Il Sud e il Nord del mondo sono dappertutto, ma non allo stesso modo. Ieri, il 6 febbraio, si commemorava nell’azione quanto accaduto appena otto anni or sono alle porte di Ceuta, cittadina del regno di Spagna in pieno territorio marocchino. La guardia civile spagnola ha sparato su centinaia di migranti che, a nuoto, cercavano di raggiungere il territorio ‘europeo’ per trovare quanto avevano smarrito in patria. In seguito all’azione violenta delle guardie, vi furono decine di migranti dispersi e almeno dodici cadaveri identificati.

Dare loro un volto, un nome, una storia, una famiglia e immaginarne i sogni infranti è stato un lavoro improbo che solo la paziente tessitura delle famiglie e delle associazioni hanno saputo compiere. Si tratta di Samba, Youssouf, Keita, Yves, Armand, Jeannot, Oumar, Blaise, Daouda, Ousmane, Larios, Nana… e una sconosciuta neppure quindicenne senza nome da ricordare. Originari del Senegal, la Guinea, la Costa d’Avorio e soprattutto il Cameroun dove proprio ieri si è giocata la finale della Coppa Africana delle Nazioni!

Si tratta degli effetti collaterali del sistema che, secondo l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, solo l’anno scorso ha causato la morte di almeno 5.300 migranti nel mondo. Per l’Alto Commissariato per i Rifugiati, per lo stesso anno, i migranti morti cercando di raggiungere l’Europa dalle isole Canarie, dal Mediterraneo centrale e orientale sono stati stimati a oltre 2.500.

Le ferite nello spirito e nella carne dei popoli, delle famiglie e della civiltà sono molte di più dei morti. Il Grande Cimitero dei Sogni Spezzati diventa ogni giorno che passa più grande e capiente. Si allungano le file delle tombe dei Sogni che, com’è noto, costituiscono di gran lunga il patrimonio più importante che una generazione dovrebbe passare all’altra. Templi, cattedrali, moschee, monumenti, invenzioni tecnologiche, mezzi di comunicazione e di trasporto, economie globalizzate e soldi numerici che appaiono e scompaiono a piacimento non bastano. Questo e altro sono poche cose senza i sogni di un mondo uguale e diverso da inventare ogni giorno grazie a coloro che rischiano di fare delle frontiere un varco aperto al futuro.

Nella storia umana non esiste crimine più grande. Confiscare, manipolare, svendere e infine buttare al macero i sogni delle nuove generazioni. Per questo crimine, almeno finora, non c’è nessun perdono disponibile sul mercato dell’ipocrisia che caratterizza il sistema e i suoi derivati. Ci vorrà tempo prima che i sogni ricrescano dai semi buttati nel mare o nei deserti dove la sabbia si trasforma in becchino ambulante. Ciò a cui assistiamo, talvolta impotenti o tacitamente complici, non ha nulla di naturale. L’esclusione di una parte consistente dell’umanità da condizioni di vita dignitose e la pervasività della violenza che ciò rappresenta per la società sono la conseguenza della eliminazione dei portatori di sogni. I danni collaterali sono particolarmente visibili nel modo in cui vengono cancellati migranti e sogni alle frontiere.

Per risuscitare i sogni spezzati c’è solo da mettersi alla scuola dei bambini. Janus Korczack, medico e pediatra polacco di origine ebrea e vittima dell’olocausto nazista, lo esprime in modo particolarmente eloquente.

Dite:
è faticoso frequentare bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
È piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi
fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.

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