Ogni quattro anni, con le estati olimpiche a riempire giornali ed esultanze, spunta qualche atleta che dal semi anonimato passa alla gloria. Questione di minuti: di prestazioni più o meno perfette che valgono le medaglie ai Giochi e l’ingresso nella ristretta categoria degli sportivi che ce l’hanno fatta. Di solito succede nelle discipline minori, definite così a causa dell’insopportabile vizio di pesare l’importanza di uno sport in base al seguito di pubblico. Ma tant’è. Non è questo il punto. Fatto sta che da essere nessuno, diventi un Dio. Per qualche giorno. E approfitti della ribalta mediatica. E ripensi a tutti i sacrifici fatti. E partono i ringraziamenti. Fateci caso: il primo grazie di solito è per “il mio maestro, quello che ha creduto in me e mi ha spinto a continuare nonostante le difficoltà”. Ecco: i primi maestri, quelli che insegnano sport, che crescono uomini e donne per farli diventare campioni. Vogliamo raccontarli così: capire il loro modo di intendere la competizione, scoprire i loro metodi, conoscere i loro aneddoti, sapere da chi hanno imparato. Ci saranno maestri noti e meno noti, espressione di discipline con grande o poco seguito. Unico comune denominatore: loro sono lo sport che insegnano e che hanno contribuito a migliorare. (Pi.Gi.Ci.)

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“Ho giocato nei dilettanti, arrivando al massimo in Prima Categoria. Ma non ero così bravo da soddisfare la mia voglia di calcio. E allora mi sono messo a fare studi di tattica, tecnica e sulla gestione delle risorse umane: la mia passione l’ho trasferita nel voler diventare allenatore. Non ho incontrato veri maestri nel mondo che ho frequentato da calciatore. Persone eccezionali sì, ma maestri direi di no. Anche quelli a cui mi sarei ispirato più tardi – Sacchi, Ancelotti e Lippi, tra gli altri- li studiavo da distante, dalla tv o andando a vedere le partite allo stadio o gli allenamenti”. Classe 1966, Paolo Nicolato è vicentino di nascita e veronese d’adozione. Dal 2016 lavora per la Federazione italiana. Oggi è commissario tecnico dell’Under 21, dopo esserlo stato dell’Under 18, 19 e 20. Con la 19 ha conquistato un argento all’europeo finlandese del 2018. Nel suo palmares c’è anche lo scudetto nel 2014 del campionato Primavera con il Chievo Verona. “Ho iniziato ad allenare nel 1987, gli anni del calcio di Arrigo Sacchi. Ho attinto molto da lui, poi ho guardato anche ad altro, cercando di farmi contaminare da più cose possibili. All’inizio ero legato ad un’idea fissa, ora sono più aperto a delle soluzioni che un tempo non prendevo neppure in considerazione. Quando sono stato chiamato dalla Federazione, Sacchi era già andato via. Ma è come se ci fosse ancora, perché Maurizio Viscidi porta avanti la sua filosofia con grande competenza”.

Le varie Nazionali giovanili devono giocare tutte nella stessa maniera?
“Gli allenatori delle Nazionali non hanno un modulo comune perché cerchiamo di valorizzare al meglio ogni annata e dunque devi giocare in modo diverso. Ma le linee guida, i principi di gioco, lo sviluppo del gioco o come si interpreta la partita sono gli stessi fino alla squadra di Mancini. Oggi noi giochiamo con il 4-3-3, io parto sempre mettendo i migliori nel posto in cui sanno esprimersi al meglio. Abbiamo giocato anche con il 3-5-2 e nelle under precedenti ho cambiato quasi tutti i moduli esistenti, dipende dalle caratteristiche dei giocatori a disposizione”.

Quale è stato il momento decisivo della sua carriera?
“Ero già stato una decina d’anni tra i dilettanti, a guidare prime squadre. Quando mi arrivò una proposta da Maurizio Costanzi, ora all’Atalanta. Era il 1999, non avevo contatti di natura personale con nessuno nell’ambiente Chievo. Ho fatto i Giovanissimi nazionali, gli Allievi nazionali e poi dieci stagioni con la Primavera, con l’intermezzo della prima squadra dove ho fatto il vice di Corini. È stata una scelta forse più societaria che mia. Mi sono adeguato, alla condizione che sarei potuto tornare indietro quando lo avrei ritenuto opportuno. Furono mesi difficili, un mestiere che non conoscevo e che poi non ho più rifatto anche perché non mi sento portato. Certamente è stata un’esperienza formativa, soprattutto a livello umano. A stagione in corso, una volta raggiunta la matematica salvezza, ho voluto rientrare nelle giovanili”.

E cos’è successo?
“Abbiamo vinto uno storico scudetto con la Primavera, per tutto l’ambiente è stato qualcosa di straordinario. Nel 1999 ricordo che c’era ancora un settore giovanile provinciale, le formazioni erano composte solo da ragazzi del veronese. È stato fatto un grande lavoro. Una di quelle favole che capitano raramente. Ma attenzione, noi arrivavamo alla fase finale tutti gli anni e nelle stagioni appena precedenti al titolo avevamo raggiunto prima i quarti e poi la semi”.

Com’era quel gruppo scudetto?
“I ragazzi erano svegli e maturi, ma non sempre facili da gestire. Calcisticamente sapevano adattarsi a vari tipi di situazione. Come individualità forse non era il migliore gruppo che ho avuto, ma si creò un’alchimia particolare tra i vari componenti. Oggi alcuni di quei ragazzi giocano all’estero, altri in serie C, altri nei dilettanti. Filippo Costa è appena passato dal Napoli al Parma. Mi piace sentirli ogni tanto, magari attraverso i social. Ora il campionato primavera lo seguo meno, lo facevo fino a quando ho allenato la Nazionale Under 19. Oggi il target è diverso: guardo A, B, C e poi l’estero”.

Nel novembre scorso ha fatto esordire Giacomo Quagliata, difensore che gioca in Olanda con Heracles Almelo.
“All’estero gli under giocano di più, perché da noi a 22 anni si è ancora giovani, fuori a quell’età hanno già 100 presenze. È anche una questione di mentalità: qui siamo più mammoni per struttura familiare e cresciamo più tardi”.

Trent’anni fa Cesare Maldini guidava la Nazionale Under 21 al primo titolo europeo della storia italiana. Erano gli anni di Albertini, Dino Baggio, Marcolin, Corini, Melli e Buso.
“Con Nazionali come Portogallo, Inghilterra, Spagna, Francia e Germania non è semplice riuscire a vincere l’Europeo 2023. Un bel traguardo sarebbe arrivare tra le prime quattro, le Olimpiadi sono un mio sogno anche personale. Tonali e Raspadori sono in età ma ormai li considero passati nella Nazionale di Mancini, e ne sono felice. Una soddisfazione che ho avuto anche per Bastoni, Luca Pellegrini, Locatelli, Pobega, Kean, Scamacca e Frattesi”.

Perché oggi si fa più fatica ad arrivare ai risultati degli anni Novanta?
“I problemi sono molti, interni ed esterni al mondo calcio. I ragazzi, oltre alle ore previste dalla loro società sportiva, non fanno più movimento. Una volta si giocava prima e dopo gli allenamenti. I giovani oggi sono meno preparati nell’attività fisica rispetto ad una volta. A 14 anni quasi faticano a toccarsi il naso con un dito. Bisogna trovare soluzioni nuove, lavorare molto di più per tirare fuori i giocatori”.

Cosa si può fare?
“Innanzitutto bisogna rivedere il rapporto scuola-sport. Oggi negli istituti lo sport è in pratica assente o considerato l’ora di svago”.

All’estero vanno diversamente le cose?
“Il calcio è di tutti e può essere fatto bene in tutto il mondo. Ci sono investimenti diversi e una programmazione a media scadenza. E molta competenza. In certe dinamiche tattiche all’estero ci sono spesso superiori, noi forse siamo meno inclini al cambiamento e legati al calcio che ci ha reso vincenti qualche decennio fa. All’estero curano molto anche la tattica individuale, ponendo attenzione nella costruzione del giocatore. Ogni volta che esco dai nostri confini resto a bocca aperta. In Italia abbiamo troppa fretta, cerchiamo il risultato immediato”.

Quando non è in campo ad allenare cosa fa?
“Il tempo fuori dal rettangolo di gioco lo spendo andando a vedere come lavorano gli altri allenatori. Sono stato di recente a Madrid a trovare Ancelotti, che mi ha ospitato anche all’Everton, e Simeone. Si impara da tutti, ovviamente mettendoci del proprio. La curiosità è necessaria”.

Dopo quel biennio non semplice con il Lumezzane in Lega Pro, un giorno si vede in una panchina di Serie A?
“Io vivo alla giornata e non mi pongo limiti. Sono arrivato ad un livello che non avrei mai immaginato: fino a vent’anni fa alla mattina lavoravo come rappresentante per andare al campo di pomeriggio”.

Cosa spera di riuscire a trasmettere ai suoi allievi?
“L’idea per cui se uno si impegna non avrà mai rimpianti. La vittoria non deve essere l’unico obiettivo, ma la conseguenza di un lavoro. Nel mio piccolo credo di esserne l’esempio…”

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