L’esordio dell’euro nell’economia reale data giusto vent’anni: 1° gennaio 2022. Quindi è un anniversario propizio per riflessioni sulla opportunità e sulle prospettive di una moneta condivisa. Una moneta sorta dichiaratamente con l’ambizione di spartire tra ventotto (ora ventisette) paesi europei anche la “governance” politica, come usa dire. Ora, chiedersi se l’euro ha funzionato non è un quesito corretto, è più una domanda retorica. Dal punto di vista economico, esso ha rappresentato un vero e proprio disastro sotto plurimi aspetti, ormai noti pure ai (e innegabili dai) più accesi e convinti unionisti.

L’interrogativo più appropriato dovrebbe essere un altro: la costruzione dell’euro e della progressiva unificazione del vecchio continente su quali fondamenta si basava? Infatti, se esse erano (e sono) “di sana e robusta costituzione”, allora l’edificio era (ed è) destinato a reggere e anche a svilupparsi, ma se tali fondamenta, invece, non lo erano e non lo sono, la sua impalcatura sarà sempre traballante e a rischio di implosione. Ebbene, le premesse che giustificarono l’euro e la Ue sono sostanzialmente due. La prima è di carattere ideale e ha rappresentato la scaturigine del progetto dei famosi “padri fondatori”. La seconda è di carattere “materiale” ed è stata impiegata, da molti successivi sinceri europeisti, per motivare le masse.

La premessa numero uno è la pace; e l’idea connessa che la guerra sia sempre e solo cagionata dai “nazionalismi”. Quindi, togliendo le nazioni, si elimina anche la ragione prima e – secondo tale prospettiva – sostanzialmente unica, dei conflitti. Il ragionamento è ben compendiato dalle parole di Luigi Einaudi (secondo presidente della Repubblica italiano) in una missiva diretta alla rivista Risorgimento liberale, il 3 gennaio 1945: “L’idea dello spazio vitale non è frutto di torbide immaginazioni germaniche o hitleriane; è una logica fatale conseguenza del principio dello stato sovrano. Quella idea non ha limiti. Necessariamente porta al tentativo di conquista nel mondo”.

La premessa numero due è di carattere squisitamente economico (“materiale”, appunto) e consiste nell’ingolosire i popoli con la “carota” di una crescita favolosa e di un benessere senza limiti. Ricordiamo, a tal proposito, la famosa intemerata di Romano Prodi: “Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”. I dati di realtà e i principali indicatori economici sono più che sufficienti a confermarci che le cose sono andate esattamente all’opposto di quanto preconizzato dall’ex leader dell’Ulivo. Oggi non ci vuole un Premio Nobel a capirlo. Ma, a dire il vero, almeno sei premi Nobel ci hanno messo in guardia sul fatto che l’euro, quale moneta sedicente unica (in realtà, un paniere di monete diverse legate da un cambio fisso rigidamente tarato sul Marco), non può funzionare.

Pensiamo ad Amartya Sen, Premio Nobel nel 1998: “L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata”. Oppure a Christopher Pissarides, Premio Nobel nel 2010: “L’Euro divide l’Europa e la sua fine è necessaria per ricreare quella fiducia che le nazioni europee una volta avevano l’una dell’altra”.

A questo punto, ci starebbe bene un altro genere di domanda. Per esempio, l’intramontabile “che fare?” di leniniana memoria. La risposta non è difficile se muoviamo dal fatto che i due presupposti di cui sopra erano, e restano, errati. Il primo è errato perché la storia dimostra come la trovata, apparentemente geniale, di eliminare le nazioni (per cancellare le guerre) porta solo all’edificazione di sovrastrutture ultra-burocratiche, e assai deficitarie sul piano democratico, destinate a sgretolarsi (Jugoslavia docet).

Il secondo è errato perché ce lo dicono vent’anni di “sperimentazione” pratica e ce lo confermano le voci più autorevoli della scienza economica. Senza contare un’evidenza imbarazzante e sottaciuta: se gli auspicati benefici della futura moneta unica erano un buon motivo per entrarci (nell’area euro), oggi i verificati fallimenti della stessa dovrebbero costituire un motivo ancora più stringente per uscirne.

Il che non significa ovviamente, voler buttare il bambino con l’acqua sporca. Non vuol dire, cioè, rottamare anche le speranze di una cooperazione pacifica tra Stati europei. Negli anni Settanta, un importante politologo, il francese Raymond Aron, sosteneva che “non esistono animali della specie cittadini europei. Esistono solo cittadini francesi, tedeschi, italiani”. Sulla stessa lunghezza d’onda, Anthony D. Smith, il quale ebbe a scrivere: “Le identificazioni nazionali posseggono vantaggi precisi sull’idea di un’identità europea unitaria risultando vivide, accessibili, ben piantate, popolari e ancora ampiamente credute, almeno in senso lato”.

Se mai ci capiterà di dover ripartire da zero, con il sogno europeo, è tutto ciò che va ricordato per non sbagliare di nuovo.

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