Condannati a 5 anni di carcere per aver ucciso un ragazzino di 13 anni a colpi di pistola, presto potrebbero essere rilasciati usufruendo di un provvedimento di grazia emesso dalla presidenza della Repubblica egiziana. Ciò potrebbe accadere già entro la fine di gennaio: a quel punto avrebbero trascorso in cella meno della metà della pena.

Yusuf al-Araby il 17 maggio del 2017 stava giocando con degli amici nel quartiere Città 6 Ottobre, un’area residenziale a ovest del Cairo, quando è stato colpito alla testa da un proiettile. I medici si sono accorti del bossolo nel cranio del ragazzino solo durante gli esami diagnostici. Il piccolo Yusuf è morto dopo 12 giorni di coma. Per arrivare alla verità sono stati necessari più di diciotto mesi di indagini, con i due responsabili uccel di bosco e la tenacia della madre di Yusuf, Marwa Kanawi, che adesso non si dà pace: “Così me lo ammazzano due volte – racconta a Ilfattoquotidiano.it – Ieri, quando il mio avvocato mi ha avvisato della decisione presidenziale di inserire i due responsabili della morte di Yusuf in un imminente provvedimento di grazia non potevo crederci. Già era stata durissima spingere le autorità investigative a individuare i colpevoli e poi difficile accettare una pena così esigua, adesso l’ennesima mazzata”.

La notizia diffusa ieri ha destato scalpore e choc in Egitto, dove la vicenda della morte di al-Araby all’epoca era stata molto seguita. Tutte le organizzazioni anti-regime e a favore della tutela dei diritti umani hanno espresso un forte dissenso. Prigionieri politici e di coscienza restano per anni, oltre il limite di legge, in attesa di giudizio, ricevono condanne molto più pesanti e non rientrano nei benefici concessi dal presidente Abdel Fattah al-Sisi. Chi uccide un bambino di 13 anni invece può anche farla franca.

È il caso dei due uomini finiti in carcere alla fine del 2019, Taher Mohamed Amin Abu Taleb e Khaled Ahmed Abdel Tawab. Il primo è un agente di polizia e figlio di un importante dirigente ministeriale, l’altro figlio di un defunto membro del Parlamento egiziano. Quel giorno di maggio durante la cerimonia di nozze sono stati loro a esplodere quei colpi, oltre ogni ragionevole dubbio, uno dei quali ha colpito mortalmente Yusuf: “Nessuno di loro ha provato pietà e chiesto scusa per la morte di mio figlio – aggiunge Marwa Kanawi, anche lei attivista per la difesa dei diritti umani – Anzi si sono più volte fatti beffe di lui e di me, rilasciando dichiarazioni offensive e sarcastiche sull’episodio. Il tutto all’interno di un clima ostile nei nostri confronti, dalla politica all’informazione. Un’ostilità crescente verso di me e verso la mia famiglia con ripetuti atti di autentico bullismo. Continuo a ricevere minacce, richieste di mollare la presa, telefonate minatorie nel cuore della notte. Pensano di fermarmi, ma forse non è chiaro con chi hanno a che fare. Io continuerò a lottare, adesso contro questo assurdo provvedimento di grazia verso quei due uomini, quasi degli ‘intoccabili’ visto il tenore delle famiglie di cui fanno parte”.

La madre del 13enne preferisce non ritornare al ricordo di quel giorno terribile. Un amichetto di Yusuf la chiamò per avvisarla che suo figlio si era sentito male ed era stato portato in ospedale. Solo più tardi furono chiare le cause di quell’episodio. Ma quando troverà finalmente pace Marwa Kanawi? “Quando riusciremo a provare al mondo che quei criminali e le persone che li sostengono non sono più potenti della legge”.

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