C’è un mondo silenzioso e nascosto di donne (soprattutto) e uomini che non sono vaccinati ma restano invisibili: sono badanti che si occupano dei nostri anziani ma anche colf o babysitter. Stiamo parlando di circa diecimila persone, senza contare il lavoro nero sommerso. A denunciare la situazione di questi invisibili è Nuova Collaborazione, l’associazione nazionale dei “datori di lavoro domestico”, attiva in Italia dal 1969 e membro di “Fidaldo” – la “Confindustria” di questo settore – che ha presentato i risultati di un sondaggio somministrato a 5.320 soci che hanno risposto al questionario in maniera anonima. Un’indagine con un campione sufficientemente rappresentativo dei 920.722 contratti regolari in essere (dati Inps 2021).

Il numero più preoccupante riguarda proprio le persone che, nonostante non abbiano fatto alcuna dose del vaccino, sono rimaste al loro posto: il 42,3% dei datori di lavoro che si sono trovati loro malgrado in situazione di irregolarità ha deciso di mantenere inalterato il rapporto di lavoro pur consapevole di rischi e delle possibili sanzioni. “Sono ancora troppi i casi in cui il collaboratore domestico si rifiuta di vaccinarsi e, talvolta, addirittura di sottoporsi al tampone a proprie spese”, spiega Filippo Breccia Fratadocchi, vice presidente di Nuova Collaborazione, al ilfattoquotidiano.it.

“L’irregolarità – prosegue Breccia Fratadocchi – è concentrata nell’assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti e, neanche a dirlo, nel lavoro nero. Per la maggior parte delle persone anziane l’unica fonte di reddito è rappresentata dalla pensione. Il 25% degli anziani arriva a diecimila euro annui di reddito e la maggior parte a mala pena a ventimila euro, quando la retribuzione netta minima di una badante che svolge mansioni d’assistenza a persona non autosufficiente ammonta a poco meno di tredici mila euro, senza contare contributi, trattamento di fine rapporto, vitto e alloggio. E’ evidente che anche il costo del tampone da effettuare ogni 48 ore rappresenta un problema”.

Il vice presidente si pone un interrogativo: “A prescindere dalla propria condizione economica, come fa una persona non autosufficiente a rinunciare all’assistenza della propria badante? Il paradosso è che ad essere esposti al rischio del contagio sono soprattutto le persone più fragili – anziani e non autosufficienti – soggette, oltretutto, alle sanzioni previste dal decreto entrato in vigore lo scorso 15 ottobre”.

Tornando ai numeri: nei casi in cui il lavoratore non ha provveduto a tampone o vaccini, il 26,9% ha deciso di sospendere il dipendente non adempiente all’obbligo stabilito dal decreto e il 30,8%, pur con rammarico, ha provveduto al licenziamento. La pandemia ha portato anche ad un aumento di disoccupazione in questa categoria perché, nei casi di sospensione o licenziamento, il 46,7% dei datori ha risposto di aver trovato un’altra colf, babysitter, o badante regolarmente provvista di green pass, mentre il 53% ha deciso di rinunciare al lavoratore.

“Le motivazioni possono essere le più diverse – commenta il presidente nazionale Alfredo Savia – ma riflettono una situazione di forte disagio soprattutto sul fronte dell’assistenza alle persone più fragili, anziani non autosufficienti e bambini soprattutto, quando il potere contrattuale del datore di lavoro si riduce per via della condizione di necessità. In tutta Italia ci adopereremo per sensibilizzare e aiutare i soci in queste situazioni. Ma il fenomeno rischia di essere anche più diffuso, considerando che nel nostro Paese si stimano almeno un milione di rapporti di lavoro in nero. Le autorità competenti dovrebbero mettere in atto misure più puntuali e capillari di controllo”.

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