Quattro interventi, di cui uno ‘fantasma’, in poco più di un mese e un “vantaggio” rispetto al resto d’Europa tanto sbandierato quanto dilapidato con la politica dei piccoli passi, come se quasi due anni di pandemia non abbiano insegnato che anticipare le mosse sia l’unica soluzione per raffreddare le curve. Certo, nel mezzo è arrivata la variante Omicron, ma anche di fronte a quella – cullandosi su una flash survey tardiva – il governo ha balbettato. E nella mossa di fine anno, con il sistema di test&tracing prossimo al collasso, ha bilanciato i cordoni larghi sulle quarantene di chi ha aderito alla campagna vaccinale con una nuova decisa stretta solo per i non vaccinati. La mossa (non finale, visto che Palazzo Chigi parla di un nuovo pacchetto di norme nei prossimi giorni) è stata decisa di fronte a diagnosi quotidiane che corrono verso quota 100mila rischiando di mandare il Paese in un lockdown di fatto, lo spettro che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha sempre voluto evitare puntando sul Green Pass e su una politica di interventi “proporzionali” al rischio.

Quattro decreti in 40 giorni – Assicurando, ancora poco prima delle feste, che le scelte sono guidate dai dati, non dalla politica. Di certo, di fronte al quarto decreto legato alla pandemia dal 24 novembre ad oggi, sarà difficile assicurare che tutto abbia funzionato nella strategia del governo per contrastare la ripresa del contagio, evidente già quando quasi 40 giorni fa venne approvato il “Salva Natale”. Lo scorso anno, quando l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte cambiò in corsa le regole per le festività, firmando due Dpcm nel mese di dicembre, piovvero critiche anche da dentro lo stesso governo. L’allora ministra Teresa Bellanova disse chiaramente che se si era reso necessario un altro decreto “significa che quanto deciso finora non ha funzionato come doveva”. Di fronte alle correzioni di queste settimane, il dissenso è invece stato inesistente. Eppure dietro la necessità di cambiare le regole non c’è solo Omicron, scoperta appena ventiquattrore dopo il primo decreto. Anzi, i ritardi si sono accumulati proprio dal momento in cui la nuova variante è stata resa nota dal Sudafrica il 25 novembre. Con il primo vero intervento datato 23 dicembre, già superato da nuove misure nel giro di sei giorni.

E uno è rimasto ‘in sonno’ – Il decreto del 14 dicembre, che non avrebbe comunque influito sull’immediato, è infatti rimasto ‘in sonno’: avrebbe dovuto estendere lo stato di emergenza al 31 marzo, trascinando a quella data anche l’uso del Super Green Pass in zona bianca, ma non è mai stato pubblicato in Gazzetta ufficiale finendo per essere riassorbito nel provvedimento deciso a poche ore dalla Vigilia di Natale. “L’arrivo dell’inverno e la diffusione della variante Omicron ci impongono la massima attenzione nella gestione della pandemia. Dobbiamo essere prudenti, ma ci avviciniamo al Natale più preparati e più sicuri”, assicurava Draghi in Parlamento il 15 dicembre. Nelle due settimane successive il governo è stato costretto a precipitose correzioni.

Quando Draghi diceva: “Natale normale” – Il governo era convinto da tempo di riuscire a mettere in sicurezza il Natale. Il decreto del 24 novembre, approvato all’indomani della decisione di anticipare la campagna per le terze dosi passando da 6 a 5 mesi per il richiamo, arriva mentre i casi oscillano intorno a quota 15mila al giorno. Prevede la riduzione del Green pass da un anno a 9 mesi e l’estensione della sua validità in anche in zona bianca, dal 6 dicembre al 15 gennaio, per mangiare al chiuso nei ristoranti e accedere alle discoteche. Diventa invece necessario un tampone per utilizzare i mezzi pubblici. Viene inoltre introdotto l’obbligo vaccinale per amministrativi della sanità docenti, militari e forze di polizia. “Con un po’ di restrizioni questo Natale sarà normale per i vaccinati”, dice Draghi in conferenza stampa.

I ritardi dopo la scoperta di Omicron – Il giorno successivo viene scoperta la variante Omicron e stravolge i piani dei governi di tutta Europa. In molti decidono di agire rapidamente, forti anche di un sequenziamento che permette di comprendere come il ceppo virale corra veloce. In Italia invece l’indagine rapida viene disposta dall’Istituto Superiore di Sanità solo undici giorni dopo, il 6 dicembre. E per i risultati bisogna attendere fino al 15: la flash survey imputa ad Omicron lo 0,2 per cento dei contagi. Draghi lo afferma anche di fronte al Parlamento. Predica prudenza e ribadisce: “Ci avviciniamo al Natale più preparati e sicuri”. Le persone positive, fa di conto, “sono 297mila, dodici mesi fa erano 675mila”. Nel giro di due settimane, l’Italia si è ritrovata con due nuovi decreti e, travolta da Omicron, conta esattamente 674mila attualmente positivi.

Il “vantaggio” bruciato – Dopo aver pasticciato il 30 novembre sul tracciamento scolastico con una doppia retromarcia e una soluzione “bluff” affidata al generale Figliuolo, da quel 24 novembre il governo impiegherà esattamente un mese per intervenire con nuove restrizioni. Il Consiglio dei ministri convocato il 14 dicembre, infatti, partorisce un decreto che estende solo lo stato di emergenza e l’uso del Super Green pass in zona bianca fino al 31 marzo. Nessuna nuova misura e, tra l’altro, il provvedimento non arriverà mai in Gazzetta Ufficiale. Sono i giorni in cui si fa un gran parlare del “vantaggio” che l’Italia avrebbe rispetto agli altri Paesi europei e che porta alla stretta sugli arrivi dagli altri Stati membri. Senza però che venga sfruttato né per provare a rallentare la corsa della variante con misure interne né per organizzare un tentativo di risposta alla prevedibile esplosione di contagi. Che arriva puntuale alle porte del Natale, con un poker di record di nuovi casi: il 21 dicembre si registrano 30mila nuovi casi, il giorno seguente salgono a 36mila e il 23 dicembre sono 44mila per poi diventare 50mila appena ventiquattr’ore dopo.

La correzione di Natale – L’Italia ha i pacchi sotto l’albero e le file fuori dalle farmacie. In un certo senso, in effetti, il Natale è al sicuro. Non il Capodanno, evidentemente, se a quel punto il governo interviene di nuovo sulla base di una nuova flash survey dell’Iss, incompleta per la mancanza di dati da alcune Regioni. La cabina di regia viene convocata il 18 dicembre, ma l’appuntamento è fissato solo per cinque giorni dopo. L’esecutivo vuole attendere i dati su Omicron per decidere la proporzionalità delle misure e quel 28% di diffusione stimato dall’Istituto guidato da Silvio Brusaferro finisce per far partorire misure importanti. Il 23 dicembre arriva una nuova estensione del Super Green pass – ridotto a 6 mesi con un nuovo taglio nel giro di quattro settimane – obbligatorio per accedere a stadi, musei e palestre, viene stabilita la chiusura delle discoteche fino al 31 gennaio (al momento senza ristori) e arriva lo stop alle feste all’aperto, torna l’obbligo di mascherina all’aperto e viene introdotto quello delle Ffp2 al chiuso. Cambiano anche le regole per lo somministrazione del booster, possibile a 4 mesi di distanza dalla seconda dose. Non c’è invece alcuna regola per lo smartworking né l’estensione dell’obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici.

La sterzata finale ai 100mila contagi – La categoria, come quasi tutti gli altri lavoratori, si salva anche nell’ultima sterzata a neanche cinque giorni di distanza, su pressioni della Lega e del M5s. Le file chilometriche per effettuare un tampone, i posti introvabili anche in farmacie e centri privati, oltre che milioni di persone in quarantena, spingono a una nuova correzione per evitare che una grossa fetta del Paese si ritrovi contagiata o comunque bloccata perché contatto stretto nel giro di una settimana, determinando una paralisi del Paese nonostante sia tutto formalmente aperto. Mentre il Comitato tecnico scientifico predica prudenza, il governo ha deciso da un lato di estendere il Super Green Pass dal 10 gennaio a trasporti, alberghi, matrimoni, piscine, palestre, ristoranti all’aperto e, dall’altro, di allentare la corda varando un azzeramento della quarantena per chi ha ricevuto il booster o ha completato il ciclo primario da meno di 120 giorni, salvo che non compaiano sintomi. Una scelta che si inserisce ancora una volta nella rotta tracciata mesi fa: “premiare” con minori vincoli l’adesione alla campagna vaccinale, che resta l’unica stella polare di ogni scelta del governo intenzionato a spingere le terze dosi da un lato e non toccare spazi di movimento e attività commerciali. Una strategia che Omicron metterà definitivamente alla prova. E all’orizzonte, come confermato da Palazzo Chigi, c’è già un nuovo Consiglio dei ministri all’inizio del 2022 per un altro giro di vite.

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