“Sono targato Livorno 1912”, diceva di sé Giorgio Caproni (1912-1990), poeta, traduttore e critico letterario. Nato nella città toscana, dove trascorre l’infanzia, Caproni cresce e si forma a Genova, dove la sua famiglia si trasferisce nel 1922 – “Genova sono io. Sono io che sono ‘fatto’ di Genova”, dirà in un’intervista del 1965 a Ferdinando Camon.

A partire dal 1935, quando, appena ventitreenne, prende servizio come maestro elementare in Val di Trebbia, tra la Liguria e l’Emilia, la sua vita trascorre lontano dalla città ligure, tra il paesino d’origine della moglie Rosa, conosciuta nel 1937, e Roma, dove abiterà con la famiglia fino alla morte. Tuttavia le sue città del cuore rimangono Genova e Livorno: l’una cantata come la città “di tutta l’intera vita / mia, consumata in salita” (Andando a scuola, vv. 21-22), l’altra riscoperta in età adulta, in occasione di una visita alla tomba dei nonni nel 1949: “Scendo a Livorno e subito ne ho un’impressione rallegrante. Da quel momento amo la mia città, di cui non mi dicevo più”, recita un appunto di quell’anno.

Così, la poesia degli anni Cinquanta è tutta incentrata su Livorno e sul recupero della memoria dell’infanzia, legata a doppio filo alla figura della madre Anna Picchi, la Annina cui è dedicata la raccolta Il seme del piangere, pubblicata da Garzanti nel 1959 e vincitrice, quello stesso anno, del Premio Viareggio. Nel delicato ritratto della madre da ragazza – “una personcina schietta / e un poco fiera (un poco / magra)”, “priva […] di vanagloria / ma non di puntiglio” (La gente se l’additava, vv. 11-16), profumata di cipria e accompagnata dai “suoni fini / (di mare) dei suoi orecchini” (Per lei 5-6) mentre si affretta, la mattina, al lavoro di sarta – prende corpo una poesia “fine e popolare” come la sua protagonista, “ardita / e trepida, tutta storia / gentile, senza ambizione” (Battendo a macchina, vv. 16-19).

“La nostra terra di avventura la possiamo trovare benissimo qui nella nostra città, nel nostro borgo, fra le stesse pareti domestiche“, dirà infatti Caproni in un’intervista televisiva del 1969, prendendo le distanze dall’intellettualizzazione della poesia portata avanti negli stessi anni Cinquanta da altri poeti italiani.

Questo è anche il decennio in cui Caproni comincia a lavorare come traduttore – dapprima per necessità, poi sempre più per passione –, specialmente di autori francesi (Proust, Apollinaire, Frénaud, Céline): come scriveva Mario Luzi nel 1967, nella traduzione Caproni entra in contatto con le proprie più segrete qualità di poeta, in un “progressivo amoroso affinamento” dei ferri del mestiere. Tra questi, per Caproni ha grande importanza la rima, non semplice ornamento ma elemento essenziale della poesia, capace di “far consonare due idee e far scaturire una terza idea, un’emozione nel lettore”, al pari degli accordi nella musica: le sue sono rime “chiare, / usuali” come quelle di Per lei (vv. 1-2), che nella loro orecchiabilità restituiscono intatti il ricordo e il sentimento: “Rime che a distanza / (Annina era così schietta) / conservino l’eleganza / povera, ma altrettanto netta” (vv. 9-12).

D’altra parte, il legame con la musica, cui lo avevano iniziato i genitori, è fondante nell’esperienza poetica di Caproni, che si avvicina alla poesia “di striscio”, quando, ancora ragazzo, si dà a scrivere lui stesso le parole per gli esercizi di composizione. Venuta meno la musica, che deve rinunciare a studiare per contribuire al bilancio familiare, gli rimane il “vizio del paroliere”, alimentato via via dalla scoperta, in “disordinate e infatuate letture”, della poesia moderna – Ungaretti, Montale, Sbarbaro e infine Saba, che arriva solo più tardi a incantare il poeta con la sua musica “quasi settecentesca”, fatta di rime schiette ed emozionali.

Dalla prima raccolta, Come un’allegoria (1936), l’esperienza poetica di Caproni si snoda lungo un arco di quasi sessant’anni, attraverso la “piccola epopea casalinga” di Stanze delle funicolare (1952) e i versi livornesi del Seme del piangere, fino al Congedo del viaggiatore cerimonioso (1965) e alla svolta del Muro della terra (1975), la raccolta che consacra il “grande Caproni” tra i modelli per la poesia contemporanea.

Eppure, a Caproni la parola “poeta” era “estremamente antipatica“, dal momento che non si può essere “eternamente ispirati” – se il compito della poeta sia quello di infrangere l’automatismo del gioco delle carte, della partita che si gioca nella vita, rimane non per nulla una domanda: “Imbrogliare le carte, / far perdere la partita. / È il compito del poeta? / Lo scopo della sua vita?” (Le carte). Meglio allora essere chiamato “scrittore di versi” o “uno che scrive versi”: “Io voglio essere prima di tutto un uomo, ecco”.

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