Passare dal “bianco” al “giallo” fa rallentare i contagi? Riduce la circolazione virale? Allevia la pressione sugli ospedali? Le zone gialle scattate in questa fase nuovamente espansiva della pandemia hanno parametri meno stringenti rispetto a quelli di un anno fa. E oggi l’unica differenza tra la fascia con meno restrizioni e quella che segna la prima allerta (in cui, da lunedì, si troveranno cinque regioni e due province autonome) è l’obbligo di mascherina all’aperto, senza alcuna ulteriore limitazione prevista per i non vaccinati. Quali sono, dunque, gli effetti? I dati disponibili per le prime regioni e le province che sono passate 15 giorni fa ad una fascia di rischio più alta permettono di delineare una prima fotografia dei risultati ottenuti. Ebbene, la Provincia di Bolzano – che aveva imposto la mascherina all’aperto già in bianco a fine novembre – ha ancora l’incidenza dei contagi più alta d’Italia. Il Friuli Venezia Giulia, giallo da quasi tre settimane, è la Regione messa peggio per quanto riguarda l’occupazione dei posti letto in ospedale da parte di pazienti Covid: 22,4% in area non critica, 18% in terapia intensiva. Già questi due dati da soli – in attesa di capire cosa accadrà in Calabria, retrocessa da una settimana – portano a una conclusione: nei territori dove il giallo è tornato oltre due settimane fa, tra fine novembre e inizio dicembre, al momento le “restrizioni” introdotte non hanno rallentato la corsa del coronavirus.

I dati al giovedì, il passaggio tre giorni dopo – Tra l’altro, resta ad oggi incomprensibile il lasso di tempo che passa da quando, il giovedì, vengono estratti i dati per stabilire il passaggio in zona gialla a quando entra effettivamente in vigore, il lunedì successivo. Per dire: Marche, Liguria, Veneto e Trentino sono finite in giallo sulla base dei parametri del 16 dicembre, ma le regole partiranno dal 20. L’obbligo di mascherina all’aperto potrebbe scattare subito, non appena una Regione supera le tre soglie previste, non avendo impatti su nessun settore economico (la ratio per la quale si era deciso di concedere almeno due giorni di margine). Le prime vere restrizioni, infatti, arrivano con la zona arancione e riguardano solo i non vaccinati: serve il super Green pass per entrare in bar e ristoranti, per andare al cinema o allo stadio, per sciare, per partecipare a una festa, per andare in piscina o palestra. Ma affinché si verifichi questa situazione l’occupazione in area medica deve arrivare al 30%, in terapia intensiva al 20%.

Come stanno le prime ‘gialle’ – Il Friuli Venezia Giulia è in zona gialla dal 24 novembre. L’Alto Adige ci è entrato formalmente una settimana più tardi, ma già da fine novembre la Provincia di Bolzano ha anticipato l’obbligo di mascherina all’aperto. In Friuli Venezia Giulia, rispetto a quando è stata introdotta la zona gialla c’è stato addirittura un peggioramento dei contagi: l’incidenza era a 336,3 casi ogni 100mila abitanti, la settimana successiva è salita a 378 e ora si è stabilizzata a 376,8 contagi settimanali per 100mila abitanti. In Alto Adige invece a cavallo tra novembre e dicembre l’incidenza era schizzata a 645,7 casi. Poi la situazione è leggermente migliorata, arrivando a 556 positivi in 7 giorni ogni 100mila abitanti. Nell’ultima settimana l’incidenza è rimasta sugli stessi valori, risalendo a 556,8 casi. Una sorta di certificazione è arrivata da Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss e portavoce Cts: “Tutte le Regioni hanno le curve in crescita. Per la Provincia di Bolzano si nota un principio di decrescita mentre il Friuli Venezia Giulia ha una crescita stabile”. Già prima, quando scattavano alcune restrizioni (ad esempio la chiusura di bar e ristoranti alle 18), molto spesso la zona gialla non è stata sufficiente per rallentare i casi. Ora, con il solo obbligo di mascherina all’aperto, la sua efficacia, basandosi sui risultati delle prime Regioni che la stanno sperimentando, appare minima.

Le zone rosse in Alto Adige – I dati che arrivano da Bolzano e Trieste sembrano dimostrare che semmai la zona gialla ha portato a una stabilizzazione della crescita dei nuovi positivi. Non abbastanza per evitare conseguenze sugli ospedali: in Friuli Venezia Giulia i posti letto occupati da pazienti Covid sono il 23% in area medica, il 18% in terapia intensiva, a Bolzano sono rispettivamente al 16 e al 18%. Proprio il caso dell’Alto Adige è la dimostrazione che misure più severe possono far abbassare i contagi: la Provincia infatti ha disposto la zona rossa per 20 Comuni tra il 24 novembre e il 7 dicembre, poi a partire dal 29 novembre anche per altri 16 paesi. Così l’incidenza è scesa di quasi 100 casi in una settimana. E ora la situazione degli ospedali è peggiore nella vicina Provincia di Trento, dove l’occupazione è al 18% in area medica e al 21% terapia intensiva. Il Trentino, d’altronde, dovrebbe essere in zona gialla già da almeno una settimana: come rilevato dal ricercatore Vittorio Nicoletta, evitò il passaggio per un solo ricovero e la cabina di regia aveva raccomandato di “valutare l’opportunità di adottare ulteriori e adeguate misure” per “contrastare l’aumento della circolazione virale”. La stessa cosa avvenuta, tra l’altro, il 25 novembre per Bolzano. E in una situazione simile si era trovato anche il Friuli Venezia Giulia.

L’origine dei nuovi parametri – Ma come si è arrivati alle nuove fasce? I parametri sono stati approvati in Consiglio dei ministri lo scorso 22 luglio. Si è deciso di renderli meno stringenti rispetto ai precedenti e anche rispetto alle previsioni di quei giorni: la soglia per il passaggio in zona gialla è stata fissata al 10% di occupazione delle terapie intensive e contemporaneamente al 15% per le ospedalizzazioni. Terapie intensive al 20% e aree mediche al 30% per diventare arancioni e, rispettivamente, al 30 e al 40% per entrare in zona rossa. Il governo inizialmente aveva proposto una soglia al 5% di occupazione dei reparti di rianimazione per passare in zona gialla, mentre le Regioni volevano fissare il limite al 15 per cento. Il compromesso alla fine venne trovato sugli attuali parametri che, dall’introduzione del Green pass “rafforzato”, generano restrizioni minime fino alla zona arancione. Il loro scopo resta quello di sempre: arginare la circolazione virale grazie alle misure contenitive e quindi evitare la crescita delle ospedalizzazioni o almeno rallentarne il ritmo. Una norma protettiva, insomma. L’innalzamento delle soglie – chiesto a gran voce delle Regioni – verteva proprio sul presupposto che i vaccini proteggono dalla malattia grave e quindi la sola incidenza dei casi superiore a 250 casi ogni 100mila abitanti (oggi 10 Regioni la superano e sarebbero stati automaticamente in zona rossa) né i precedenti tassi di occupazione avrebbero fotografato la reale situazione degli ospedali.

I posti a disposizione aumentati – È quanto in effetti sta accadendo, tenendo conto di come le curve di crescita di contagi e posti letto occupati salgano a ritmi decisamente diversi grazie alla copertura vaccinale. Ciononostante, come avvenuto a fine novembre in Alto Adige, in alcune situazioni Regioni e Province autonome si sono ritrovate a dover ridurre le prestazioni ospedaliere o a denunciare una sofferenza dei reparti prima del passaggio in giallo. Non solo. In diversi casi da inizio dicembre, come notato sempre da Nicoletta, alcune Regioni hanno comunicato un incremento di posti letto dedicati a pazienti Covid in area medica pur essendo in bianco. È accaduto il 2 e il 10 dicembre in Emilia Romagna con un totale di circa 1.000 unità in più, il 14 dicembre in Liguria (+39) e il giorno successivo in Lombardia (540). Non è noto se i posti in più siano frutto della riconversione di reparti ordinari in Covid. Di certo, avere a disposizione un numero maggiore di letti nei reparti di area medica dedicati ai pazienti Covid abbassa la percentuale di occupazione e quindi allontana una delle soglie che determinano il passaggio tra una zona e l’altra.

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