La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum sull’eutanasia legale. La Consulta ha fatto sapere che il quesito, che proponeva la depenalizzazione dell’omicidio del consenziente, è stato bocciato perché, “a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”. Ora si dovranno aspettare le motivazioni della sentenza.

Il primo commento è stato di Marco Cappato che, per l’Associazione Coscioni, da mesi si batte per la raccolta delle firme e la sensibilizzazione sul tema: “Questa per noi è una brutta notizia”, ha dichiarato praticamente in lacrime, “credo che sia una brutta notizia per coloro che subiscono e dovranno subire ancora più a lungo sofferenze insopportabili contro la loro volontà. Credo sia ancora di più una brutta notizia per la democrazia del nostro Paese perché sarebbe stata una grande occasione per collegare la realtà sociale con le istituzioni su questo molto disattente”. La presidente del comitato promotore Filomena Gallo, su Twitter, ha aggiunto: “Abbiamo comunque gettato il seme per una nuova stagione laica e di democrazia nel nostro Paese. Grazie a tutti coloro che hanno dato forza alla nostra battaglia”. Mentre l’Associazione Luca Coscioni ha annunciato che “il cammino verso la legalizzazione dell’eutanasia non si ferma. Certamente, la cancellazione dello strumento referendario da parte della Corte costituzionale renderà il cammino più lungo e tortuoso, e per molte persone ciò significherà un carico aggiuntivo di sofferenza e violenza. Ma la strada è segnata”. E ha annunciato: “Non lasceremo nulla di intentato, dalle disobbedienze civili ai ricorsi giudiziari. Ci rivolgeremo anche alle forze politiche e parlamentari, in questi anni particolarmente assenti o impotenti, e prenderemo in considerazione la possibilità di candidarci direttamente a governare per realizzare le soluzioni che si affermano ormai in gran parte del mondo democratico”.

Il comitato per il referendum Eutanasia Legale, promosso dall’Associazione Luca Coscioni, è nato ad aprile 2021 e nel periodo giugno-settembre ha raccolto oltre 1,2 milioni di firme. Una mobilitazione senza precedenti che ha permesso, senza alcun sostegno mediatico, di superare la quota minima di 500mila firme. Ilfattoquotidiano.it ha seguito passo dopo passo la campagna con la sezione speciale: “Referendum eutanasia legale. Un risultato che è stato raggiunto anche grazie all’impegno di 13mila volontari. Una spinta dal basso che ha dimostrato la grande consapevolezza dell’opinione pubblica sull’argomento. Tra i primi leader politici a parlare oggi c’è stato Enrico Letta: “La bocciatura da parte della Corte Costituzionale del referendum sull’ eutanasia legale deve ora spingere il Parlamento ad approvare la legge sul suicidio assistito, secondo le indicazioni della Corte stessa”, ha scritto su Twitter.

LA LEGGE ANNACQUATA – Il problema rimane l’assenza di una legge. Il Parlamento per 40 anni non è stato in grado di trovare un accordo, nonostante le decine di proposte e le continue discussioni: ecco perché il referendum è sempre stata considerata l’ultima chance. Una legge sul suicidio assistito è attualmente in discussione a Montecitorio, ma è stata fortemente annacquata e rischia di essere ancora più restrittiva rispetto a quanto già previsto dalla sentenza della Consulta (sul caso di Dj Fabo) che ha già valore di legge. Al momento infatti è stata introdotto un “meccanismo rigido di obiezione di coscienza che rischia di portare a una paralisi della struttura sanitaria, che invece deve essere obbligata a rispettare le volontà del malato”, aveva messo in guardia Cappato.

IL REFERENDUM E LE RAGIONI DEI PROMOTORI – L’obiettivo del referendum per l’eutanasia legale era depenalizzare l’omicidio del consenziente, punito dall’articolo 579 del codice penale con la reclusione da 6 a 15 anni. Con alcune eccezioni: resta un reato se si tratta di un minore e in questo caso si applicano le pene previste per l’omicidio.

In questi mesi non sono mancate le critiche alla proposta di referendum e il comitato, presieduto da Filomena Gallo, ha replicato punto per punto. La contestazione più frequente che è stata fatta, dice che “l’abrogazione dell’omicidio del consenziente” comporterebbe “una totale liberalizzazione di questa fattispecie” e non solo “la legalizzazione dell’eutanasia”. “Tale scenario”, replicano i promotori, “si fonda su basi giuridiche e sociali errate: infatti gli effetti giuridici di un’abrogazione devono essere valutati alla luce della realtà sociale e della prassi giuridica relativa all’art. 579 c.p. Il nuovo contesto costituzionale nel quale si inserirà la normativa di risulta a seguito del referendum è oggi caratterizzato sia dalla vigenza della legge 219/2017 che definisce le caratteristiche che il consenso del richiedente deve avere nell’ambito di un percorso di fine vita, sia dalla sentenza della Corte costituzionale 242/2019 che individua le circostanze per le quali si possa legittimamente chiedere la morte volontaria”. Inoltre, scrivono ancora i promotori, “l’art. 579 c.p. non verrebbe totalmente depenalizzato“: “Il quesito referendario fa salve le tutele poste per le persone più vulnerabili ovvero i minori, gli incapaci anche parzialmente o con una deficienza psichica momentanea e le persone il cui consenso non è libero, ovvero estorto o carpito con l’inganno. In tutte queste circostanze verrà applicata la norma che punisce l’omicidio doloso”.

I promotori hanno anche respinto qualsiasi tesi secondo cui, se passasse il referendum, “qualsiasi persona depressa potrebbe richiedere di essere uccisa”. Questo perché, dicono, la modifica “non esplicherà effetti di depenalizzazione per fatti commessi contro persone che non abbiano piena coscienza della propria richiesta. La giurisprudenza sull’art. 579 codice penale è sempre stata univoca su questo punto, che dunque non può e non deve essere strumentalizzato dai detrattori del referendum. Infatti viene sempre applicato il reato di omicidio doloso nelle ipotesi in cui il fatto sia commesso nei confronti di una persona inferma di mente o in condizioni di deficienza psichica per altra infermità. A viziare il consenso è sufficiente anche una momentanea diminuzione della capacità psichica che renda il soggetto non pienamente consapevole delle conseguenze del suo atto, come appunto uno stato depressivo o una nevrosi momentanea”.

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