A dieci anni da Dracula 3D è tornato dietro la macchina da presa il maestro del terrore Dario Argento, presentando Occhiali neri in Fuori concorso alla Berlinale. Sarà distribuito nelle sale da Vision a partire dal 24 febbraio, ma intanto, avendo avuto la possibilità di guardarlo in anteprima, devo ammettere che dall’incipit estraniante su una Roma stonata da un’eclisse e da una Ilenia Pastorelli a naso in su, ci si poteva aspettare di meglio. Pensavo a qualcosa di astrologico, ma si tratta di killer e fuga della protagonista sexy che perde la vista a causa di un incidente.

Qui entra in scena la parte migliore del film: Asia Argento. Finalmente matura, brava, anzi perfetta nel ruolo di educatrice tiftologica. Si prende cura della protagonista senza più la vista costruendo una bella amicizia e mostrandoci un lavoro poco conosciuto. Il suo è un personaggio forte e sicuro, ma poteva essere sviluppato di più e meglio, o quantomeno scritto con meno passività nel finale. A proposito di questo, la visione della donna qui è ancora ferma alle pupe anni ’80 sgozzate in serie. Uniche reazioni: strilli e fughe frignanti. Mentre tanti sono gli esempi recenti di donne toste e reattive contro assassini e cattivoni vari. Peccato il maestro abbia mancato l’occasione non parlandoci di sorellanze insanguinate, preferendo impantanarsi nella prevedibile sfilza di vittime con l’amara ciliegina del movente per il killer, duole ammetterlo, debolissimo. Al maestro si può perdonare anche questo, il film è un Argento a prescindere dagli Orsi di Berlino. Quindi da non perdere per gli appassionati dell’horror. Scorre con alcuni momenti gore e avvincenti ma inciampa su una sceneggiatura non solida e alcuni attori del cast, qui poliziotti, per nulla credibili.

Invece esce nelle sale a San Valentino il nuovo film evento di Paolo Ruffini, co-diretto con Ivana Di Biase. Data non casuale perché PerdutaMente, documentario dallo stile lineare, parla di Alzheimer quanto d’amore. In questo originale viaggio per l’Italia Ruffini si confronta con i parenti, i mariti, le mogli e fratelli di persone affette da questa malattia che ne cancella l’identità e quindi anche la capacità di riconoscere chi amavano. Solo la forza di chi li ama riesce a tenere tutto in piedi, perché l’amore può essere la migliore cura, soprattutto laddove la guarigione non è prevista da una degenerazione neurologica implacabile.

Ha già dimostrato di essere un autore molto capace di trattare temi seri con il buon esordio di Up & Down, Ruffini, ma prima si puntava sull’affetto e le capacità inaspettate di ragazzi down alle prese con il teatro. Qui invece l’autore entra con coraggio nei momenti più difficili, quelli di vita vera delle famiglie toccate dall’Alzheimer. Il risultato tocca lo spettatore nel profondo, unico filtro la delicatezza degli autori, ma nessuna scivolata pietista o derive di spettacolarizzazioni gratuite, il tono del doc resta sobrio e le intenzioni oneste sono ritornate in positivo agli autori direttamente dai protagonisti. Ne ho visti alcuni in sala alla presentazione del film ed è stupefacente quanta empatia li abbia legati a Ruffini. Lo storico Istituto Luce ha preso sotto la sua ala distributrice PerdutaMente perché parla di memoria e d’amore, in sala inizialmente come evento dal 14 al 16 febbraio, ma a marzo andrà su Sky e poi ricomincerà il suo tour per i tanti cinema che lo hanno già richiesto.

Ci sono film a basso budget e poi ci sono autori come Riccardo Camilli, capace di girare e interpretare film con poche migliaia d’euro in budget, ma sempre a raccontando buone storie. Il suo Guarda chi si vede ha avuto, come tanti, l’uscita congelata dall’inizio della pandemia, poi la scorsa estate tanti piccoli festival lo hanno premiato e ora grazie a Distribuzione Indipendente esce in sala il 16 febbraio.

Parla di una giovane vedova forse non ancora pronta a conoscere un altro uomo, nonostante amiche e figlia adolescente glielo consiglino sfacciatamente. Si mette in mezzo anche il marito stesso, interpretato da Camilli, che le compare per aiutarla. Ma questo fantasma complicherà o faciliterà le cose? Camilli tratta con sorriso e leggerezza l’elaborazione del lutto suonandole a una certa tivù del dolore e alla vita social, quindi non una black comedy ma una commedia agrodolce mai scontata, incentrata sulla nostalgia e i buoni sentimenti degli affetti familiari, ma imbevuta, come le commedie di Verdone, di tanta romanità.

Da produzioni indipendenti saltiamo alla major Sony, che dopo il successo di Spider-Man No Way Home veste il suo Tom Holland da Nathan Drake, protagonista del celebre videogioco Uncharted. Acrobatica caccia al tesoro snodata su più continenti, proprio al videogame somigliano stile e verosimiglianza di questo promesso blockbuster, in sala dal 17 febbraio, che evita pure scene violente e riferimenti sessuali per accaparrarsi anche il pubblico dei più piccoli a suon di gadget e consolle. Si annovera tra quei film che intrattengono per velocità ed evoluzioni, ma non molto di più, pur rischiando d’esser idolatrato dai fanatici del gaming. Insieme a Holland Antonio Banderas in versione spietato magnate e l’avventuriero truffaldino Mark Wahlberg.

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