Non furono Claudio Descalzi e Claudio Granata a organizzare il falso complotto che doveva servire a dimostrare come i vertici di Eni erano stati screditati da alcuni consiglieri indipendenti del gruppo, mentre la procura di Milano li indagava per corruzione internazionale. Lo sostiene lo stesso ufficio inquirente lombardo, che dopo cinque anni ha chiuso l’intricata inchiesta sulla macchinazione fasulla ai dannidel numero uno dell’azienda del cane a sei zampe. La novità dell’avviso di conclusione dell’indagine milanese, notificato dopo tensioni e riflessioni (alla guida della Procura, dopo il pensionamento di Francesco Greco, c’è il facente funzione Riccardo Targetti), sta nei nomi che non compaiano: quelli di Descalzi e Granata, le cui posizioni di indagati sono state stralciate in vista di una probabile archiviazione.

Descalzi, dunque, sarebbe stato beneficiario a sua insaputa della manovre organizzate dall’avvocato Piero Amara. Anzi l’amministratore delegato e Granata, capo del personale di Eni, sono “persone offese” in un’imputazione di calunnia contestata dall’ex legale esterno Eni, al suo collaboratore Giuseppe Calafiore e all’ex manager della compagnia petrolifera Vincenzo Armanna, grande accusatore dei vertici del Cane a sei zampe nel processo sul caso delle presunte tangenti versate in Nigeria (che si è concluso con le assoluzioni degli imputati). Una contestazione che emerge dall’atto firmato dall’aggiunto Laura Pedio e dai pm Stefano Civardi e Monia Di Marco (gli ultimi due da pochi mesi titolari dell’indagine) e che segue proprio la linea che aveva coltivato il pm Paolo Storari, ex titolare del fascicolo che voleva arrestare Amara e Armanna, per le loro presunte calunnie da indagati-imputati inattendibili e che lasciò l’indagine per i contrasti coi vertici. Storari, infatti, ha messo a verbale a Brescia che quei due non potevano essere toccati perché erano utili per il processo sul caso Nigeria. Pedio, invece, è indagata a Brescia anche per le modalità con cui avrebbe gestito le loro posizioni.

Dopo che gli accertamenti sul ‘falso complotto‘ avevano virato alla ricerca di presunte responsabilità dei vertici Eni, ora dall’atto di chiusura risulta, in linea con l’ipotesi iniziale, che della presunta associazione per delinquere avrebbero fatto parte Amara, Armanna, l’ex capo ufficio legale di Eni Massimo Mantovani, l’avvocato Michele Bianco e Vincenzo Larocca, “quali dirigenti dell’Ufficio legale dell’Eni”, e l’ex manager Antonio Vella. Per “commettere – scrivono i pm – più delitti di calunnia, diffamazione, intralcio alla giustizia” e anche “corruzione tra privati“. Il tutto per “inquinare lo svolgimento” dei procedimenti sui casi Algeria e Nigeria, ma pure per “screditare” con le loro ‘manovrè gli allora “consiglieri indipendenti di Eni” Luigi Zingales e Karina Litvack, accusandoli, con le denunce inviate a Trani e Siracusa, di aver ordito un complotto inesistente contro Descalzi. Ma Descalzi, secondo l’ultima ipotesi della procura, non sarebbe stato tra gli organizzatori di questa macchinazione ma solo una vittima. Amara e Armanna sarebbero stati “finanziati” da Vella e Mantovani, tramite “società del gruppo Napag“.

Nel 2019, poi, Amara, Armanna e Calafiore avrebbero detto il falso raccontando “che Granata, su incarico di Descalzi, avrebbe promesso ad Armanna la riassunzione in Eni” e somme per 1,5 milioni all’anno “attraverso la società nigeriana Fenog, affinché” l’ex manager “attenuasse le dichiarazioni accusatorie rese nei confronti dell’ad”. E dall’atto spunta un’altra presunta calunnia di Armanna nei confronti di Descalzi e altri basata su una denuncia che l’ex manager depositò a Roma nel 2020, dove parlava di interventi “sulla mia persona” e presunte false minacce per “farmi desistere dal deporre”. Tra i 17 indagati anche 5 società, tra cui Eni Trading&aShipping spa. In più altri episodi negli atti, come una presunta truffa su una partita di greggio.

Negli ultimi mesi, le indagini su Eni sono diventate terreno di scontro in procura a Milano: da un lato il pm Storari, che consegnò i verbali dell’avvocato Amara sulla ‘loggia Ungheria‘ all’allora componente del Csm Piercamillo Davigo per tutelarsi, a suo dire, dall’inerzia dei vertici ad indagare; e dall’altro l’aggiunto Pedio, l’ormai ex procuratore Greco, l’aggiunto Fabio De Pasquale e l’ex pm Sergio Spadaro, titolari gli ultimi due del caso Eni-Shell/Nigeria finito con 15 assoluzioni. Tutti i magistrati sono finiti indagati a Brescia, dove la Procura ha preso in mano i casi scaturiti dalla consegna di quelle carte a Davigo e dalle denunce dello stesso Storari sulla gestione da parte dei colleghi dei procedimenti legati sul ‘falso complotto’ e sulla supposta corruzione internazionale di Eni in Nigeria. Per Greco i pm di Brescia hanno già chiesto l’archiviazione.

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