MMA, acronimo di Mixed Martial Arts, è lo sport professionistico (maschile e femminile) più violento al mondo e che si pone oggi al terzo posto dopo il calcio e il basket, con 450 milioni di tifosi o follower. È una combinazione di pugilato, antiche disclipline nate in Giappone come lo judo, il jujitsu, la kickboxing, il karate di Okinawa, la thailandese muayi, la coreana takwondo, ma anche la franco-genovese savate, la brasiliana capoeira, persino la lotta greco-romana, nata in Italia nel XIX secolo.

Lo spargimento di sangue è praticamente una consuetudine dell’MMA che ha attratto, soprattutto negli Usa, decine di star di Hollywood che non mancano agli incontri (sia in presenza che on line o in tv come la Fox che registra audience da paura): Matt Damon, Leonardo DiCaprio, Ben Affleck, Matthew McConaughey, Zac Efron, Tom Hardy e molti altri non solo assistono agli incontri, ma prendono lezioni finalizzate anche a rendere più realistiche le loro interpretazioni sul grande e piccolo schermo.

Alessandro Dal Lago, già docente di Sociologia della cultura a Milano, Bologna e Genova e visiting professor nella University of Pennsylvania, ha pubblicato un recentissimo e illustratissimo saggio (Sangue nell’ottagono, Il Mulino) che analizza il fenomeno dell’MMA e il travolgente successo di questa disciplina, anche per comprendere perché milioni di spettatori si appassionino così tanto alla vista di lottatori insanguinati che si maciullano all’interno di un ottagono – da cui il titolo del libro – raccontandoci “la genealogia e la storia recente” di questo sport “sullo sfondo di un’analisi dello spettacolo della violenza nella società globalizzata”.

Afferma la modella e attrice Charlize Theron, vera e propria fanatica dell’MMA: “Ne sono ossessionata. Totalmente e profondamente ossessionata. Grido fino a diventare rauca quando vado a vedere quella roba [… ]. E tuttavia, allo stesso tempo, mi chiedo che significhi per me essere attratta da questi uomini sudati, eccitanti, insanguinati, che si spaccano reciprocamente la faccia».

La MMA ha origini lontane che affondano persino nella Bibbia “Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora (Genesi 32, 25-29)”. Quell’uomo era un angelo o forse addirittura Dio e non si impedì di slogare l’anca di Giacobbe, scorrettamente. Anche nel Mahābhārata, il poema religioso fondamentale della cultura Indu si parla di lotte e combattimenti rituali. E il pancrazio dell’antica Grecia (a Sparta anche con atlete donne), un misto di lotta e pugilato ancor oggi praticato, può essere una sorta di antenato dell’MMA, anche se con differenze di carattere sociale. Per non dire delle arene romane.

E così per secoli: in America (dove i pubblici combattimenti a mani nude erano prassi in tutto il XIX secolo (persino il giovane Abraham Lincoln fu un combattente di wrestling come il ventiseiesimo presidente Theodore Roosevelt (1858-1909) che perse un occhio in un combattimento.

La prima manifestazione ufficiale di MMA avvenne negli Usa il 12 novembre 1993 alla McNichols Sports Arena di Denver, Colorado: “otto praticanti di diverse arti marziali – scrive Dal Lago – si sarebbero sfidati per un premio di 50.000 dollari al vincitore – e – di fatto le regole erano pressoché assenti: testate e colpi alle parti basse erano consentiti […] con il solo divieto di morsi” e ditate negli occhi. Niente guantoni, ovviamente. Unica consolazione, un medico di guardia fuori dall’ottagono.

Del resto, a differenza dell’attuale wrestilng dove la lotta è soprattutto spettacolo folkloristico, nell’MMA le botte e i colpi sono veri e fanno molto male. Gira un mare di soldi. Mediamente gli spettatori dal vivo sono 30.000: per un bordo ring pagano 500 dollari (ma in gare d’eccezione per stare in prima fila accanto alla Theron, a Brady o a DiCaprio si arriva a pagare anche 2500 a biglietto). Per i posti più lontani circa 70. Poi ci sono i diritti per le trasmissioni pay-per-view. Dati 2019: 450.000 spettatori a 78 dollari l’uno. Ovvero un fatturato, per un solo incontro, di 35 milioni di dollari! Se li dividono gli organizzatori (UFC) e le tv.

E non va dimenticato come essere atlete donne di MMA “spalanca in certi casi le porte degli studi di Hollywood, come è avvenuto a Gina Carrano e Ronda Rousey” che a noi dicono poco, ma negli Usa sono vere e proprie star. Vederle uscire dall’ottagono con gli occhi pesti, il sangue che cola sul viso, fa un certo effetto e molte di loro devono ricorrere a interventi di chirurgia estetica. E il fatto che in parecchi ritengano riprovevoli questi incontri senza limiti, the show must go on. Eppure questi atleti fra loro si rispettano: il fighter Uriah Hall inginocchiato sul tappeto, testa contro testa con l’avversario Anderson Silva dal volto sanguinante, gli diceva: «Ti voglio bene, sei ancora uno dei più grandi».

I combattimenti cinematografici di Bruce Lee o di David Carradine, visti oggi, sono cosette da studentelli del liceo rispetto a quelli di MMA. Quel cinema che ha dedicato migliaia e miglia di titoli ai combattimenti (Fight Club di David Fincher, uno dei più noti). Conclude Dal Lago, ricordando che l’MMA è gradito a destra come a sinistra: digitando su Google “Mixed Martial Arts” si ottengono più di 17 milioni di occorrenze. “Si può affermate che in una certa misura – che dovrà essere accertata empiricamente – una buona quota della giovane popolazione mondiale è assetata di sangue (dei fighter). Come se i fighter sacrificassero la loro incolumità per portare alla luce la violenza latente nella cultura globale”.

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