“Putin ha ottenuto il massimo risultato con il minimo sforzo, ma da adesso in poi ogni mossa gli costerà molto cara“. Giampiero Massolo, ex diplomatico, poi direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e oggi presidente di Fincantieri e Ispi, parla a Ilfattoquotidiano.it dell’ultima mossa del presidente russo che alza di nuovo la tensione sul fronte ucraino, con le truppe di Mosca che sono entrate nelle repubbliche separatiste del Donbass dopo il riconoscimento del Cremlino. “Adesso tocca al blocco occidentale reagire, ma così la Federazione sa di aver messo alla prova la sua compattezza”.

Con la decisione di riconoscere le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, ufficializzando anche la presenza militare russa in quei territori, Vladimir Putin si è spinto al limite e cerca di portare con sé la Nato. Cosa ne pensa?
Penso che la mossa di Putin sia più oculata di quanto non possa sembrare a un primo sguardo. Innanzitutto ha messo in campo una strategia non nuova per lui: lo aveva fatto nel 2014 in quegli stessi territori e in Crimea e in passato in Georgia e Transnistria. E da quelle esperienze ha imparato una cosa, ossia che l’Occidente difficilmente risponde in maniera muscolare. Onestamente questa mossa è quella che molti osservatori si aspettavano. Adesso tocca al blocco occidentale rispondere.

Cosa vuole ottenere?
Gli obiettivi sono vari e su diversi livelli. Innanzitutto c’è il fronte interno: il suo discorso ha una forte carica ideologica, che parla di un Occidente debole, assertivo, che vuol mantenere un ordine mondiale ormai superato. Sono parole, le sue, che hanno il sapore della rivalsa, nel tentativo di vendicare l’onta della sconfitta nella Guerra Fredda e riproporsi in una posizione almeno paritaria rispetto al blocco Atlantico.

E gli obiettivi fuori dai confini della federazione quali sono?
Ridisegnare l’ordine di sicurezza europeo a sua immagine e somiglianza. Intendo dire che, al momento, sente che la sicurezza nel continente sia troppo sbilanciata su posizioni atlantiste, mentre lui vuol mandare un messaggio opposto: “Nel mio vicinato comando io”. Infine, altro punto fondamentale, vuole dividere il blocco occidentale: nell’immediato ha ottenuto il contrario, è riuscito nell’impresa di resuscitare la Nato e aumentare la coesione in Ue. Ora, certo, queste dovranno rispondere compatte.

Premettendo che un conflitto su larga scala sarebbe disastroso in primis proprio per Putin, qual è il limite che il presidente si è posto?
Putin sa di aver ottenuto il massimo con il minimo sforzo. Non ha fatto altro che ufficializzare una situazione che di fatto era già così dal 2014. Ma se supera certi limiti, mettendosi in testa di puntare verso Kiev o di creare un corridoio di collegamento con la Crimea, ad esempio, rischia di ritrovarsi la Nato più vicina e più compatta di prima. Inoltre, sarebbero mosse che gli costerebbero un dispendio di energie economiche e militari enormi. Credo che abbia ben presenti i limiti da non superare.

In cosa, però, può pensare di ‘battere’ l’Occidente?
Putin è un maestro a usare l’incertezza come un’arma, è un grande vantaggio. Può mantenere uno stato di incertezza più a lungo e meglio del blocco occidentale. Ma ogni ulteriore passo in avanti da adesso avrà un costo anche per lui.

Ma oggi quanto può resistere la Russia a nuove sanzioni?
Questo dipende sempre da che tipo di sanzioni, dal loro peso. Spetterà all’Occidente stabilire quale cocktail di provvedimenti prendere e quanto compatti saranno nel portarli avanti. Sarebbe sbagliato, però, sottovalutare la capacità dei russi di fare sacrifici in nome della rispettabilità e dell’onore della loro Nazione, in questo sono maestri. Certo, si parla di sanzioni che colpirebbero le transazioni finanziarie, il commercio, l’approvvigionamento di tecnologie, scarsamente rimpiazzabile, e anche la libertà di movimento che colpirebbe soprattutto gli oligarchi. Sono sanzioni pesanti alle quali dobbiamo aggiungere anche le ripercussioni sull’export di gas, anche Putin ha molto da perdere da quest’ultima partita.

Gli Stati Uniti hanno qualcosa da guadagnare da questa situazione? Così possono riavvicinarsi all’Europa.
Non sono più i tempi in cui Washington si preoccupava dei rapporti tra l’Europa e la Russia. Stanno vivendo una forte crisi interna e vorrebbero dedicare tutte le loro energie fuori dai propri confini guardando verso l’Asia. Invece non riescono ancora a staccarsi definitivamente dall’Europa e dal medio oriente. Hanno bisogno di un’Europa forte per poterlo fare e questa destabilizzazione non li aiuta.

Twitter: @GianniRosini

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