di Carmelo Sant’Angelo

Riecheggiano, nelle cronache giornalistiche, presunte febbrili trattative dell’entourage berlusconiano per persuadere una trentina di parlamentari ad issare Sua Emittenza al Colle più alto. Già in passato il Nostro ha dato prova di saper tenere in vita governi traballanti “convincendo” alla sua causa persino esponenti dipietristi. In questo caso la partita è diversa, ma non dimentichiamo l’ammonizione del compianto professor Cordero: “Sarebbe un errore tuttavia credere che i suoi coups de théatres siano dominati dall’istinto. Bisogna sempre guardare che cosa bolle nella pentola dell’Egoarca. L’uomo è lucidissimo”.

Da siciliano, inoltre, ho buone ragioni per non sorprendermi di un eventuale trionfo berlusconiano. Nel lontano 70 a.C., i siciliani, infatti, si costituirono parte civile nel processo contro Verre, pretore nell’isola per tre anni, autore di innumerevoli malefatte.
Verre fu l’inventore dell’editto “ad personam” e della difesa fuori dal processo. Gli editti e i decreti da lui emanati, infatti, non entravano in vigore erga omnes, ma servivano solo a chi li comprava, per cui venivano emanati su richiesta in cambio di denaro.
La difesa di Verre fu affidata al principe del Foro Romano Quinto Ortensio Ortalo, mentre i Siciliani si affidarono a Marco Tullio Cicerone, che fu per qualche tempo questore a Marsala.

Per difendersi “dal” processo la difesa di Verre tentò dapprima di farlo slittare oltre l’autunno del 70, in modo da poter contare su giudici di nuova nomina e più facilmente influenzabili; poi, tentò di ostacolare l’elezione di Cicerone come avvocato dell’accusa cercando di corrompere gli elettori. Entrambi i tentativi andarono a vuoto: Cicerone venne eletto e riuscì a far iscrivere a ruolo la causa prima dell’interruzione estiva, evitando così che fossero gli amici dell’eccellente imputato a giudicarlo.

Il processo partì e durante il dibattimento Cicerone affermò:

Nel denaro Gaio Verre ha sempre riposto la sua forza, le sue certezze. Il denaro è la sua unica arma vincente. Per questo ha sempre cercato di accumulare una quantità immensa: per avere sempre e comunque la facoltà di comprare chiunque si frapponesse ai suoi disegni criminali. […] ha tentato di comprare persino la data del suo processo: se ci fosse riuscito tutto il resto avrebbe potuto acquistare con maggiore facilità. Una sentenza per lui è solo una questione di denaro! […] La smodata cupidigia di quest’uomo avidissimo, che gli ha procurato una smisurata ricchezza, sarà dunque servita a garantirgli l’immunità? Voi sapete che non c’è santità che il denaro non riesca a violare, non c’è fortezza che non possa espugnare. Se le enormi ricchezze accumulate dall’imputato dovessero infrangere la coscienza e l’imparzialità dei giudici, ciò vorrà dire non soltanto che Gaio Verre potrà continuare a farla franca, ma anche – cosa assai più grave – che saranno vanificate per sempre le speranze di chi guarda a questo processo per vedere finalmente riaffermata la legalità nelle nostre aule di giustizia”.

Tra i numerosi capi d’imputazione a carico di Verre vi era anche il mercato delle cariche pubbliche. Ogni anno, a Cefalù, si svolgeva, in un mese prestabilito, l’elezione del Sommo Sacerdote. Ambiva a quella carica un uomo molto ricco, Artèmone, che aveva tintinnanti argomenti per riscuotere il favore di Verre. A concorrere per la stessa carica mirava anche Erodono, figura più illustre e autorevole dell’avversario. Verre, per eliminare lo scomodo concorrente, escogitò un piano di “opera fina”.

I Siciliani, come gli altri Greci, periodicamente sopprimevano dal calendario uno o più giorni per armonizzare le stagioni al corso degli astri. Verre, approfittando del fatto che Erodono si trovava a Roma, ordinò d’emblée la soppressione di un intero mese e mezzo. Quando Erodono fece ritorno, scoprì che era arrivato troppo tardi per avanzare la sua candidatura.

Non pensate che anche Berlusconi stia tentando di sopprimere i giorni peggiori della sua era politica?

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