di Gianluca Pinto

Nell’Europa del III millennio, come si nota, si è sempre ‘sul pezzo’. Qualche giorno fa, in piena quarta ondata di Covid e nel pieno di una devastante crisi ambientale arrivata al punto di non ritorno, è spuntata con uno straordinario tempismo una proposta di tipo linguistico tesa, con ragionamenti mirabili ed invidiabili per la loro complessità, a garantire il rispetto delle varietà culturali, di religione e di tradizioni presenti nei vari paesi dell’Ue. Si propone, ad esempio, di non dire “Buon Natale”, ma semplicemente “Buone Feste”, per non creare discriminazioni verso chi non crede al ‘Natale’ ad esempio.

Tralasciando il significato di stampo consumistico acquisito da alcune ricorrenze, per cui si dovrebbe fare una riflessione a più ampio raggio, questa acuta intuizione e questa geniale idea di cercare una soluzione alle tensioni sociali (provocate dal modello socio-economico e che si sfogano ove possibile) nella sostituzione di vocaboli ‘forti’ tipo ‘Natale’ con altri meno violenti tipo ‘feste’, oltre ad essere leggermente ipocrite, presentano qualche piccolissima lacuna a livello di analisi materiale della realtà.

Fermo restando che il rispetto reciproco prevedrebbe che ognuno sia libero di esprimere la propria tradizione con parole e concetti – non che ciascuno debba rinunciarci – è chiaro che il linguaggio sia l’espressione del livello culturale e sociale di una collettività e che il linguaggio sia anche azione, non solo comunicazione. Quello che non è assolutamente vero, tuttavia, è che il linguaggio si possa ridurre a vocaboli, né è tantomeno vero che, selezionando alcuni vocaboli, si modifichi sostanzialmente il linguaggio (che è espressione e risultato degli effetti di un modello socioeconomico sulla collettività e sugli individui) e/o il modello sociale che ne è fonte. Non è che mettendo zucchero nella bottiglia dove raccogli l’acqua della fonte (dando per scontato che tutti vogliano bere acqua e zucchero) si addolcisca la sorgente, per intenderci.

Il problema non è di mero ‘vocabolario’, come chiunque è in grado di capire, ma di linguaggio inteso come insieme delle forme di comunicazione (comprese quelle politiche e sociali) costituenti una società. Un linguaggio che dovrebbe nascere da una collettività matura e che parte dall’uguaglianza interna all’Ue in questo caso. Il pensare di risolvere le grandi questioni della nostra epoca contrapponendo un linguaggio edulcorato alla violenza materiale del modello sociale che lascia gran parte dell’umanità in condizioni di totale abbandono è folle e pericoloso. Il soffermarsi su una questione di parole quando la violenza del modello liberista porta automaticamente all’egoismo individuale e di gruppo è una colpa.

È cinico pensare di intervenire sul ‘Buon Natale’ e non sulle delocalizzazione e sulla competizione all’abbassamento del valore del lavoro (e quindi una rincorsa all’erosione dei diritti), anche all’interno dell’Ue stessa tra l’altro, che porta alla disperazione centinaia di migliaia di famiglie. È deplorevole pensare alle parole quando gran parte della popolazione mondiale non ha le risorse per pagare i vaccini e la salute è solo questione di denaro, come le aziende farmaceutiche insegnano. È altamente offensivo per tutti noi, da parte di membri delle Istituzioni, l’assecondare e favorire con atti e leggi una società discriminante gli individui solo sulla base del denaro e proporre di sostituire vocaboli per risolvere gli effetti e le tensioni che tale osceno modello causa.

É questo il vero ruolo che hanno le istituzioni nel III millennio? Occuparsi del vocabolario e del ‘bon ton’ lessicale per una ‘forma’ di linguaggio corretto mentre lasciano l’umanità completamente abbandonata nelle mani del profitto dei più forti e la società nel suo interno diventa sempre più discriminante e violenta verso chi lavora (per generare profitti di altri) e verso chi non ce la fa? Poi ci si lamenta della crescita del sovranismo? Auguri a tutti noi.

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