di Giovanni Perazzoli*

Il tema dell’Economist è la “sinistra illiberale”, ma il punto più profondo a cui si guarda è la crisi del liberalismo classico. Negli Stati Uniti il liberalismo è messo sotto pressione da due autoritarismi, quello della destra populista in stile Trump e quello della sinistra illiberale politicamente corretta. Quest’ultima, nonostante si definisca liberal, è tutta concentrata a cancellare gli individui a favore dei gruppi e delle minoranze, secondo una piramide castale degli esclusi e del risarcimento dei torti, e adottando gli stessi metodi repressivi delle culture oppressive che vorrebbe criticare.

L’individuo del liberalismo è tacciato di essere nient’altro che una copertura del privilegio dei bianchi. Ritornano alcune modalità di pensiero della sinistra radicale e cospirativa, a cui si è aggiunta un’etica identitaria, spesso su base razziale (e quindi razzista). (…)

Se i razzisti reazionari hanno paura dei neri, degli immigrati, degli omosessuali e di un po’ tutti i diversi che alterano un ordine paranoico che non è mai esistito se non nella loro testa, altrettanto razzista e paranoica sembra però essere questa cosiddetta sinistra illiberale. Entrambi gli estremismi ragionano per gruppi: da una parte il razzismo storico americano, dall’altra l’imperativo di combattere la cultura dei bianchi – ma su base “scientifica” (e neanche questa è una novità). (…)

Al solito: la ricerca del paradiso sulla Terra crea l’inferno. L’Economist fa notare che, se per i fanatici religiosi di un tempo il punto di partenza erano le chiese, oggi questo ruolo è ricoperto dalle università americane, da cui ha origine l’ultimo fenomeno di sinistra illiberale. Tra queste, particolarmente attive sono le facoltà umanistiche. Molto diffuso è l’intellettuale ostile al liberalismo, che tendenzialmente è un reazionario mascherato da progressista: il liberalismo non scalda perché non offre una metafisica della verità, non pensa di costruire l’uomo nuovo, non è platonismo, come insegnava un grande intellettuale, questa volta liberale, Isaiah Berlin. (…)

Come siamo arrivati a questo? Per tante ragioni. Certamente il liberalismo – ci ricorda l’Economist – è una disciplina etico-politica difficile: implica mettere da parte i suggerimenti della pancia, per riconoscere (in Italia fa un po’ tenerezza leggerlo) che il merito è più importante dell’appartenenza familiare, che le imprese economiche devono essere esposte alla distruzione creativa del mercato, che quello che pensiamo essere giusto non per questo deve essere imposto in nome di una convinzione salvifica. È difficile accettare che occorre lasciare la libertà di parola anche a chi riteniamo abbia torto marcio. Ma la pancia non è liberale, è fideista. Ha bisogno di ordini e di colpevoli, di nemici a cui, come per incanto, tutto il male del mondo possa essere collegato. La rotta sembra essere così la guerra di religione. (…)

Il programma del progressista sono le opportunità per tutti, senza monopoli di nessun genere, riducendo, per quanto possibile, i privilegi e le rendite di posizione. Ma è qui il grande problema. Probabilmente la distorsione è iniziata con un tentativo meritorio di ridurre le rendite di posizioni e di favorire le opportunità, ovvero con le best practices, incluse le “quote rosa”. Alla lunga, non comprese nella loro natura di correttivi, hanno legittimato l’idea della rivendicazione categoriale come un diritto naturale: mentre non c’è niente di peggio che far valere una rendita di posizione, in economia e adesso anche nell’etico-politico e nella cultura. Invece di favorire le opportunità stappando un contesto di privilegi, si sono formati nuovi monopoli della morale. (…) Tutto questo va a favore della peggiore destra. (…)

In conclusione, l’interlocutore ultimo dell’Economist è il liberalismo stesso, troppo autocompiaciuto della propria superiorità intellettuale. Il Destino, però, non è dalla parte dei liberali, anche perché non esiste. Il liberalismo deve capire che le storture del politicamente corretto e del trumpismo hanno le loro radici nel mito che il benessere ci avrebbe resi nel futuro tutti automaticamente liberali e che non fosse necessario difendere il nucleo culturale dei valori liberali, a partire dall’accesso alle università.

Occorre rendersi conto della serietà e del bisogno di rigore degli studi storici, che non possono essere gestiti da caste ideologiche che si autoriproducono al riparo dalle critiche, come un clero che pone le sue condizioni per espandersi e autopreservarsi. In altre parole: senza opportunità reali, distruzione creativa, critica e proposta, non esiste liberalismo.

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