di Pasquale Pugliese, filosofo del Movimento Nonviolento; Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Pace Disarmo

Non mi considero un nonviolento militante, ma ho acquistato la certezza assoluta che o gli uomini riusciranno a risolvere i loro conflitti senza ricorrere alla violenza, in particolare a quella violenza collettiva e organizzata che è la guerra, o la violenza li cancellerà dalla faccia della terra. [Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace]

Nonostante le organizzazioni impegnate per la pace e il disarmo siano al lavoro 365 giorni all’anno con campagne informative e politiche, i “pacifisti” non sono mai stati chiamati tanto in causa nel dibattito pubblico come in questo momento. Ma quasi mai vengono invitati a presentare le loro posizioni: i diversi commentatori ne parlano facendo riferimento ad un’entità astratta, come una massa indistinta sventolante bandiere arcobaleno, della quale sanno poco o nulla per quanto riguarda i riferimenti culturali, le analisi, le ricerche, le azioni, le proposte. Chi vuol parlare di “pacifismo” – per contestare nel merito le posizioni dei pacifisti – dovrebbe almeno conoscere definizioni e questioni, elaborate da decenni di cultura e pratica della nonviolenza, sviluppate e applicate nell’ambito dalla peace research internazionale che ne fondano le proposte. A cominciare dalla conoscenza delle distinzioni semantiche di base, dei principi etici di riferimento, delle norme giuridiche che li recepiscono. Ecco allora alcuni elementi di base.

Conflitti e guerra

Mentre nel contesto anglofono conflict e war fanno riferimento ad ambiti di significato differenti, in italiano le parole “conflitto” e “guerra” vengono usate in modo interscambiabile. E poiché costruiamo i pensieri attraverso le parole che usiamo, questa sovrapposizione di significati porta con sé una confusione nel ragionamento che è di grave ostacolo nella comprensione delle possibilità di soluzioni alternative alle guerre per affrontare i conflitti: è proprio nella differenza tra conflitto e guerra che si apre lo spazio della prevenzione, della mediazione, della riconciliazione. Ossia dell’evoluzione nonviolenta o, almeno, non armata del conflitto. Il conflitto è un elemento fisiologico nelle relazioni umane in tutte le dimensioni, interpersonali, intergruppali, internazionali: i conflitti sono lo spazio della conquista dell’autonomia, dell’emancipazione, dei diritti sociali e civili. Il conflitto è il polemos eracliteo, “padre di tutte le cose”. La guerra è invece la patologia del conflitto, la sua degenerazione violenta, quando nessuno se ne prende cura o, peggio, quando è alimentato con l’invio di armi alle parti in lotta, anziché di mediatori. I quali, tanto nei conflitti interpersonali, quanto in quelli internazionali – a differenza dei commentatori da tastiera – hanno ben presente la distinzione tra conflitto e violenza e la necessità di trattare il primo senza ricorrere alla seconda.

Forza e violenza

Anche i concetti di violenza e forza – che subiscono anch’essi in una confusione semantica – fanno riferimento a due cornici di significato ben distinte. La forza non è necessariamente violenta e non si esercita esclusivamente attraverso la violenza; e la violenza (come sanno gli psicologi) non è sempre indicazione di forza, anzi. Anche la nonviolenza esercita una specifica forza che Mohandas K. Gandhi chiamava satyagraha, ossia “fermezza nella verità”, che si esercita attraverso un metodo, aperto a sempre nuovi contributi, e una varietà potenzialmente infinita di tecniche. Per esempio Aldo Capitini, il filosofo italiano della nonviolenza, ne “Le tecniche della nonviolenza” distingue tra “tecniche individuali” e “tecniche collettive” e Gene Sharp, attivista e teorico statunitense della “Politica dell’azione nonviolenta”, ne elencava fino a 98 già negli anni ‘70 del secolo scorso tra quelle sperimentate nelle lotte nonviolente. Tra le quali, oltre alle classiche campagne gandhiane e ai movimenti per i diritti civili, sono da annoverare anche i tanti ed efficaci episodi di resistenza nonviolenta in Europa durante le occupazioni naziste, a cominciare dalla resistenza danese sulla quale – scriveva Hannah Arendt ne “La banalità del male” – “si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza”.

Pacifismo e nonviolenza

Questo ci porta già all’interno della disambiguazione di senso tra pacifismo e nonviolenza, parole anch’esse usate spesso come sinonimi. In realtà ci sono almeno due differenze da mettere in evidenza. La prima è che culturalmente il pacifismo fa riferimento all’idea irenica di un mondo senza conflitti, ossia pienamente pacificato; sul piano politico questo atteggiamento si manifesta nella condanna delle guerre attraverso forme di protesta, ma senza la costruzione per tempo di alternative credibili e praticabili. L’approccio nonviolento, al contrario, si misura con la consapevolezza dell’esistenza dei conflitti, della loro ineliminabilità e si manifesta con la ricerca e costruzione di alternative positive per affrontarli attraverso strumenti differenti dalla violenza. Per fare questo la nonviolenza opera attraverso un lavoro di ricerca, educazione ed azione volto a decostruire tutti i livelli di violenza, dal più profondo al più superficiale – culturale, strutturale, diretta, secondo l’articolazione che ne ha fatto Johan Galtung, uno dei fondatori dei peace studies – non “svegliandosi” solo in occasione delle degenerazioni belliche dei conflitti, ma operando tutti i giorni per il disarmo e per la costruzione di forme civili, non armate e nonviolente sia di difesa che di intervento. Naturalmente, poiché il lavoro nonviolento avviene sotto traccia giorno dopo giorno – in Italia almeno dal 1948, dall’obiezione di coscienza al servizio militare di Pietro Pinna – è quello meno visibile, meno conosciuto e riconosciuto dal circo mediatico.

Utopia e realismo

Inoltre, le posizioni “pacifiste” vengono accusate di “utopia” mentre la presa d’atto della necessità di guerre e armamenti viene indicata come “realismo”. Eppure lo studio della storia dimostra il contrario: ossia la violenza, e in particolare la violenza estrema ed organizzata della guerra, raramente risolve i conflitti e, anche quando li risolve, non dirime ragioni e torti: i vincitori non necessariamente sono nel giusto, ma sono quelli che fanno il maggiore uso della forza armata. Nel frattempo la macchina bellica prepara la guerra successiva che sarà sempre combattuta con armi più potenti e distruttive della precedente. E, guerra dopo guerra, milioni di morti dopo milioni di morti, l’umanità è ormai sotto scacco di un arsenale atomico che può distruggere più volte l’umanità e il pianeta. Affidare la pace e la sicurezza a più anziché a meno armamenti, alla preparazione della guerra anziché alla preparazione della pace, rappresenta dunque la disfatta del pensiero razionale. La diffusione mediatica di questa credenza copre i concretissimi interessi del complesso militare-industriale (rispetto al quale metteva in guardia le democrazie già il presidente Usa Dwight D. Eisenhower nel 1961), con il costante segno più nei profitti dell’industria degli armamenti: questo sì estremamente realistico e potente. Se anziché sui corpi delle persone le guerre fossero valutate in laboratorio, come esperimenti scientifici sulla loro capacità di dare risposte positive nella risoluzione dei conflitti, sarebbero state abbandonate, almeno, dai tempi di Galileo Galilei.

Etica della responsabilità nella situazione nucleare

Il realismo della nonviolenza affonda le sue radici nella classica distinzione di Max Weber tra ”etica dell’intenzione” e ”etica della responsabilità”. Nell’etica dell’intenzione ci preoccupiamo di avere la coscienza a posto rispetto all’obiettivo da conseguire, qualunque esso sia, e quindi ogni mezzo appare legittimo per raggiungere il fine, senza occuparci delle conseguenze. L’etica della responsabilità, al contrario, si chiede e cerca di prevedere e valutare le conseguenze del proprio agire, per cui se il perseguimento di un obiettivo buono rischia di produrre “effetti collaterali” negativi, bisogna mettere in campo dei mezzi coerenti con i fini da raggiungere. E’ la regola aurea della nonviolenza: “tra il mezzo e il fine c’è lo stesso inviolabile nesso che c’è tra il seme e l’albero” (Moandhas K. Gandhi). Nel nostro tempo, il principio responsabilità, formulato da Hans Jonas che lo ha declinato come “etica per la civiltà tecnologica”, prescrive: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. La quale, da Hiroshima in avanti, è sotto la spada di Damocle della minaccia atomica, colpevolmente rimossa dalla coscienza collettiva dopo l’abbattimento del muro di Berlino, seppur oggi presente più che mai. Dunque qualunque azione politica, soprattutto all’interno di una dimensione di conflitto internazionale, non può non tenere conto della situazione atomica così come definita dal filosofo Günther Anders: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. E’ responsabile e realistico tenerne conto ed agire di conseguenza a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali.

Il “ripudio” del “flagello” della guerra

I Costituenti italiani, per esempio, iniziarono a lavorare alla Costituzione a poco meno di un anno dalla tragedia delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Essa fu scritta con un linguaggio semplice, efficace, inequivocabile. Per questo non sembrò abbastanza chiaro il verbo “rinunciare” della prima stesura dell’Articolo 11, perché avrebbe mantenuto implicitamente l’idea di un diritto al quale si rinuncia, e scelsero il verbo “ripudiare” che contiene il disprezzo per ciò che si è conosciuto e si vuole allontanare per sempre. L’incipit del definitivo Articolo 11 – “L’Italia ripudia la guerra” – diventò così elemento fondante di una storia nuova rispetto al fascismo fondato proprio sul militarismo come elemento identitario. Inoltre, non sembrò sufficiente ripudiare la guerra come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma fu aggiunto anche come “mezzo di risoluzione delle controverse internazionali” perché i Costituenti erano consapevoli che nessun conflitto può essere risolto davvero con la guerra. Soprattutto nell’epoca atomica: è l’introduzione dell’etica della responsabilità nella Costituzione. Il secondo comma dell’articolo 11, infine, che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, fa riferimento alle Nazioni Unite che erano nate già nell’ottobre del 1945 con lo stesso spirito della Costituzione italiana per “liberare l’umanità dal flagello della guerra” attraverso la risoluzione delle “controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo” (Carta delle Nazioni Unite, Art. 2). La Nato, come alleanza militare difensiva, sarebbe stata costituita solo nel 1949.

L’agire nonviolento e la “neutralità attiva”

E’ all’interno di questo orizzonte di senso – etico, politico e giuridico – che agiscono in maniera propositiva e pro-attiva le organizzazioni impegnate per la pace, il disarmo e la nonviolenza oggi riunite nel network Rete Italiana Pace e Disarmo, in collegamento con analoghe reti internazionali, che promuovono da tempo campagne per la riconversione sociale delle spese militari, il controllo del commercio di armamenti, la riconversione civile dell’industria bellica, la costituzione della difesa civile non armata e nonviolenta, la proibizione delle armi nucleari secondo quanto previsto dal Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) del 2017. Queste campagne, in maniera integrata e connessa, oltre a voler liberare ingenti risorse oggi sequestrate dalle spese in armamenti, prefigurano e mettono in campo una capacità di affrontare i conflitti in maniera lungimirante, responsabile e costituzionale. In questo quadro di riferimento, Rete Italiana Pace e Disarmo ha condannato l’azione militare in Ucraina da parte della Federazione Russa e ha proposto la “neutralità attiva”, che fa riferimento non ad un atteggiamento di “equidistanza” tra aggredito ed aggressore, ma ad un approccio pacifista nelle relazioni internazionali come teorizzato e sviluppato autorevolmente, per esempio, anche da Olof Palme, primo ministro svedese durante la guerra fredda dal 1969 fino al suo omicidio nel 1986. La neutralità attiva è sia mezzo che fine. Come mezzo, è la rinuncia la parte del nostro paese ad ogni forma di sostegno, diretto e indiretto, al conflitto armato – compreso l’invio di sistemi militari ad una delle parti – per promuovere una effettiva de-escalation della violenza armata, la via diplomatica e le iniziative nonviolente di interposizione. Come fine, si contraddistingue, sul piano politico e militare, per sostenere la piena autonomia dell’Ucraina nei confronti delle potenze nucleari, Stati Uniti e Russia. Il presupposto fondamentale è naturalmente l’immediato “cessate il fuoco”.

A questo punto, che fare?

Intanto le cose da non fare. Consideriamo l’invio di armi in Ucraina, da parte dei governi occidentali e in specie di quello italiano, una scelta inaccettabile sul piano etico, sbagliata sul piano politico ed al limite della legalità sul piano giuridico. E’ inaccettabile perché – per quanto l’Ucraina abbia deciso si rispondere all’invasione russa con la resistenza armata – l’invio di armi non risponde al principio di responsabilità nel contesto concreto del rischio di guerra atomica tra potenze nucleari che mette in pericolo l’umanità: lo stesso Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha affermato che “la prospettiva di un conflitto nucleare, una volta impensabile, è ora tornata nel regno delle possibilità”. E’ sbagliata perché l’aggiunta continua di armi alle armi già presenti non solo getta benzina su fuoco in un incendio che divampa, allontanando anziché avvicinare il momento del cessate il fuoco, dando forza agli oltranzisti anziché ai negoziatori, ma rappresenta anche un atto concreto di belligeranza. E’ al limite della legalità perché, anche se è stata formalmente osservata la norma della legge 185 del 1990, l’invio di armi rappresenta un atto sostanzialmente contrario al ripudio costituzionale della guerra come “mezzo di risoluzione delle controverse internazionali”.

Che fare, dunque? A questo punto, due cose fondamentali. La prima, sostenere attivamente tutti coloro che – all’interno dei due fronti contrapposti – si muovono con l’etica della responsabilità e la forza della nonviolenza: gli obiettori di coscienza, i disertori, i resistenti alla guerra e i dissidenti alla logica bellica i quali stanno pagando in prima persona e a caro prezzo le loro azioni. Dando voce e forza ai costruttori di pace russi e ucraini che chiedono ai rispettivi governi di deporre le armi e di sedersi al tavolo delle trattative. La seconda: imparare da questi errori e intraprendere già da oggi la strada del disarmo e della nonviolenza anziché una nuova folle corsa agli armamenti, come invece è stato proposto da un ordine del giorno votato ad ampia maggioranza il 16 marzo scorso in Parlamento. Per dare una chance al futuro, prima che sia troppo tardi.

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