Vivere con la costante minaccia della violenza mafiosa.

Vivere lontano da casa propria, senza più l’affetto dei propri cari, in località estranee, con nomi di copertura. Vivere dovendo insegnare ai propri figli a mentire, a dissimulare. Vivere senza più poter fare il lavoro che hai amato. Vivere arrabbiandoti perché non ti scambino per un collaboratore di giustizia. Vivere scontando la diffidenza e l’isolamento se anziché portarti altrove, lo Stato decide di proteggerti a casa tua. Vivere con l’angoscia dei processi che non finiscono mai. Vivere con la paura che i tuoi figli crescendo portino indelebili i segni delle tue scelte o che, peggio, non ne comprendano il valore e te le rinfaccino. Vivere pietendo l’assistenza dello Stato col quale troppo spesso bisogna litigare a suon di carte bollate, mortificando la dignità di persona libera e capace di grandi cose.

Vivere chiedendoti ogni giorno se ne sia valsa la pena.

Le vite dei testimoni di giustizia sono lo specchio di una Repubblica incompiuta, che sul fronte della affermazione della legalità costituzionale e del contrasto a mafie e corruzione ancora deve trovare la quadra. Perché chi sono i testimoni di giustizia? Sono cittadini per bene che avendo subito la violenza mafiosa o avendoci assistito hanno denunciato anziché subire, anziché girarsi dall’altra parte. Ma non basta questo per essere testimoni di giustizia. Il TdG non è un semplice (“semplice” si fa per dire!) denunciante, è un denunciante che in ragione della gravità delle sue accuse si è esposto ad un rischio tale per sé e per la propria famiglia da dover essere protetto in maniera rafforzata dallo Stato o attraverso le speciali misure di protezione o addirittura attraverso il programma speciale di protezione.

In un Paese nel quale va ancora fin troppo di moda l’adagio: “fatti i fatti tuoi che campi cento anni”, la scelta di chi denuncia è già di per sé degna di nota, tanto più se le conseguenze sono così pesanti. La voce dei testimoni di giustizia è la voce dell’Italia che si affida allo Stato: merita di essere ascoltata ed i TdG meritano di essere valorizzati. Avanzo allora due proposte.

In questo periodo Parlamento e governo si stanno occupando di molte norme che hanno a che fare direttamente o indirettamente con la lotta a mafie e corruzione: la riforma del processo penale, dell’ergastolo ostativo, delle informative interdittive, soltanto per citare quelle più dibattute.

Come al solito durante le audizioni fatte dalle Commissioni parlamentari che hanno la titolarità dell’iter legislativo vengono sentiti magistrati, avvocati e docenti universitari, più raramente esponenti di associazioni, credo avrebbe senso ascoltare anche la voce dei testimoni di giustizia, non tanto perché abbiano da esprimere pareri informati sugli aspetti formali delle riforme, ma perché possano trasmettere ai decisori politici le loro esperienze.

Il diritto infatti non si crea in laboratorio, non è una scienza esatta, ha piuttosto a che fare con la mediazione attuale e complicata tra interessi, bisogni, principi costituzionali. Il diritto cristallizza (temporaneamente) aspettative di vita e visioni di società.

Seconda proposta: abbiamo già parlato del super-bando della ministra Carfagna che mette a disposizione ben 250 milioni del Pnrr per la valorizzazione dei beni confiscati alla mafia nelle Regioni del Sud. Molti TdG sono o sono stati imprenditori, perché non attribuire punti in più per coloro che nel rispondere al bando prevedano di coinvolgere nei lavori di ristrutturazione o di successiva gestione queste persone?

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