibile perché manca una nave, ma adesso diventa evidente che gli ucraini possono affondare tutte le navi”. E questo cambia lo scenario del conflitto: “Potrebbe aumentare la pressione su Kherson, perché è possibile che gli ucraini possano spostare lì una parte delle truppe di terra”. La controffensiva ucraina su Kherson “è molto più importante“, prosegue l’analista, perché se Kiev dovesse riprendere il controllo della città, “i russi che si trovano a nord di Kherson sarebbero costretti a precipitarsi a sud, lo stesso le truppe che si trovano a Enerhodar. Altrimenti rischierebbero di ritrovarsi gli ucraini alle spalle“.

I nuovi possibili sviluppi – In uno scenario del genere, quindi, “i russi si precipiterebbero a difesa della Crimea e il fronte sud-occidentale crollerebbe completamente”. Rossi precisa che si tratta appunto di uno scenario, “però adesso diventa un po’ più probabile“. “Con il fronte sud-occidentale in queste condizioni, non è che sarebbe finita la guerra ma sarebbe una svolta importante“, spiega il responsabile geopolitica di Difesaonline. A suo avviso, Kherson diventa un luogo strategico anche più del Donbass, “dove le forze si equivalgono”. In città “la resistenza popolare unita a un’attiva presenza delle forze ucraine a Mykolaiv sta dando dei buoni risultati”, analizza Rossi. Ricordando anche “gli attacchi all’aeroporto di Chornobaivka” e “il fatto che gli ucraini di recente abbiano di nuovo preso il controllo di 15 località in quella zona”. “Se dovesse crollare Kherson – conclude Rossi- a quel punto sarebbe sotto minaccia la Crimea e i russi dovrebbero dividere le loro forze”.

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