“È una vergognosa falsità ” quella secondo cui gli investigatori “hanno voluto insabbiare” le indagini successive alla morte di David Rossi. Una difesa su tutta la linea. Della sua persona e dei colleghi che insieme a lui indagavano sulle questioni che riguardavano Monte dei Paschi di Siena. Durante la sua audizione alla commissione parlamentare di inchiesta sul decesso dell’ex capo comunicazione di Mps, il pm Antonino Nastasi ha fornito la sua versione dei fatti su ciò che è successo la sera del 6 marzo 2013 nell’ufficio di Rossi. Le parole dell’attuale pm di Firenze erano molto attese perché ai primi di dicembre, in un’altra seduta dei lavori della commissione, lo stesso Nastasi era stato accusato dal colonnello dei carabinieri Pasquale Aglieco. Secondo il militare, negli attimi successivi alla morte del manager senese, all’interno del suo ufficio dove era in corso un sopralluogo degli inquirenti il pubblico ministero rispose alla chiamata della parlamentare Daniela Santanchè sul telefono di David Rossi. Un fatto mai emerso prima del dicembre scorso e confermato dalla stessa parlamentare di Fratelli d’Italia, che a dicembre, dopo la rivelazione del colonnello Aglieco, disse all’AdnKronos: “Sono passati tanti anni. Mi ricordo che chiamai David quella sera sul tardi e mi ricordo che qualcuno ascoltò la mia voce, ma non ha parlato per cui io non so chi mi rispose”. Una circostanza completamente smentita oggi da Nastasi, che si è presentato in audizione con i tabulati telefonici che testimoniano come a quella chiamata delle 21.59 del 6 marzo 2013 non rispose assolutamente nessuno.

“Ho memoria certa della telefonata della Santanché perché ero rivolto verso l’esterno – ha raccontato Nastasi – Guardai il display e sul display compariva Daniela Santanché e dissi a voce alta: ‘Sta telefonando Daniela Santanché’. Il telefono squillò per un po’, non ho preso il telefono e non ho risposto al telefono” ha spiegato il pm che all’epoca dei fatti era uno degli inquirenti che stavano indagando sugli affari di Rocca Salimbeni. Non solo. Nastasi ha anche rispedito al mittente la circostanza secondo cui lui stesso avesse contribuito in qualche modo a inquinare la scena del presunto crimine. “Io non mi sono seduto sulla sedia di Rossi e non ricordo nessuno che si sia seduto sulla sedia di Rossi”. E ancora: “Ricordo che il cestino fu rovistato” ha continuato il pm, aggiungendo di credere che il carabiniere “Cardiello si piegò per prendere i biglietti (che erano dentro il cestino ndr) vennero messi sul tavolo e ricomposti”. Nastasi ha anche aggiunto di non aver preso quei biglietti né di aver partecipato alla “loro ricomposizione“: “I bigliettini furono ricomposti sulla scrivania di Rossi e per cautelarli vennero messi in un libro. Non ricordo di aver toccato il libro e io non toccai i biglietti”. Poi la difesa dell’operato suo e dei suoi colleghi: “Ci può essere stato un errore e non dico che non ci possa essere stato, però che così come leggo da anni che ci sia stata la volontà di insabbiare è una vergognosa falsità. Noi non avevamo intenzione di coprire nessuno”.

Prima di entrare nel vivo della sua audizione, Nastasi aveva anche spiegato perché Rossi venne perquisito 15 giorni prima di morire. “Il 19 febbraio venne disposta una perquisizione nei confronti di Mussari (ex presidente Mps ndr), Vigni (ex dg ndr) e Rossi” ha detto Nastasi, spiegando di aver deciso di perquisire l’ex capo della Comunicazione di Mps, che non era indagato, dopo le “sommarie informazioni” rese dall’ex responsabile della segreteria di Mps Valentino Fanti. A Fanti i pm chiesero “chi fossero le persone più vicine a Mussari e Fanti disse che Rossi era uno dei pochi se non l’unico a cui Mussari dava del tu e con cui aveva un rapporto personale“, ha sottolineato il magistrato. “Ritenemmo opportuno procedere a una perquisizione presso l’abitazione e l’ufficio di Rossi per verificare se vi fossero rapporti in essere con Mussari, scambi di email e documenti anche non necessariamente da Rossi verso l’esterno” ha proseguito il pm, sottolineando che non c’era nessun “elemento che poteva portare all’iscrizione di Rossi nel registro degli indagati“.

A seguire la ricostruzione di quella sera e delle circostanze che lo portarono all’interno dell’ufficio di Rossi. A iniziare dal fatto che fu lui ad avvisare Nicola Marini, magistrato di turno nella sera del 6 marzo 2013. “Marini non sapeva nulla e sono stato io il primo ad avvisarlo. Marini mi disse: ‘Venite anche voi, come titolari delle indagini su Mps perché laddove ci siano correlazioni tra la morte di Rossi e le indagini Mps io non sono in grado di valutarlo”, ha raccontato Nastasi. Per questo, ha spiegato, “convengo con la richiesta di Marini e chiamo immediatamente Natalini”, anche lui tra i procuratori che si occupavano delle indagini sulla banca insieme a “Grosso, che però abitava fuori Siena e al quale dissi, ci siamo già io e Natalini, non ti muovere o mi disse lui qualcosa del genere“.

Nastasi poi ha raccontato che “prima di entrare nell’ufficio abbiamo chiesto se fossero stati fatti filmati e fosse stata fotografata la stanza. Volevamo capire se fossero stati fatti i primi rilievi – ha spiegato – se c’erano video e foto e ci fu detto che era stato girato un video che riprendeva i luoghi. Solo dopo si decise di entrare. Se ci fosse stato detto che non era stato fatto nulla, non saremmo entrati”. E cosa trovarono all’interno? “Era un normalissimo ufficio, non c’era traccia di colluttazione né oggetti rotti o fuori posto. Non c’era nessuna traccia di azione violenta posta in essere da terzi” ha assicurato Nastasi, che poi, ricordando chi era presente all’interno dell’ufficio di Rossi, ha sottolineato come il colonnello Aglieco non si trovasse all’interno. “Ho il ricordo di Aglieco fuori da quella stanza” ha ricordato Nastasi. E perché allora Aglieco ha fatto mettere a verbale che il pm Nastasi rispose al telefono di David Rossi? “Chiedetelo a lui – ha detto il magistrato della Procura di Firenze – Quando mi fu detto, il 9 dicembre, che il colonnello Aglieco aveva affermato che avevo risposto al telefono di Rossi alla Santanché ho detto: ‘Non è possibile, io sono certo di non aver rispostò”. E per confermare questa tesi, Nastasi ha mostrato tre tabulati telefonici secondo cui a quella telefonata ricevuta da Rossi alle 21.59 del 6 marzo 2013 da Daniela Santanchè non rispose nessuno.

Secondo le deposizioni precedenti, però, qualcuno ha utilizzato il computer di David Rossi. Nastasi ha confermato, spiegando i motivi di quella circostanza. “Io non ho toccato il mouse di quel computer“. Qualcuno lo ha toccato? Ha chiesto la commissione. “Probabilmente sì, ma per un motivo tecnico e che è agli atti, perché volevamo capire se a schermo c’era qualcosa di rilevante e la cosa meno invasiva da fare in quel momento era toccare il mouse o un tasto del computer” ha detto il pm. Che poi ha proseguito, fornendo dettagli sui primi passi dell’inchiesta: “Iscrivere a omicidio volontario sarebbe stato singolare. Stanza intonsa, bigliettini di addio nel cestino, segni di autolesionismo sul corpo – ha detto – Questo il quadro che ci è stato rappresentato. Dati questi elementi l’unica iscrizione plausibile per poter fare degli approfondimenti, era per istigazione al suicidio. E tutto quanto doveva essere fatto, ai fini degli approfondimenti, in quel momento e nei giorni successivi, è stato fatto”. E ancora: “Non emergono minacce, nessuno riferisce di minacce nei confronti di Rossi, neppure la moglie. Tutti gli elementi portano a ritenere che Rossi si sia suicidato”, ha sottolineato il pm Nastasi ricordando lo stato psicologico in cui versava Rossi e che “emerge in modo lampante dagli atti”. “Da un lato tutti questi elementi e dall’altro il nulla indiziario: l’unica valutazione che poteva essere fatta è quella di una richiesta di archiviazione“, ha concluso il magistrato fiorentino.

Rispondendo alle domande dei membri della commissione, poi, Nastasi ha assicurato che Rossi non fosse intercettato dalla Procura di Siena in merito alle inchieste su Mps: “Non lo avevamo mai neanche chiesto”, ha spiegato, sottolineando che “se fosse sotto intercettazione da un altro ufficio giudiziario non sono in grado di poterlo dire”. E ancora: “Io non ho contezza dell’esistenza di festini e non vi ho mai partecipato. Ho letto gli atti delle Procura di Genova e posso dirle che dagli atti di Genova risulta che Bonaccorsi non mi ha riconosciuto nelle foto mostrate da Carolina Orlandi” ha detto successivamente Antonino Nastasi, rispondendo ad una domanda circa l’indagine, poi archiviata, sui presunti festini a luci rosse a cui avrebbero partecipato alcuni magistrati senesi. “Anche laddove sia data per certa e su questo avrei dei dubbi, l’esistenza dei festini – ha detto Nastasi ricordando il provvedimento di archiviazione – non vi è alcun elemento che l’esistenza di quei festini possano aver interferito sull’attività della procura”.

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