Una donna magistrato, Marie Derain, è stata nominata dai vescovi francesi alla testa di un organismo nuovo di zecca. Si tratta della Commissione indipendente per l’accompagnamento delle vittime di abuso sessuale nella Chiesa: nel segno di un processo di “riparazione” che vada oltre il dovuto risarcimento economico. Nella prospettiva di una giustizia riparativa la commissione intende anche farsi carico di lavorare per la presa di coscienza e il recupero anche di quanti – minori essi stessi – abbiano preso parte attivamente ai crimini.

Marie Derain, ex vicepresidente degli Scout e delle Guide di Francia, ha alla spalle una lunga esperienza di protezione dei minori nelle istituzioni francesi ed è stata dirigente dell’ufficio per la tutela e la promozione dei diritti dell’infanzia accanto al Difensore dei diritti dei cittadini francese. I vescovi francesi le hanno dato carta bianca, Derain formerà la commissione in piena autonomia. Contemporaneamente anche i superiori degli ordini religiosi francesi hanno deciso di formare una commissione indipendente con gli stessi obiettivi; sarà guidata dal magistrato Antoine Garapon.

La Chiesa di Francia è dunque giunta alla conclusione che in tema di abusi è necessaria un’azione di verifica e di “riparazione” permanente, affidata ad organismi stabili e indipendenti. Proprio nell’attuale sessione autunnale della conferenza episcopale francese è stato sottoposto al dibattito il rapporto della “Commissione Sauvé”, dopo un lavoro di tre anni dedicato a fare luce sugli abusi sessuali commessi all’interno delle istituzioni di Chiesa. Trecentotrentamila sono le vittime stimate dal 1950 ad oggi, tra 2900 e 3200 i preti e religiosi coinvolti, 216mila i minori abusati e molestati da membri del clero, più di centomila da laici inseriti in strutture ecclesiastiche. Si tratta di cifre di stima, risultanti da un sondaggio che ha coinvolto 28mila persone. Interessa la Chiesa cattolica d’Italia quanto avviene tra i cugini d’Oltralpe? Sarebbe bene di sì. Perché la Chiesa cattolica in Italia rispetto a quanto avviene in altre parti d’Europa e dell’Occidente si muove nelle retroguardie.

Già nel 2018 la gerarchia cattolica in Germania ha pubblicato un rapporto, frutto di una inchiesta nazionale affidata a tre équipe universitarie indipendenti. La ricerca ha evidenziato che dal 1946 al 2014 ben 3677 minori erano stati abusati ad opera di 1670 chierici, ma che al tempo stesso in molte diocesi era stata distrutta o dispersa la documentazione degli atti criminali. Anche la Chiesa cattolica polacca ha pubblicato un suo rapporto sugli anni dal 1958 al 2020, documentando la responsabilità di 292 tra sacerdoti e religiosi. Per il periodo dal 1958 al 2017 sono registrate 299 segnalazioni di abusi, mentre per il solo triennio 2018-2020, come riferisce Avvenire, si sono registrate ben 368 denunce relative a vittime maschili e femminili in numero pressoché pari. Ricerche del genere sono state attuate anche in Olanda, Australia, Irlanda e Stati Uniti.

In Italia è sconosciuta la pubblicazione di simili rapporti da parte della conferenza episcopale. Meno che mai la Cei ha pensato di incaricare una commissione indipendente di svolgere una ricerca approfondita sull’ampiezza del fenomeno degli abusi nelle diocesi italiane. Predomina la paura di aprire gli armadi della vergogna. Credere che al di là delle Alpi si respiri un’aria più impura e che nel giardino italiano spirino brezze di particolare santità è semplicemente ridicolo.

L’episcopato italiano si è mosso solo tardivamente e controvoglia ad affrontare la questione. Quando già nel 2010 Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici irlandesi denunciava che per un malinteso senso di difesa dell’istituzione i vescovi avevano preferito non ascoltare il grido delle vittime di abusi e conseguentemente invitava le conferenze episcopali di tutto il mondo a dotarsi di procedure precise ed efficaci per affrontare la questione, la Cei redasse linee guida talmente evanescenti che dovette intervenire il Vaticano per strutturarle minimamente.

In quegli anni la Cei si rifiutò di assumere una responsabilità diretta nel trattare il fenomeno, lasciando che se la vedessero unicamente le singole diocesi e il Vaticano. Il motto del defunto vescovo Alessandro Maggiolini di Como (siamo nel 2008, quando esplose uno scandalo nella sua diocesi) era “Non sono lo 007 dei preti, le indagini le devono fare altri”. Per lungo tempo ha costituito l’inconscio filo conduttore dell’atteggiamento di molti vescovi, che per paura hanno voltato la testa dall’altra parte o hanno insabbiato con il pretesto di non volere “dare scandalo” ai fedeli. Soltanto sotto la guida del cardinale Gualtiero Bassetti, eletto presidente della Cei nel maggio 2017, la Chiesa italiana ha iniziato a strutturare in ogni regione un Servizio di protezione minori. In occasione della giornata di preghiera, istituita dalla Cei per solidarizzare con i sopravvissuti degli abusi, il vescovo di Ravenna mons. Lorenzo Ghizzoni (responsabile del Servizio nazionale di tutela dei minori) ha sottolineato in una intervista a Vatican News che in ogni comunità ecclesiale vanno respinti comportamenti superficiali di irresponsabilità, di “non vigilanza e quindi di complicità con coloro che poi commettono gli abusi”. Parole giustissime.

Gli esempi che vengono dalla Francia e da altri episcopati cattolici richiedono ora alla Cei un deciso salto di qualità. Dare il via anche in Italia ad una inchiesta nazionale. Indipendente. Va detto peraltro che la classe politica italiana, a differenza di altri paesi, si guarda dal pungolare su questo tema la gerarchia ecclesiastica. Quelli che agitano il rosario o proclamano il loro orgoglio di maternità e cristianità sono stranamente disinteressati al tema. Ed egualmente gli esponenti di altro colore. Tutti mutangheri, come direbbe il commissario Montalbano.

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