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Cronaca Nera

Cronaca

16 Dicembre 2021

Ultimo aggiornamento: 13:54 del 16 Dicembre 2021

Covid, la Danimarca autorizza l’uso della pillola di Merck: è il primo Paese in Ue

di F. Q.
Il National Board of Health di Copenaghen autorizza il trattamento anti-Covid realizzato dalla casa farmaceutica americana e commercializzato con il nome di Lagevrio. Gli ultimi dati però dicono che l'efficacia nel proteggere da ricoveri e morte è al 30 per cento
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Danimarca

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La Danimarca approva la pillola di Merck: è il primo Paese Ue ad autorizzare il trattamento anti-Covid realizzato dalla casa farmaceutica americana. Commercializzato con il nome di Lagevrio, il farmaco è stato approvato a metà novembre dal regolatore europeo per un utilizzo in casi di urgenza, in attesa che venga messo definitivamente sul mercato. Da novembre la pillola è autorizzata nel Regno Unito ed è in corso di autorizzazione negli Usa. Ora il via libera del National Board of Health di Copenaghen.

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Per l’antivirale orale sviluppato da Merck Sharp & Dohme in collaborazione con Ridgeback Biotherapeutics, l’Ema aveva emanato a novembre delle raccomandazioni provvisorie per supportare le autorità nazionali in eventuali decisioni sull’uso precoce del prodotto, prima dell’autorizzazione all’immissione in commercio (Aic). Dopo i primi dati che avevano suscitato entusiasmo sulla diminuzione fino al 50% di ricoveri e di morti nei pazienti non gravi, c’era stata però la doccia fredda e quella percentuale è scesa fino al 30%. Mercoledì l’Agenzia europea del farmaco ha iniziato a esaminare i nuovi dati emersi dallo studio principale sulla pillola antivirale molnupiravir (Lagevrio), che mostrano appunto un’efficacia ridotta del farmaco per il trattamento di Covid-19, in termini di riduzione del rischio di ricovero o morte.

Intanto l’azienda farmaceutica Pfizer ha reso noto che gli studi clinici hanno confermato l’efficacia della sua pillola antivirale contro Covid-19, che ha ridotto i ricoveri e i decessi tra le persone a rischio di quasi il 90% quando è stata assunta nei primi giorni dopo la comparsa dei sintomi. L’azienda ha anche affermato che il trattamento sembra essere efficace contro la variante Omicron. Per l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, “se autorizzato o approvato, questo potenziale trattamento potrebbe essere uno strumento fondamentale per aiutare a fermare la pandemia”.

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  • 01:51 - E' morto Sandro Mazzola, bandiera eterna dell'Inter

    (Adnkronos) - E' morto Sandro Mazzola, campione dell'Inter e della Nazionale. Avrebbe compiuto 84 anni il prossimo 8 novembre. Figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga, Sandro Mazzola ha legato tutta la sua carriera all'Inter, con cui ha giocato per 17 stagioni conquistando 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Con la Nazionale italiana vinse l'Europeo del 1968 e fu protagonista del Mondiale del 1970. È considerato una delle più grandi bandiere della storia nerazzurra e uno dei più forti calciatori italiani di tutti i tempi.

    "Sandro Mazzola è stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra. Lui è stato la storia dell'Inter: ci è entrato da ragazzino e non ci è più uscito. Sulle spalle un fardello pesante, il ricordo di un papà che pareva invincibile. Nel destino, due leggendari nerazzurri che di fatto lo cresceranno, accompagnandolo nel percorso della storia", il ricordo dell'Inter. "Una sola maglia per tutta la vita, un solo sogno", scrive il club nerazzurro nel ricordare il grande campione con cui ha giocato 17 stagioni, 565 partite ufficiali, con 158 gol.

    Una frase che lo rappresenta bene, pronunciata spesso parlando dell'Inter, era: "L'Inter non è soltanto una squadra, è una parte della mia vita". Oggi il calcio italiano perde uno dei suoi simboli più autentici.

  • 01:48 - Addio a Sandro Mazzola, l'uomo che raccolse l'eredità impossibile

    (Adnkronos) - Lutto nel mondo del calcio italiano. Si è spento nella notte Sandro Mazzola. Un giocatore, una bandiera, un mito. Un calciatore universale, come si direbbe oggi. Una seconda punta. Un 8 e un 10, insieme come le maglie che ha indossato nell’Inter. Mezzala o centravanti? Herrera riuscì a costruirgli addosso il ruolo giusto, per un’esplosione incontrollabile in quell’armata spettacolare che era la Grande Inter.

    Ma la sua storia è prima di tutto quella di un figlio chiamato a convivere con un'assenza e con un'eredità gigantesca. Nato a Torino l'8 novembre 1942, aveva appena sei anni quando perse il padre, Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino, nella tragedia di Superga del 1949. Quel cognome, che per molti sarebbe stato un peso insostenibile, divenne invece la spinta per costruire una delle carriere più straordinarie del calcio italiano.

    Figlio di Emilia Ranaldi e Valentino Mazzola, nacque nel capoluogo piemontese durante la militanza del padre in granata e assieme al fratello minore Ferruccio, nato nel 1945, rimase orfano dopo la tragedia di Superga. Scoperto dall'ex calciatore Benito Lorenzi, il quale era solito accompagnare i bambini allo stadio, si dedicò al calcio dopo aver sostenuto anche dei provini di pallacanestro: approdato all'Inter, mosse i primi passi nel settore giovanile sotto la guida di Giuseppe Meazza.

    Cresciuto all'Inter, fu il simbolo della squadra che negli anni Sessanta conquistò l'Europa e il mondo sotto la guida di Helenio Herrera. Tecnica, intelligenza tattica, eleganza e capacità realizzativa ne fecero uno dei protagonisti della cosiddetta "Grande Inter". Con la maglia nerazzurra vinse quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, scegliendo di restare per tutta la carriera fedele agli stessi colori.

    In Nazionale divenne il volto di un'epoca. La storica "staffetta" con Gianni Rivera divise l'Italia calcistica tra interisti e milanisti, ma contribuì anche a costruire una delle squadre azzurre più amate di sempre. Conquistò l'Europeo del 1968 e raggiunse la finale del Mondiale del 1970, passando attraverso la leggendaria semifinale contro la Germania Ovest, entrata nella storia come la "Partita del Secolo".

    Ma Mazzola è stato più di un campione. È stato il simbolo di un calcio in cui l'appartenenza contava quanto il talento. Per milioni di tifosi rappresentava l'Inter stessa: un giocatore che non ha mai indossato altre maglie, che ha attraversato generazioni diverse e che, anche da dirigente e opinionista, ha continuato a essere un punto di riferimento del calcio italiano. Con la sua scomparsa se ne va uno degli ultimi grandi protagonisti di un calcio che appartiene ormai alla memoria collettiva del Paese. Figlio di una leggenda, riuscì nell'impresa più difficile: diventare lui stesso una leggenda.

  • 01:27 - E' morto Sandro Mazzola, bandiera eterna dell'Inter

    (Adnkronos) - E' morto Sandro Mazzola, campione dell'Inter e della Nazionale. Avrebbe compiuto 84 anni il prossimo 8 novembre. Figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga, Sandro Mazzola ha legato tutta la sua carriera all'Inter, con cui ha giocato per 17 stagioni conquistando 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Con la Nazionale italiana vinse l'Europeo del 1968 e fu protagonista del Mondiale del 1970. È considerato una delle più grandi bandiere della storia nerazzurra e uno dei più forti calciatori italiani di tutti i tempi.

    "Sandro Mazzola è stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra. Lui è stato la storia dell'Inter: ci è entrato da ragazzino e non ci è più uscito. Sulle spalle un fardello pesante, il ricordo di un papà che pareva invincibile. Nel destino, due leggendari nerazzurri che di fatto lo cresceranno, accompagnandolo nel percorso della storia", il ricordo dell'Inter. "Una sola maglia per tutta la vita, un solo sogno", scrive il club nerazzurro nel ricordare il grande campione con cui ha giocato 17 stagioni, 565 partite ufficiali, con 158 gol.

    Una frase che lo rappresenta bene, pronunciata spesso parlando dell'Inter, era: "L'Inter non è soltanto una squadra, è una parte della mia vita". Oggi il calcio italiano perde uno dei suoi simboli più autentici.

  • 00:04 - Diabete e sesso, lo studio rassicura: nessun aumento significativo del rischio di ipoglicemia

    Milano, 18 set. (Adnkronos Salute) - Il sesso non è solo una 'montagna russa' di emozioni. Tecnicamente è un'attività fisica che può portare a consumare elevate quantità di energia per periodi di tempo variabili. Ed è per questo che chi convive con una malattia come il diabete di tipo 1, e deve costantemente tenere sotto controllo i livelli di glucosio, può avere dei timori legati a una delle paure più ricorrenti: l'ipoglicemia. Ma uno studio, forte di tutti i dati e le misurazioni del caso, rassicura: con l'uso di dispositivi di monitoraggio continuo del glucosio (Cgm), i rapporti sessuali sono sicuri per le persone con la malattia del sangue dolce.

    La ricerca verrà presentata al Congresso annuale dell'Associazione europea per lo studio del diabete (Easd) in programma a Milano dal 28 settembre al 2 ottobre. Il lavoro - condotto da Dominica Orłowska della Medical University di Varsavia (Polonia) e colleghi - evidenzia come proprio la paura legata all'ipoglicemia possa influire negativamente sull'intimità e sulla qualità della vita delle persone con diabete 1. I rapporti sessuali possono essere percepiti come un fattore di rischio che porta a livelli pericolosamente bassi di zucchero nel sangue. Gli autori riferiscono che, quando hanno iniziato a chiedere direttamente ai loro pazienti se avessero questo timore, loro hanno confermato che si tratta di un fenomeno reale. Esistono anche alcune evidenze pubblicate al riguardo: in uno studio condotto su 53 giovani adulti con diabete di tipo 1, circa un terzo ha detto di temere l'ipoglicemia durante i rapporti sessuali. È importante sottolineare, tuttavia - chiariscono gli esperti - che tutte le evidenze esistenti provengono da questionari e interviste. La glicemia non era mai stata misurata oggettivamente in questo contesto.

    "Da un lato - spiega Orlowska - il sesso è uno sforzo fisico come un altro e può abbassare la glicemia allo stesso modo. Ma in pratica è diverso, e i nostri pazienti ce lo confermano. L'esercizio fisico può essere pianificato: si può ridurre la dose di insulina, mangiare prima, impostare una modalità di attività sul microinfusore. L'attività sessuale, invece, è solitamente spontanea e si svolge tipicamente la sera o la notte, ovvero nel periodo di maggior rischio di ipoglicemia grave e non riconosciuta. E soprattutto, nessuno ne parla: i pazienti discutono di esercizio fisico con il diabetologo e ricevono consigli concreti, ma quasi nessuno chiede informazioni sul sesso, quindi la paura non viene mai affrontata. Eppure la vita sessuale è fondamentale per la qualità della vita e la paura dell'ipoglicemia può portare le persone a evitare l'intimità".

    In questa ricerca, gli autori si sono proposti di valutare se il sesso sia associato a un aumento del rischio di ipoglicemia negli adulti con diabete di tipo 1, sulla base dei dati del monitoraggio continuo del glucosio. Lo studio ha valutato 12 adulti con diabete di tipo 1 (7 donne, 5 uomini; età mediana 36 anni, intervallo 21-64 anni; indice di massa corporea-Bmi medio di 24 kg/m²) che utilizzavano un sistema di monitoraggio continuo del glucosio ed erano stati arruolati in uno studio osservazionale prospettico.

    I partecipanti erano in trattamento con iniezioni multiple giornaliere di insulina (6 persone) o con terapia con microinfusore di insulina (6 persone, di cui 2 con sistemi di somministrazione automatica). Nessuno dei 5 partecipanti di sesso maschile ha riportato problemi di disfunzione erettile. Nell'arco di 3 mesi, i partecipanti hanno registrato i loro incontri intimi nell'applicazione del sistema di monitoraggio continuo del glucosio. Sono stati analizzati i dati raccolti da 2 ore prima a 6 ore dopo ogni rapporto. Le analisi di sottogruppo hanno valutato gli effetti dell'orario del rapporto (diurno, cioè dalle 6 del mattino alle 20, contro notturno dalle 20 alle 6), del Bmi (inferiore a 25 rispetto a pari o superiore a 25), della durata del diabete e della modalità di somministrazione dell'insulina.

    Sono stati registrati in totale 110 rapporti. Tutti i partecipanti in terapia con microinfusore di insulina hanno riferito di avere rimosso il dispositivo durante l'incontro intimo. Non è stata osservata alcuna ipoglicemia clinicamente significativa. Le variazioni della glicemia non erano correlate alla modalità di terapia insulinica o alla durata del diabete. Nel dettaglio, dalla ricerca emerge che in 64 incontri sessuali (58%) la glicemia media post rapporto è diminuita del 27% (da 180 a 132 mg/dL; statisticamente significativa); nei restanti 46 (42%) la glicemia è aumentata del 34% (da 122 a 164 mg/dL; statisticamente significativo). Entrambi i modelli - aumento e diminuzione della glicemia - sono stati osservati nei rapporti sessuali in tutti i partecipanti.

     Una glicemia pre-rapporto più elevata era associata a una maggiore riduzione post-rapporto nei casi di calo glicemico e a un minore aumento negli episodi di incremento glicemico. I rapporti sessuali notturni (66) sono stati associati a una riduzione statisticamente significativa dei livelli di glicemia (da 165 a 147 mg/dL), mentre quelli diurni (44) non hanno avuto alcun effetto (da 144 a 143 mg/dL). I partecipanti con un Bmi più elevato (25 e oltre) hanno mostrato una maggiore riduzione della glicemia post-rapporto (-10,7%; da 150 a 134 mg/dL, statisticamente significativa) rispetto a quelli con un Bmi inferiore a 25 (-5,6%; da 159 a 150 mg/dL; non statisticamente significativa).

    "I rapporti sessuali negli adulti con diabete di tipo 1 - concludono gli autori - non sembrano aumentare il rischio di ipoglicemia clinicamente significativa, nemmeno di notte. Le risposte glicemiche sono bidirezionali e sembrano essere influenzate dal livello di glicemia pre-rapporto, dal Bmi e dall'ora del giorno in cui si consuma l'incontro intimo. Questi risultati possono supportare la consulenza clinica e contribuire a ridurre l'evitamento dell'attività sessuale legato alla paura dell'ipoglicemia nelle persone con diabete di tipo 1. In un mondo ideale, ogni persona con diabete di tipo 1 dovrebbe utilizzare il monitoraggio continuo del glucosio. Chi non lo fa potrebbe non avere idea se sta avendo episodi di ipoglicemia durante un rapporto sessuale o, in realtà, in qualsiasi altra situazione".

  • 19:56 - Dalla bomba agli algoritmi: perché Trump e Xi cercano regole per la corsa all’AI

    (Adnkronos) - Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping del 24 settembre avrà al centro dazi, terre rare, semiconduttori, Taiwan, Iran e soprattutto intelligenza artificiale

    L’amministrazione Trump ha deciso di rinviare a dopo il vertice l’annuncio di nuovi dazi legati alla sovraccapacità produttiva dei partner commerciali, per lasciarlo sul tavolo come leva negoziale.

    Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha parlato con il segretario di Stato Marco Rubio. La formula scelta da Pechino dice molto: preparare le prossime interazioni ad alto livello “nello spirito di uguaglianza, rispetto e reciprocità”, gestendo le divergenze e rispettando i rispettivi “interessi fondamentali”. Nel linguaggio diplomatico cinese, questi ultimi comprendono soprattutto Taiwan.

    Washington vuole più pressione cinese su Teheran e maggiore cooperazione sui precursori chimici del fentanyl; Pechino, però, continua a muoversi secondo interessi propri e proprio nelle ultime ore, insieme a Mosca, ha bloccato all’Onu una proposta americana sulle sanzioni all’Iran.

    Chi accompagnerà Xi? Fra i nomi valutati ci sono Byd, Catl, Xiaomi, Gotion, Hisense, Bank of China e Cofco. E va detto che Byd e Catl figurano negli elenchi americani delle aziende legate all’apparato militare cinese; le automobili cinesi sono colpite negli Stati Uniti da dazi del 100%; Washington limita inoltre software e hardware cinesi nei veicoli connessi.

    Se la relazione deve essere fondata sulla “reciprocità”, Xi vuole poter portare a Washington aziende che chiedono accesso al mercato americano proprio come Trump, a maggio, aveva portato a Pechino dirigenti di società come Micron e Qualcomm sottoposte a pressioni regolatorie cinesi. La Casa Bianca avrebbe invece respinto l’idea cinese di organizzare una vera tavola rotonda tra Ceo americani e cinesi.

    Alla cena di Stato dovrebbero però esserci Sam Altman, Jensen Huang e, secondo Semafor, anche Tim Cook. Un modo per far uscire l’AI dai tavoli tecnici e apparecchiarla nel gioco diplomatico tra capi di Stato.

    Sul fronte commerciale l’obiettivo minimo sembra essere evitare di tornare alla guerra dei dazi. La tregua raggiunta lo scorso anno scade il 10 novembre; Washington cerca inoltre nuove licenze cinesi per le terre rare e progressi sul Board of Trade, mentre Pechino vuole limitare o rinviare nuove restrizioni americane alla tecnologia. Si parlerà anche di acquisti cinesi di Boeing, prodotti agricoli ed energia e un possibile pacchetto di riduzioni tariffarie reciproche su circa 30 miliardi di dollari di scambi.

    Il Peterson Institute for International Economics descrive lo scenario più plausibile non come una svolta, ma come la prosecuzione di una “uncomfortable truce”, una tregua scomoda: Washington non abbandonerà i controlli sui chip più avanzati e Pechino non rinuncerà alla leva costituita dalle materie prime critiche.

    Scott Bessent, che domenica incontrerà a New York il vicepremier cinese He Lifeng per preparare il summit, ha detto che sull’AI gli Stati Uniti sono disponibili a discutere con la Cina di “shared risks”, rischi condivisi, e persino a evitare una completa biforcazione dei due ecosistemi tecnologici.

    Trump nei giorni scorsi ha respinto l’idea di rallentare lo sviluppo dell’AI, sostenendo che qualsiasi frenata americana finirebbe per favorire Pechino. Il problema fondamentale è lo stesso che divide i laboratori privati: tutti possono preferire un mondo nel quale nessuno corre verso sistemi incontrollabili, ma nessuno vuole essere l’unico a rallentare.

    Per Usa e Cina “sicurezza” non vuol dire la stessa cosa. Nel dibattito americano dominano la perdita di controllo dei modelli, gli agenti autonomi, il bioterrorismo, le cybercapacità e, nelle versioni più estreme, il rischio esistenziale. A Pechino la sicurezza comprende molto più esplicitamente stabilità politica, disinformazione, controllo ideologico e capacità del Partito comunista di governare la tecnologia.

    Dal punto di vista cinese, è difficile prendere per neutrale la richiesta americana di frenare i modelli quando quella stessa richiesta viene accompagnata da proposte per irrigidire i controlli sui chip e impedire alle aziende cinesi di utilizzare la distillation, ovvero l’uso dei modelli occidentali per addestrare DeepSeek, Alibaba e gli altri LLM asiatici.

    Non sorprende che il Global Times, testata controllata dallo Stato cinese, abbia definito le proposte di Dario Amodei da “manuale della Guerra Fredda”: sotto la veste della sicurezza, ci sarebbe il tentativo di congelare il vantaggio americano e contenere la Cina.

    Bill Bishop, autore di Sinocism e tra gli osservatori più seguiti della politica cinese, aveva già abbassato drasticamente le aspettative dopo la presa di posizione di Trump: se Washington stessa non intende rallentare l’AI, le possibilità che Pechino accetti qualcosa di simile diventano ancora più ridotte.

    Il problema è anche matematico. Dal punto di vista cinese un accordo per congelare oggi la corsa assomiglierebbe a una richiesta di congelare un’asimmetria. Gli Stati Uniti dispongono ancora di maggiore capacità di calcolo di frontiera e di un vantaggio nei semiconduttori più avanzati. Per Pechino, accettare limiti quantitativi prima di aver raggiunto una posizione comparabile può sembrare molto meno come il controllo degli armamenti e molto più come il riconoscimento permanente della superiorità dell’avversario.

    Era successo anche con il nucleare: la Cina ha sempre mostrato scarsa disponibilità a entrare in accordi di riduzione delle armi atomiche con Washington e Mosca mentre il suo arsenale era molto più piccolo.

    Ovviamente viene in mente il paragone con quanto successe durante la corsa agli arsenali di Urss e Usa nel Novecento anche se i tempi, ancora, non tornano.

    L’America arrivò all’atomica nel 1945, Mosca nel 1949. Tocca arrivare all’ottobre del 1962, alla crisi dei missili di Cuba e alla concreta possibilità di una guerra nucleare perché Kennedy e Krusciov accelerassero davvero i meccanismi di riduzione del rischio. Dopo Cuba arrivarono la “hotline” Washington-Mosca e, nel 1963, il Limited Test Ban Treaty, primo di una serie di accordi per il rallentamento della corsa nucleare.

    Il Trattato di non proliferazione fu aperto alla firma nel 1968 ed entrò in vigore nel 1970. Nel 1972 arrivarono Salt I e il trattato Abm. Nel 1987 Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces) eliminò un’intera categoria di missili, e il 1991 fu l’anno di Start I.

    Va ricordato che americani e sovietici non aspettarono di fidarsi l’uno dell’altro per firmare gli accordi. Lo fecero perché non si fidavano e avevano scoperto quanto fosse pericoloso non possedere strumenti per gestire quella sfiducia.

    Ma iniziarono dal poco, non dal massimo. Nel 1963 il grande accordo che avrebbe vietato tutti i test era impossibile da verificare: lasciarono fuori le esplosioni sotterranee e firmarono ciò che potevano controllare.

    Il think tank Brookings suggerisce di non partire da un trattato di controllo degli armamenti. Il dialogo Usa-Cina dovrebbe iniziare come uno scambio tecnico limitato e non negoziale su rischi sui quali gli interessi delle due potenze coincidono: cyberattacchi, uso dell’AI per le armi, affidabilità dei modelli. Chip, export control e accesso ai modelli dovrebbero invece rimanere fuori da quel canale, proprio perché trasformerebbero immediatamente il tavolo sulla sicurezza in un negoziato sulla supremazia tecnologica.

    Per evitare che il vertice produca solo qualche dichiarazione vuota, andrebbero individuati interlocutori stabili nei due governi e uno o due rischi concreti sui quali lavorare. Tra questi, il rischio legato alla biosicurezza e alle minacce cosiddette Cbrne, cioè chimiche, biologiche, radiologiche, nucleari ed esplosive. O anche l’uso dei modelli da parte di attori non statali.

    Un gruppo di esperti americani e cinesi coinvolti nel dialogo tra Brookings e Tsinghua ha presentato proposte esplicitamente ispirate al controllo del rischio nucleare: nessuna decisione autonoma dell’AI nelle catene di comando nucleare, controllo umano significativo sui cyberattacchi più sensibili e una linea diretta tra Washington e Pechino per gli incidenti provocati da sistemi autonomi.

    Pensiamo a uno scenario stile crisi dei missili cubani: un agente AI entra in una rete militare cinese o americana ed esegue un’azione per la quale non era stato programmato. La controparte vede l’intrusione e deve stabilire in pochi minuti se si tratta di un attacco ordinato dal presidente avversario, di un’operazione dell’intelligence, di un attore terzo o di un sistema fuori controllo. In quel momento una hotline vale più di ogni altro strumento.

    C’è già un piccolo precedente. Nel 2024 Joe Biden e Xi concordarono sull’importanza di mantenere il controllo umano sulle decisioni relative alle armi nucleari. La questione ora è trasformare quel principio in procedure operative applicabili a sistemi sempre più autonomi.

    Il problema che resta, e che rende tutto dannatamente più complicato che durante la Guerra Fredda, è la possibilità di verificare.

    Gli accordi strategici potevano contare testate, bombardieri, missili e silos. Satelliti, ispezioni e telemetria rendevano almeno teoricamente osservabile ciò che l’avversario possedeva.

    Con l’AI non è ancora chiaro quale sarebbe l’unità da controllare. Il numero di chip? La potenza di calcolo installata? I gigawatt dei data center? I flop utilizzati per il training? Le capacità ottenute dal modello? Un algoritmo può inoltre essere copiato, modificato, distillato e distribuito in un modo che non ha equivalenti nel mondo dei missili balistici.

    Per questo i grandi accordi che ipotizzano tetti alla capacità computazionale o moratorie sugli addestramenti hanno un bel problema: come dimostrare che l’altro li stia rispettando?

    Peraltro, non è che il sistema di non proliferazione nucleare sia in gran forma: il New Start, ultimo trattato bilaterale che limitava gli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia, è scaduto il 5 febbraio 2026. Era l’ultima cornice giuridicamente vincolante sugli arsenali dei due Paesi che possiedono circa il 90% delle armi nucleari mondiali. Non molto incoraggiante per chi vuole un grande “Start degli algoritmi”.

    E poi c’è Taiwan, che può far saltare qualsiasi tentativo di costruire fiducia sull’AI. Pechino sogna che gli Stati Uniti dicano di “opporsi” all’indipendenza di Taiwan, invece della tradizionale formula secondo la quale Washington “non sostiene” l’indipendenza. Trump ha inoltre definito una possibile vendita di armi a Taipei da circa 14 miliardi di dollari una “negotiating chip”, una carta negoziale.

    Proprio oggi Taiwan ha effettuato per la prima volta esercitazioni congiunte che hanno combinato droni d’attacco con missili antiaerei, antinave e sistemi contro uno sbarco. È difficile immaginare un promemoria più evidente del fatto che, mentre Washington e Pechino discutono di evitare incidenti causati dall’AI, continuano a prepararsi militarmente all’eventualità di una crisi molto più tradizionale.

  • 19:33 - Alzheimer, in Italia oltre 1 milione di persone con demenza: le novità da diagnosi a farmaci

    Roma, 18 set. (Adnkronos Salute) - In Italia, secondo gli ultimi dati dell'Istituto superiore di sanità (Iss), si contano circa 1,2 milioni di persone con demenza nella fascia d'età pari o superiore a 65 anni e circa 24.000 casi di demenza a esordio giovanile. Con specifico riferimento alla malattia di Alzheimer, i pazienti sono stimati in almeno 600mila. Il costo complessivo delle demenze nel nostro Paese è valutato in circa 23 miliardi di euro l'anno, con il 63% dell'onere economico a carico delle famiglie. Sono i dati ricordati dalla Società italiana di neurologia (Sin), in occasione della Giornata mondiale dell'Alzheimer che si celebra il 21 settembre per aumentare la consapevolezza sulla malattia, combattere lo stigma e richiamare l'attenzione sulla necessità di garantire diagnosi, assistenza e cure appropriate.

    La Sin sottolinea come la malattia di Alzheimer sia ancora la causa più frequente di demenza, caratterizzata da una progressiva compromissione della memoria, del linguaggio, dell'orientamento e delle altre funzioni cognitive, fino alla perdita dell'autonomia personale. Il suo impatto non riguarda soltanto il paziente - sottolineano i neurologi - ma coinvolge famiglie, caregiver, servizi sanitari e sistema sociale.

    "L’Alzheimer non è una conseguenza inevitabile dell'invecchiamento, ma una malattia neurodegenerativa complessa che deve essere riconosciuta e affrontata il prima possibile - afferma Mario Zappia, presidente della Sin - Negli ultimi anni abbiamo assistito a un importante avanzamento scientifico. Disponiamo infatti di terapie in grado di intervenire sui meccanismi biologici della malattia e potenzialmente di rallentarne la progressione, aprendo una nuova stagione nella lotta all'Alzheimer. Non si tratta ancora di una cura definitiva, ma di un cambio di paradigma che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile". Per la Sin, "l'arrivo di queste opportunità impone di ripensare l’intero percorso assistenziale della patologia". Non basta disporre di nuovi farmaci: "Affinché queste opportunità possano tradursi in un beneficio concreto, è fondamentale arrivare a una diagnosi precoce - evidenzia Zappia - Dobbiamo riconoscere la malattia nelle sue fasi iniziali, quando i sintomi sono ancora lievi e quando gli interventi hanno maggiori probabilità di essere efficaci. Per questo è necessario rafforzare la rete dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, promuovere l'accesso ai biomarcatori diagnostici e garantire percorsi assistenziali omogenei su tutto il territorio nazionale".

    "Circa la metà dei casi di Alzheimer sono potenzialmente evitabili o ritardabili - rimarca il presidente della Sin - Accanto alla diagnosi e alle nuove terapie, resta quindi centrale la prevenzione. La Commissione permanente di The Lancet ha infatti identificato 14 fattori di rischio modificabili associati alla demenza: basso livello di istruzione, perdita dell’udito, ipertensione, colesterolo Ldl elevato, obesità, fumo, depressione, inattività fisica, diabete, consumo eccessivo di alcol, trauma cranico, inquinamento atmosferico, isolamento sociale e deficit visivo non trattato. La prevenzione deve accompagnare l'intera vita. Controllare pressione, diabete e colesterolo, non fumare, svolgere attività fisica regolare, proteggere udito e vista e mantenere relazioni sociali e stimoli cognitivi significa proteggere anche la salute del cervello. A tali comportamenti si dovrebbe associare una buona qualità del sonno, soprattutto notturno perché è durante questa attività che il cervello rimodula le proprie attività".

    C'è quindi "una rivoluzione silenziosa che sta cambiando il modo di concepire la salute del cervello", osservano i neurologi. Se "fino a pochi anni fa il neurologo interveniva soprattutto quando la malattia si era già manifestata, oggi, grazie ai progressi della ricerca, è possibile rovesciare la storia della patologia. In questo scenario assume un valore strategico l'evoluzione della neurologia, sempre più orientata alla prevenzione, alla diagnosi precoce e alla medicina di precisione. In una fase storica in cui la diagnosi precoce può modificare il decorso di molte patologie neurologiche, diventa perciò centrale anche il ruolo del neurologo", rivendica la Sin. "È a questo specialista che è opportuno rivolgersi quando compaiono sintomi nuovi o non spiegabili, come disturbi della memoria, del linguaggio o del comportamento, evitando di attribuirli automaticamente all'età o alla stanchezza. Un inquadramento tempestivo - concludono gli esperti - consente oggi, in molti casi, di anticipare la diagnosi, iniziare precocemente le terapie e migliorare significativamente la prognosi e la qualità di vita per l'Alzheimer".

  • 18:39 - Milano, progetto Tales racconta in 30 foto la scienza alla città

    Roma, 18 set. (Adnkronos Salute) - Trenta immagini scientifiche, realizzate da giovani ricercatori e frutto del loro lavoro, si trasformano in opere d'arte e, dal 21 al 27 settembre, saranno esposte sui totem digitali di 6 stazioni della metropolitana di Milano (Duomo, San Babila, Centrale, Cadorna, Garibaldi, Porta Genova). Ogni scatto è accompagnato da un QR code per spiegarne il significato. La mostra dinamica è il cuore del progetto 'Tales - The Art of Life Sciences', iniziativa che nasce per promuovere la cultura scientifica e la ricerca, avvicinandole ai cittadini. Il progetto - informa una nota - culmina il 25 settembre con l'evento di premiazione a Palazzo Lombardia, organizzato in collaborazione con Regione Lombardia, in cui saranno annunciate le 3 immagini vincitrici di Tales 2026, selezionate da una giuria. I 3 giovani ricercatori premiati riceveranno un riconoscimento ufficiale davanti alla comunità scientifica istituzionale e industriale lombarda. Tales 2026 è promosso da Bion - Cluster lombardo scienze della vita, con il contributo di Regione Lombardia e il patrocinio del Comune di Milano, e ha visto il coinvolgimento di oltre 30 Università e Centri di ricerca sul territorio regionale. Il progetto è sostenuto da Fondazione Cariplo.

    "Cellule, tessuti, strutture biologiche, dati, modelli e fenomeni invisibili a occhio nudo: le immagini in gara raccontano il lavoro quotidiano di chi fa ricerca e offrono una diversa prospettiva sui processi, sulle tecnologie e sulle scoperte che prendono forma nei laboratori - spiega Gianluca Vago, presidente di Bion – Cluster lombardo scienze della vita e direttore del Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (Dipo) dell'università Statale di Milano - Questo progetto nasce per comunicare la scienza attraverso le sue immagini, con l'obiettivo di creare una relazione tra ricercatori e pubblico in un percorso di scoperta, conoscenza e approfondimento del valore della ricerca. In questo modo, vogliamo avvicinare migliaia di cittadini alla scienza. Il progetto ha riscosso un grande successo, sono state inviate 148 immagini da giovani ricercatori che lavorano nei più importanti centri della Lombardia. I 30 scatti esposti nella mostra sono stati quelli più votati dal pubblico sulla gallery online presente sul sito web di Tales, proprio per la loro capacità di raccontare la scienza e l'innovazione. Queste immagini escono così dai laboratori per entrare nella città di Milano".

    Grazie a Tales 2026, Bion - Cluster lombardo scienze della vita intende "valorizzare il lavoro svolto quotidianamente all'interno di Irccs, università, centri di ricerca e di innovazione, restituire alla collettività il valore delle attività di ricerca e innovazione sviluppate sul territorio e promuovere l'eccellenza lombarda nel settore delle scienze della vita", si legge nella nota. "La scienza diventa arte, senza perdere il proprio rigore, ma trovando nuovi modi di comunicare ciò che scopre e studia - sottolinea Vago - Vogliamo raccontare la ricerca attraverso le immagini e il lavoro dei giovani talenti che stanno plasmando il presente e il futuro della scienza, dell'innovazione e della salute. Tales vuole promuovere la cultura scientifica, per costruire una comunità che sostenga l'accesso delle nuove generazioni alle materie tecnico-scientifiche, a favore di un Paese in grado di innovare, curare e crescere. E prova a farlo anche utilizzando il potere della bellezza".

    Il contest 'The Art of Life Sciences' è stato avviato il 22 luglio con la possibilità, per i ricercatori under 40, di caricare le immagini in una galleria online sulla piattaforma Tales (talesofbion.it). Dal 27 agosto al 7 settembre si è svolta la votazione online da parte del pubblico. Dal 21 al 27 settembre, nell'ambito della Notte europea delle ricercatrici e dei ricercatori, le 30 immagini più votate saranno esposte sui totem digitali di sei stazioni della metropolitana di Milano e il 25 settembre, presso Palazzo Lombardia, è prevista la premiazione di 3 giovani ricercatori. Sul sito talesofbion.it resterà visibile la gallery delle 148 immagini che hanno partecipato al contest.

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