Per credere alla pace di Pasqua, che martedì i negoziatori ucraini facevano balenare come possibile – e vorrebbe dire ancora un mese di lutti e devastazioni -, manca l’identikit del perfetto mediatore. O, meglio, l’identikit c’è, ma non è facile trovare chi gli corrisponda e voglia assumersi il ruolo.

Martedì, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha riconosciuto che l’Ucraina non è nella Nato e non vi entrerà. Ma il presidente russo Vladimir Putin non s’è accontentato: “L’Ucraina non è seria nella ricerca di una soluzione mutualmente accettabile”, ha detto. La presa d’atto ucraina coincide con il quarto round di negoziati in videoconferenza tra delegazioni delle due parti. Secondo fonti ucraine, che non trovano eco a Mosca, c’è l’ipotesi di una ‘timeline’ per il ritiro dei russi. Ma il conflitto non accenna a rallentare: ogni notte, sirene, attacchi, vittime; e, di giorno, distruzioni, sofferenze, l’esodo di donne, bimbi, anziani. Fra i caduti, tre giornalisti.

Per fare negoziare Putin, occhi di ghiaccio, algido e distante, e Zelensky, attore passato alla politica e divenuto l’eroe della resistenza di Kiev, ci vuole qualcuno che possa dialogare con entrambi, ma che non sia percepito né dall’uno né dall’altro come ostile – o troppo amico del rivale -; e che abbia gli strumenti, cioè il potere, di fare rispettare eventuali accordi presi.

Sulla scena della diplomazia, si erano prodigati, prima dell’invasione, il presidente francese Emmanuel Macron, che tiene un canale di dialogo aperto, e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Francia e Germania sono i garanti degli Accordi di Minsk del 2014 rivisti nel 2015: Parigi e Berlino li mediarono, ma purtroppo non sono mai riusciti a farli rispettare. L’impressione è che la Russia, scottata da quell’esperienza, non s’accontenti più dei due garanti europei e voglia eventualmente aggiungerci il carico da novanta degli Stati Uniti.

Dopo l’invasione, si sono fatti avanti il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, un prezzemolo delle crisi internazionali, perché ci s’immischia sempre: è riuscito a fare incontrare – però senza esito – i ministri degli Esteri russo Serguiei Lavrov e ucraino Dmytro Kuleba e spedisce in missione a Mosca e a Kiev il ministro degli Esteri Mevlut Cavasoglu; e il premier israeliano Naftali Bennett, che ha buoni rapporti con Putin e con Zelensky, che è ebreo, e propone un incontro a Gerusalemme, città più di guerra che di pace, ma che esercita un forte richiamo ideale e religioso.

Però né Erdogan né Bennett hanno il potere di indurre Mosca e Kiev a rispettare eventuali accordi. Allora, bisogna rivolgersi altrove. Finora, si sono tenuti in disparte il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, e anche la da molti evocata Angela Merkel, che può contare sulla sua esperienza e può vantare una lunga frequentazione con Putin – parla pure russo avendolo studiato nella Rdt dov’è cresciuta e s’è formata come chimica -: due figure di grande autorevolezza internazionale, ma che – come diceva Stalin del Papa – non hanno divisioni.

Resta il presidente cinese Xi Jinping, la sfinge di questa crisi: si astiene all’Onu sulla condanna dell’invasione, ma sostiene l’integrità territoriale del Paese attaccato; è contrario alle sanzioni e ha un’economia che prospera in pace; gli Usa lo sospettano d’aiutare la Russia economicamente e militarmente, ma lui respinge gli addebiti. Xi avrebbe l’autorevolezza e il potere: vorrà esercitarli?

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