Sono sincero. L’intervista apparsa sull’Huffington Post a Massimo Recalcati, sparata sui social col titolo “A Cacciari ed Agamben dico: la filosofia può rendere ciechi” mi ha messo di buon umore. Lo dico senza vis polemica alcuna. Tanto cupo è il momento di chi si occupa di clinica in questo tempo, vista la mole inusitata di dolore e senso di finitezza che ingorga i nostri studi, che non appena un amico me l’ha girata l’ho letta pregustando un senso di sollievo che mi avrebbe alleggerito la giornata. E così è stato.

Non mi riferisco a quello che c’è, vale a dire un’atmosfera amicale al profumo di incenso, un brusio confessionale dietro al quale l’intervistato parla dell’altrui ‘vanità’. Ma no! La cosa interessante di questo articolo è quello che manca. La ‘ciccia’ del pezzo è quella che non c’è. E, si badi, la sua incompletezza non è ascrivibile a dimenticanza, ma rivela piuttosto una struttura precisa di un certo modo di intendere il giornalismo. La cifra di questo piacevole interscambio sta in ciò che non viene né scritto, né detto.

L’intervistatore pone all’intervistato la questione degli ‘intellettuali’ e l’utilizzo del loro sapere in tempo pandemico, dandogli il destro per stigmatizzare, senza argomentazione alcuna che non siano luoghi comuni abbondantemente usati da molti, Cacciari, Agamben e quel fronte che ha espresso un pensiero divergente rispetto alle mosse governative in termini di Green pass, limitazioni della libertà, etc. Pensiero da me tenacemente avversato.

L’intervistato dice dei suddetti “hanno piegato la realtà agli interessi dell’ideologia”.

Ecco lo spunto che poteva aprire alla possibilità di leggere un articolo critico, pieno di sale, desideroso di andare al di sotto delle apparenze. Molti, tanti, quasi tutti, si aspettavano questa replica, sapendo chi c’era dall’altra parte: “Scusi, e lei con la teoria di Telemaco fallacemente applicata a Renzi, con il veemente attacco agli avversari del fu rottamatore e la creazione della scuola politica titolata a Pasolini, cosa ha fatto?”. Ecco la domanda che avrebbe potuto esserci, ma non c’era.

Era, giornalisticamente parlando, evidente, macroscopica. Naturale, logica. Era la mucca nel corridoio.

Nel finale del film Palombella Rossa, Nanni Moretti davanti ad un gruppo di persone che assistono alla scena finale del dr. Zivago, osserva in un crescendo di incredulità Jurij che vede passare Lara dalle finestre del tram. “E’ lei! E’ lei!” gridano tutti assieme!

“Bussa! Bussa!” gli intima spronandolo ad uscire dal tram e ad inseguirla. Grida Moretti, irato dal fatto che Jurij tentenni davanti all’evidenza, che esiti nel constatare quello che tutta la folla radunata davanti al televisore non può non vedere: Lara è lei! Ecco, il lettore amante dell’indagine critica, dell’evidenza dei fatti portata come elemento predominate sul gigioneggiare, diventa paonazzo come Moretti davanti a quella domanda che manca.

Davvero l’intervistatore pone all’analista la questione dell’intellettuale e del suo modo di rapportarsi alla politica, dimenticando di chiedergli del suo impegno politico e dell’uso in tal senso del suo sapere? Davvero permette a Recalcati di attaccare intellettuali che hanno fatto del pensiero polemico e non allineato una filosofia di vita, omettendo di chiedergli conto dell’uso della psicoanalisi portata alla Leopolda? No, nulla quaestio.

Nulla del suo tentativo di corroborare il renzismo dandogli una base ‘teorica’ a fondo lacaniano. Nulla del fallace tentativo di validare la teoria del ‘Complesso di Telemaco’ applicandola al fu rottamatore. Nulla sulla scuola Politica titolata a Pasolini durata il giorno della sua inaugurazione e poi chiusa. Nulla su ciò che emerge dall’inchiesta ‘Open’ a carico dell’amico.

All’intervistato che parla di “miseria di un certo giornalismo”, l’intervistatore non ricorda quando, a Leopolda imponente, egli definiva Luigi Di Maio “un ex steward con evidenti difficoltà di ragionamento e lessicali”. Nulla, cari miei. Dimenticatevi di Bob Woodward e Carl Bernstein di Tutti gli uomini del presidente. Questa è un altra storia.

Il pensiero, l’azione, la mobilitazione di Cacciari e altri, per quel poco che i miei rozzi strumenti filosofici mi permettono, non è per nulla condivisibile. Sul piano sociale poi mi trovo fieramente e tenacemente schierato sul fronte opposto, ritenendo la loro azione qualcosa da contrastare con ogni mezzo. Ma Dio li salvi! Dio salvi tutti coloro i quali esprimono un pensiero articolato, avverso a qualsiasi appiattimento verso il potere, il padrone o il politico di turno.

Dio salvi chi esercita il suo ruolo di intellettuale consapevole di andare controcorrente, fregandosene dei luoghi comuni o dell’audience. Dio salvi come il sale della democrazia chi utilizza la propria scienza per mostrare che esiste un modo differente di vedere le cose, prendendosi i rischi di essere contestato, attaccato, insultato. Dio salvi chi sta dalla parte opposta al padrone.

Dio salvi chi antepone la parola ‘contraddittorio’ a ‘monologo’. Dio li salvi perché in questa guerra al Covid sono miei avversari, ma pensano. E non fuggono.

Dio li salvi perché essi rappresentano tutto quello di cui in quest’intervista non c’è traccia: il valore sacro della parola dissonante, non appiattita.

Dunque sia battaglia, dura e sul campo, al gruppo di pensatori che sta polemizzando contro la campagna vaccinale chiamando in causa la Costituzione. Ma lontano da me l’odore salmastro della censura.

Al contempo nessuna paternale politico-sociale da chi ha avallato il renzismo quando era padrone del vapore, e oggi tesse le lodi di Draghi che detiene le leve del comando. Nessuna paternale da chi ha sostenuto Telemaco, ma non ha detto nulla quando questi minacciava di portarci alle urne in piena crisi pandemica, mentre gli ospedali erano vicini al collasso.

Questi articoli, questo modo di indagare il reale, questo giornalismo, è tutto ciò dal quale dobbiamo stare lontani. A questo serve la cultura.

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