di Gaetano Fausto Esposito *

“Allorché le ricchezze si restringono in poche mani, allorché pochi sono i ricchi e molti gli indigenti, questa felicità privata di poche membra non farà sicuramente la felicità di tutto il corpo, anzi … ne farà la rovina”, così si esprimeva Gaetano Filangieri nel 1780. La disuguaglianza economica è stata ulteriormente acuita dalla pandemia.

Recentemente è stato pubblicato il World Inequality Report 2022 che misura l’ampliamento delle differenze di reddito e di ricchezza nel mondo. Oggi il livello di disuguaglianza globale sembra essere addirittura superiore a quello esistente alla fine del 1800, tanto che la quota di reddito relativa alla metà più povera della popolazione (circa 2,5 miliardi di persone adulte) è la metà di quella rilevata all’inizio del 1880. In verità nei decenni c’è stata riduzione delle differenze, particolarmente evidente a partire dal Secondo dopoguerra, e durata fino a circa gli anni Ottanta del secolo scorso. Da allora la disuguaglianza globale è aumentata, in particolare quella all’interno dei singoli Paesi, al punto che attualmente il 50% più povero concentra appena l’8% del reddito globale, mentre l’1% della popolazione mondiale (ossia poco più di 50 milioni di persone) si accaparra quasi il 20% di questo reddito e ben il 38% della ricchezza complessiva. Non solo, all’interno dell’1% c’è stata una ulteriore polarizzazione sulle fasce dei multi-miliardari.

La crescita delle disuguaglianze è andata di pari passo con l’affermazione del paradigma neo-liberista e con la grande fiducia riposta nella capacità dei meccanismi di mercato di portare sviluppo e aumento dell’occupazione. Ancora oggi, dopo la grande crisi del 2007-2008, diversi (anche autorevoli) pensano che le disuguaglianze di reddito siano positive, in quanto stimolano l’iniziativa e l’imprenditorialità. Invece è capitato l’esatto contrario: l’aumento del reddito e della ricchezza di pochi ha finito per ridurre il tasso di crescita delle economie occidentali, a fronte della crescita di quelle asiatiche guidate dalla Cina e dai paesi satelliti: altro che “sgocciolamento” dello sviluppo sulle classi meno abbienti!

Questo è accaduto perché gran parte dell’aumento del reddito e dei patrimoni delle persone più ricche è frutto non di “riconoscimento del merito”, ma della lievitazione della ricchezza finanziaria e in particolare di quella azionaria, che negli ultimi anni, pur con alcuni stop, ha subito un grandissimo sviluppo.

L’aumento della disuguaglianza riduce la fiducia nel futuro, blocca l’ascensore sociale, rendendo più statica l’intera società.

La storia ci insegna che quando il ruolo delle istituzioni pubbliche diviene meno forte nella regolazione dell’economia si ampliano i divari, perché minore è l’enfasi sulle politiche di perequazione e l’attenzione al welfare. Con le parole di Christine Lagarde, pronunciate quando era ancora Direttore del Fondo Monetario Internazionale: “Ridurre le disuguaglianze non è solo un fatto moralmente e politicamente corretto, ma anche una questione di buona economia, perché le disuguaglianze pongono problemi in termini di economia e di sviluppo”. E infatti la riduzione delle disuguaglianze favorisce lo sviluppo: secondo l’Ocse la contrazione di un punto del coefficiente di Gini (l’indicatore più usato per misurare i livelli di sperequazione) porterebbe una crescita dello 0,8% nel quinquennio successivo a quello in cui è avvenuta la riduzione.

Ma che cosa è successo da noi? Secondo il World Inequality Report tra il 2007 e il 2019 in Italia la quota di reddito posseduta dal 50% dei meno abbienti si è ridotta del 15% contro un aumento del reddito nazionale del 12%. Recenti analisi svolte da Salvatore Morelli e altri coautori sulla distribuzione dei patrimoni ci dicono che a partire dalla metà degli anni Novanta fino al 2016 lo 0,1% della popolazione ha raddoppiato la ricchezza reale netta (passando dal 5,5% al 9,3% di quella complessiva), mentre il 50% meno abbiente è passato dall’11,7% al 3,5% del totale. Non c’è che dire: un bel peggioramento, soprattutto se la situazione è valutata alla luce dell’aumento della povertà del nostro Paese. Nel 2020 – anche per effetto della pandemia – c’è stato un incremento di quanti versano in situazione di povertà assoluta, circa due milioni di famiglie e 5,6 milioni di persone, raggiungendo il livello più elevato dal 2005.

Oggi circa il 10% della popolazione è in questa condizione, con un picco di quasi il 12% nel Mezzogiorno continentale, ma con una crescita molto elevata soprattutto nel Nord-ovest, che segnala anche l’urgenza di una “questione settentrionale”, accanto alla tradizionale “questione meridionale”.

Sperequazione di redditi e patrimoni e crescita della povertà devono richiamare un impegno ulteriore delle istituzioni (pure a livello mondiale) non solo in termini di welfare (con le diverse forme di reddito di cittadinanza e di emergenza) ma anche di azione redistributiva sui grandissimi patrimoni di natura finanziaria che, a differenza di quelli di natura immobiliare, sono concentrati nel top del top dei redditieri, rilanciando quella responsabilità istituzionale alla base del Next Generation UE, per evitare che alla “felicità privata di pochi” si contrapponga “la rovina di molti” indotta dalla diffusione di un clima di sfiducia, così depotenziando la crescita economica, in una fase in cui l’avanzata della variante Omicron sta portando nuova incertezza.

* Economista, si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. È autore di numerosi saggi sui temi che riguardano i regimi capitalistici, l’economia finanziaria e dello sviluppo, l’economia industriale, l’analisi economico-territoriale e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. E’ Direttore generale del Centro Studi delle camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne” e insegna Economia Politica presso l’Università telematica Universitas Mercatorum.

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