Quaranta punti. Quarantacinque reti segnate (miglior attacco) e diciotto subite (miglior difesa). Primo posto in classifica con quattro punti di vantaggio sulla seconda. Davanti a corazzate della Jupiler Pro League (la serie A belga) come l’Anderlecht, il Royal Antwerp di Radja Nainggolan, il Bruges del talento de Ketelaere, il Genk e lo Standard Liegi. È il Royale Union Saint Gilloise, club con sede nel piccolo comune di Saint-Gilles: 44.767 abitanti nell’area metropolitana di Bruxelles. La grande sorpresa di questa stagione in Belgio. Una neopromossa dal passato glorioso quanto antico, assente dalla massima categoria da ben 48 anni.

Si, perché il Saint-Gilloise (fondato nel lontano 1897) ha vinto per 11 volte il campionato belga e due volte la Coppa del Belgio. Una bacheca che la rende la terza squadra belga con più trofei conquistati. Successi arrivati però prima della Seconda guerra mondiale, tra il 1903 e il 1935. Nella storia del club c’è spazio anche per qualche apparizione europea, come la semifinale di Coppa delle Fiere (l’antenata dell’attuale Europa League), nella stagione 1959/1960, dopo aver eliminato ai quarti di finale la Roma di Schiaffino. Tutto questo prima del lento e triste declino, che ha portato Les Unionistes​ fino a toccare la Division 4 belga.

Ora, dopo quasi cinque decenni passati nel dimenticatoio del calcio belga, la realtà è improvvisamente cambiata. L’obiettivo salvezza che si prospettava a inizio campionato ha lasciato il posto a un sogno più grande. Un ribaltamento di prospettiva dal sapore anche italiano. I gialloblù infatti possono contare sull’ex Monopoli (in Serie C) Lorenzo Paolucci e su Felipe Avenatti, uruguaiano con un passato con le maglie di Ternana e Bologna. In campo però i veri trascinatori sono l’attaccante tedesco Deniz Undav (capocannoniere del campionato con 17 reti) e il belga Dante Vanzeir​. Quest’ultimo, reduce da due infortuni al ginocchio che ne hanno messo a rischio la carriera, un mese fa ha esordito in nazionale sostituendo Romelu Lukaku e rappresenta la grande scommessa vinta dell’artefice principale di questo piccolo capolavoro. Un tecnico belga di nazionalità ma italiano di origine: Felice Mazzù.

Calabrese da parte di padre, fa parte di quel gruppo di italiani arrivati in Belgio negli anni ‘50 (Salvatore Mazzù emigrò nel 1952) per scavare nelle miniere di carbone. Una storia fatta di cunicoli bui, fatica e tanta sofferenza. E di pagine tragiche, come quella di Marcinelle del 1956 (256 morti, 136 italiani). Autodefinitosi un “calciatore scarso”, Felice Mazzù forma la sua idea di calcio tra la laurea in educazione fisica e l’insegnamento nelle scuole. La gavetta comincia dalle serie minori, dal Tubize al White Star Bruxelles. Ha la grande occasione nel 2012, ma rifiuta la panchina offertagli dallo Standard Liegi. Dal 2013 al 2019 allena lo Charleroi, la squadra della sua città. Nel 2015 raggiunge l’Europa League, quattro anni dopo la Champions League. Prima di approdare all’attuale club gialloblù, Mazzù siete sulla panchina del Genk, riuscendo a trionfare nella Supercoppa del Belgio 2019. Una carriera vissuta con un unico imperativo in testa: rendere “fiero mio padre”. A Saint-Gilloise ora ha anche l’occasione di scrivere una storia ferma da 86 anni.

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