Cosa ci è più utile quando attraversiamo un momento difficile? Le cose fondamentali: gli amici, la famiglia, un lavoro, se si è fortunati ad averlo, una rete di protezione per ricominciare e non lasciarsi andare quando fuori regna il caos. Subito dopo, nella mia esperienza almeno, viene un libro.

È questo il caso di Diario di classe 1941-1944 di Marina Pompei, un libro fresco di stampa che è un romanzo storico ma, soprattutto, un romanzo che ci offre uno strumento pratico per orientarci nella confusione di oggi. È ambientato a Roma nei giorni della Seconda guerra mondiale quando Eugenia, maestra di scuola elementare al primo incarico, viene catapultata per la prima volta in classe. Giovane e inesperta, deve fare tutto, imparare tutto, mentre intorno la guerra irrompe e le bombe squarciano case, scuole e corpi di grandi e piccini.

A che serve tornare a queste storie quando ognuno di noi ha i suoi pesi quotidiani aggravati dalla pandemia? Il romanzo storico ci proietta in un altro tempo in cui è possibile capire meglio, vedere meglio, la confusione in cui siamo immersi oggi. E ci riesce tanto più quanto il punto di vista è semplice: come quello della maestra Eugenia e dei suoi bambini. Oggi come allora la scuola è al centro della storia, cuore calpestato della società che continua a pulsare nonostante tutto.

In questo romanzo si nasconde la fonte da cui scaturisce la forza per andare avanti nei momenti difficili. È questo che lo rende attualissimo perché, allora come oggi, sappiamo bene che il mondo di prima non tornerà più e, a pensarci bene, non era neppure granché.

Nell’aria mi pare esserci un’onda nuova, meno ideologica, per cercare di capire quel che è successo nel secolo scorso e di cui la Seconda guerra mondiale è stata uno spartiacque. Dal film Freaks Out all’ultimo di libro di Andrea Scanzi, tutti mettono in luce il fatto che “Il fascismo di oggi non ha il fez, è più sottile” e più difficile da decifrare. Ma non è un libro sul fascismo quello di Pompei, è un invito a riscoprire la forza delle domande che possono servire a farci strada nel caos. È una domanda, infatti, che guida la protagonista, qualsiasi cosa le succeda intorno: cosa posso fare di utile, qui e ora?

Se ascoltiamo bene è la voce che ci permette di trasformare la paura in quella sacralità della vita quotidiana che è l’unica a farci andare avanti. E che è più forte degli eventi della storia per quanto grandi e schiaccianti possano sembrare. Perché sono proprio quei gesti che diamo per scontato, quei “gesti quotidiani che trasmettono una forza stabile” a costruire la nostra realtà: non le fake news di media e complottisti.

Perché la paura aumenta se ci lasciamo sballottare dalle onde, se ci svegliamo al mattino e per prima cosa accendiamo la tv e internet, che fanno entrare la confusione dentro le nostre case e dentro le nostre teste. C’è un’altra possibilità: attingere alla potenza delle domande. E in questo libro ce n’è una che, letteralmente, può salvarci la vita: cosa posso fare di utile per me e per chi è con me ora, in questo momento?

Se le risposte sono state trovate dalle mille maestre come Eugenia durante la guerra, allora possiamo riuscirci anche noi, oggi. A partire magari proprio da quel che accade ogni giorno in classe con i nostri alunni.

Vale sempre, ma soprattutto quando ci ritroviamo soli. La famiglia, gli amici sono fondamentali ma poi il prossimo passo tocca a noi. E se questo è vero per tutti lo è ancora di più a scuola dove continua a pulsare, nonostante tutto, quella forza che è l’unica che ci sopravvivrà: i più piccoli e la loro vitalità. Oltre le bombe, oltre il Covid-19, oltre tutto quello che sembra soverchiarci, ma passerà.

Quando navighiamo in alto mare avere una bussola è utile, questa è la forza delle domande ai tempi del caos: per navigare i tempi difficili oltre le risposte facili che ci fanno affondare. Questo è il regalo che ci arriva da questo libro. Un regalo da conservare e praticare.

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