Il via ufficiale alle trasmissioni radiotelevisive in Italia avvenne nel 1954 dopo che il 26 gennaio 1952 il governo emanò una convenzione con la quale veniva concessa alla Rai l’esclusiva sull’attività radiotelevisiva. Sono passati settant’anni e la Tv ha camminato insieme al Paese.

Fino agli anni 80, la Rai ha svolto il servizio in regime di monopolio, scelta praticata da tutti i paesi europei. La giustificazione formale di quella scelta fu la ristrettezza delle frequenze, ma vi furono altre motivazioni. Il timore che con la televisione, alla quale si assegnava una elevata capacità di condizionamento, si potesse ripetere l’uso propagandistico dei media praticato dalla dittatura precedente. Sotto la protezione della conquistata democrazia, la scelta del monopolio pubblico fu ritenuta la più pertinente. C’era anche l’idea che solo così la Tv potesse espandersi: il canone era relativamente basso, mentre il costo vero era costituito dall’apparecchio televisivo, che in tempi relativamente rapidi sarebbe peraltro sceso.

E così milioni e milioni di italiani, dopo aver visto la Tv accalcati negli esercizi pubblici, poterono avere il televisore nel salotto di casa. C’era infine un’altra variabile, forse la principale: la pubblicità in Italia nei fatti non esisteva, il paese era ancora sommerso dalle macerie della guerra ed i consumi erano limitati.

La storiografia ha rivalutato in positivo la programmazione della Rai monopolista. La Dc, si rilevò partito “serio” su questo campo. Gli sceneggiati, i documentari, gli spettacoli del sabato sera aprirono un mondo nuovo ad una popolazione che aveva difficoltà a parlare la stessa lingua. Alberto Manzi aiutò tante persone a superare l’analfabetismo, una piaga del paese. La Dc tenne ben salde le leve del comando sull’azienda pubblica, ma si avvalse dei migliori intellettuali di tutte le aree politiche. Intellettuali che avvertirono l’esigenza di aprirsi ad una società sempre più in fermento, fino a quando il ’68 arrivò ai cancelli di viale Mazzini. La Rai si aprì alla sinistra, che puntò inizialmente più sulla programmazione per migliorarla che sulla pretesa di avere ruoli apicali. Si creò una sorta di “compromesso storico televisivo”. Se escludiamo l’informazione, genere che è sempre stato un grave neo della Rai, la programmazione è spesso stata di successo e di qualità.

Negli anni 80, la pressione delle imprese per avere con la pubblicità un mezzo per entrare nelle case degli italiani per invogliarli al consumo, comportò la rottura del monopolio, con relativo ingresso degli operatori privati. I “mille fiori” che alcuni ingenui sognavano si trasformarono quasi subito in un duopolio, quello Rai-Mediaset. A questo punto la politica entrò prepotentemente nella Rai. Il conflitto di interessi è un vulnus alla democrazia che ci portiamo dietro da decenni. La Rai, nella prima fase della competizione dette il meglio di sé. I “grandi” della vecchia Rai, cito come esempio Massimo Fichera, inventarono una nuova televisione, utile e bella da vedere.

I problemi sorsero alla fine degli anni Duemila. I vecchi intellettuali incominciarono ad uscire per limiti d’età nel mentre la Rai, mossa dall’aspirazione di “farsi impresa” (idea peraltro rimasta pura aspirazione), privilegiò le assunzioni di amministrativi trascurando le competenze sui programmi (nell’illusione che fosse sufficiente comprare i programmi). La politica cominciò a stazionare nel palazzo di viale Mazzini ed intanto i problemi gestionali esplosero: il canone non aumentava e la pubblicità diminuiva perché incominciava a favorire il web.

Arriviamo all’oggi. Cos’è oggi un servizio pubblico? È ancora utile alla società?

Nel sintetico racconto che abbiamo fatto, risaltano due concetti: abbiamo definito “seri” i partiti della prima Repubblica nell’approccio sulla questione Rai ed altrettanto “seri” e “bravi” gli intellettuali che lavoravano in Rai ai programmi. Entrambe le situazioni non esistono più, la politica è in crisi ed i programmisti in Rai sono pochi e sottovalutati: le difficoltà della Rai nascono anche per questi due motivi.

Sono le persone che “fanno” la Tv, la sua qualità non dipende dai modelli organizzativi. Non credo, per esempio, che l’organizzazione per generi, che la Rai si è data ora al posto della struttura verticale delle singole reti, sia la panacea di tutti i problemi. Anzi potrebbe accentuarli per la lievitazione di costi e possibile “confusione” delle competenze.

Si dice “fuori la politica” dalla Rai. Giusto in teoria, ma se poi i cosiddetti tecnici si dimostrano non così distanti dalla politica la proposta si rivela inutile. Al punto che sarebbe preferibile mettere un politico vero al vertice della Rai, che in quanto tale conosce meglio le problematiche connesse al pluralismo.

Personalmente penso che siano giustificate le tante critiche rivolte alla Rai. Sono anche convinto che sia necessario un servizio pubblico, come baluardo per la nostra fragile democrazia e come divulgatore di culture.

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