La Banca d’Italia è assai più pessimista del governo su quel che succederebbe all’economia della Penisola nel caso in cui – per decisione nostra o della Russia – i flussi di gas importato da Mosca si interrompessero. Se il Def anche nello scenario peggiore di interruzione delle forniture senza che si riesca a sostituirle con quelle di altri produttori prevede un mini progresso del pil (+0,6% contro il 3,1% che è il nuovo scenario base dell’esecutivo), nel suo ultimo bollettino via Nazionale prefigura in quel caso una nuova recessione. Lunga: ben due anni di prodotto in calo dello 0,5%. Con l’inflazione che volerebbe all’8%. Una batosta, dopo il crollo del 2020 ancora non compensato dal rimbalzo del 2021.

In un primo scenario, più favorevole, si ipotizza che una rapida risoluzione del conflitto in Ucraina determini un “significativo ridimensionamento delle tensioni che attualmente sostengono i prezzi delle materie prime“, contribuendo a dissipare l’incertezza e a sostenere la fiducia. Dalla metà del 2022 i prezzi del gas e del petrolio tornerebbero sui livelli attesi all’inizio di gennaio, annullando gli incrementi impliciti nelle attuali quotazioni dei future. In questo caso il Pil si espanderebbe del 3% quest’anno e del 3,1 nel 2023. L’inflazione sarebbe pari al 4% per cento nel 2022 e scenderebbe all’1,8 nel 2023. Uno scenario intermedio prevede un protrarsi della guerra, i prezzi delle materie prime che restano elevati come preannunciano i contratti future e una compressione della domanda estera di beni e servizi italiani di circa l’1%. In questo scenario la crescita del Pil sarebbe pari al 2,2% nel 2022 e all’1,8 nel 2023. L’inflazione si porterebbe al 5,6 per cento quest’anno e al 2,2 nel successivo.

Lo scenario più severo ipotizza che le ostilità oltre a prolungarsi si aggravino comportando una minore disponibilità di gas per l’Italia “a seguito di un arresto delle forniture dalla Russia della durata di un anno a partire da maggio”. La sospensione, in parte compensata mediante il ricorso ad altri fornitori, si tradurrebbe in una riduzione di circa il 10% della produzione del settore della fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata. Questo causerebbe strozzature per le attività manifatturiere ad alta intensità energetica. In più ci sarebbero “effetti indiretti legati alla minore offerta da parte dei settori a valle e a una diminuzione di occupazione, redditi e domanda aggregata“. I prezzi del gas naturale toccherebbero livelli superiori a quelli dell’inizio di gennaio di 130 punti nel 2022 e di circa 90 nel 2023 mentre il rialzo dei prezzi del petrolio sarebbe di circa 40 e 30 punti, rispettivamente. Il risultato sarebbe appunto un calo del pil “di quasi mezzo punto percentuale sia quest’anno sia il prossimo”. A fronte di quanto prefigurato nel Bollettino economico dello scorso gennaio, il prodotto risulterebbe ridimensionato per più di 7 punti percentuali nel biennio 2022-23. Non basta: “nell’attuale contesto di fortissima incertezza non si possono escludere scenari ancora più sfavorevoli”, precisa Bankitalia.

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