Per chi si occupa di psicoanalisi, la decima edizione della Leopolda mantiene un residuo interesse nei suoi aspetti di ripetizione, scemato ormai nel mortale clichè di una riunione di condominio sull’oliatura del cancello. Assai più pregnante è invece una questione che sollevò non poca bagarre nel mondo psy: che fine ha fatto la teoria del ‘Complesso di Telemaco’, forgiata dallo psicoanalista amico di Renzi per validarne la (fu) ascesa, posta a suo tempo come plinto teorico del renzismo, citata dallo stesso Renzi in pompa magna al Parlamento europeo (“La nostra generazione ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, ha il dovere di meritare l’eredità”, disse)?

Noi tutti che di tale teoria abbiamo atteso la verifica, rimanemmo stupiti nell’apprendere (da Repubblica e dall’autore stesso a mezzo Youtube) che la personificazione di questa nuova figura posta tra il clinico, l’epico e il sociologico era Matteo Renzi. Fermammo tuttavia le ghignate in nome del coraggio: era la prima volta che un analista si arrischiava a mettere una propria teoria alla prova dei fatti, in pasto all’opinione pubblica. Fu il gesto audace di un clinico che lasciava la polvere dello studio, sfidando il luogo comune secondo il quale a nessuno è dato sapere se i casi che vengono solitamente utilizzati nei testi degli analisti (tutti) per validare le loro ipotesi abbiano un contraltare che possa contraddirle, secondo il principio della falsificabilità (criterio formulato dal filosofo contemporaneo Karl Popper per separare l’ambito delle teorie controllabili, che appartiene alla scienza, da quello delle teorie non controllabili, da Popper stesso identificato con la metafisica).

Bene, possiamo dire che mai teoria si dimostrò più sbriciolata nei fatti. Sì, perché il prescelto che doveva dimostrane l’efficacia, superare la vecchia politica innervando di desiderio fresco e vitale il Pd dopo aver espulso le vecchie cariatidi e creato un argine contro i deleteri grillini, si è dimostrato in realtà un abile stratega di sopravvivenza, bastonato ad ogni appuntamento elettorale, obbligato da cotante mazzate ad una ritirata culminata in una triste manovra di palazzo vetero-dorotea con la quale ha fondato un proprio movimento. L’ha fatto premurandosi saggiamente di fare il tutto ‘in vitro’, saltando l’appuntamento con la cabina elettorale che lo avrebbe definitivamente annientato. Secondo il principio della falsificabilità, appunto.

Un clinico è padre della sua teoria, e la difende sino alla fine, affrontando la prova dei fatti, anche quando la realtà la frantuma. E’ in questo modo che si traghetta la psicoanalisi da un semplice ambito di pensiero individuale ad un campo di condivisibilità e standardizzazione. Quand’anche la teoria si dimostri fallace, il clinico padre ne sa prendere i cocci e rimetterli in discussione, davanti a a quella platea mediatica eletta a suo tempo ad uditore.

La forza di un teorico non sta tanto nell’accompagnare una teoria quando essa viene comprovata, ma esporsi quando questa si dimostra fallace. Per questo spulcio il programma della 3 giorni per vedere a che ora e in che giorno parlerà Massimo Recalcati. Ma ancora non lo vedo. Sono certo che ci sarà però, che verrà a parlarci di come è andata a finire la storia di Telemaco, ‘il nome del cambiamento’. E’ impensabile che egli la abbandoni senza dirci nulla, dopo tante esternazioni. Mi rifiuto di pensare che oggi egli lasci colui del quale si definì “padre”, restando dentro al Pd, ora che Nicola Zingaretti ha stretto alleanza con la compagine grillina, da lui definita a suo tempo nefasta, e con Bersani e company, quella tremenda elitè mummificata che non voleva tramontare.

E’ certo che ci parlerà ancora dell’applicazione e degli sviluppi della sua teoria, perché, come diceva Lacan: “L’analista, dico, da qualche parte, deve pagare qualcosa per reggere la sua funzione. Paga in parola, paga con la sua persona. Infine bisogna che paghi con un giudizio sulla sua azione. E’ il minimo che si possa esigere”.

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