Il Viminale, che ha tracciato i casi fino al 21 novembre, ne conta una ogni tre giorni. In media ogni 72 ore una donna viene uccisa: da inizio 2021 le vittime accertate sono 109. Fra queste, 93 omicidi sono avvenuti in ambito familiare, 63 per mano del partner/ex partner. L’emergenza c’è, eppure i fondi per contrastare la violenza di genere continuano a essere manchevoli, o distribuiti poco e male. Lo dice, per il secondo anno di fila, il report ActionAid Cronaca di un’occasione mancata. È un problema con radici lontane e riflessi attuali. Dall’entrata in vigore della legge 119 del 2013, che ha posto le basi per l’attuale sistema di contrasto ai crimini di genere, il Dipartimento per le pari opportunità ha destinato solo il 14% del totale (186,5 milioni) alla realizzazione di interventi di prevenzione. In tutto 25,8 milioni, di cui 19 per prevenzione primaria – realizzazione di programmi educativi nelle scuole e di azioni di sensibilizzazione rivolte all’intera popolazione. E in tempi più recenti non va meglio: il Piano nazionale antiviolenza per il periodo 2021 -2023 e successivo al triennio precedente, scrive ActionAid, “non è accompagnato da un piano operativo che rende chiare e verificabili le azioni da realizzare e in che tempi”. I Cav, i centri antiviolenza, patiscono finanziamenti che risultano troppo magri, non tanto per quantità, ma per i ritmi: partono e arrivano tardi. Sono serviti in media 7 mesi per trasferire le risorse dal Dipartimento Pari Opportunità alle Regioni, che, ad oggi, risultano aver erogato solo il 2% dei fondi complessivi e solo in due regioni, la Liguria e l’Umbria. Soldi che però sono disciplinati proprio dalla legge 119/2013, che prevede un finanziamento annuale di almeno 10 milioni per queste strutture. Isabella Orfano e Rossella Silvestre, ricercatrici e autrici del report, si pongono una domanda chiara: “Perché questi soldi non vengono ripartiti quando si sa già che esistono?” E intanto, secondo la D.i.re – Donne in rete contro la violenza, solo il 27% delle vittime denuncia. Le vittime in realtà sono di più. Solo che non si vedono.

IN PANDEMIA – L’emergenza sanitaria ha determinato esigenze ulteriori rispetto a quelle già esistenti. Ad aprile 2020 Governo e Parlamento, con la Commissione dedicata ai femminicidi, ha cercato di intervenire per aiutare i Cav e le Case Rifugio. ActionAid ricostruisce i percorsi di soldi e destinatari. Era aprile 2020. Oltre ai 10 milioni relativi ai fondi 2019 già in bilancio e sbloccati con la procedura accelerata, il decreto legge Cura Italia ne ha stanziati altri 3 per le spese straordinarie delle Case rifugio, ma solo l’1% è stato liquidato. Poco dopo, il 29 aprile, è stato emanato un bando d’emergenza: 5,5 milioni di euro. La cifra, spiegano i ricercatori, ha permesso di erogare contributi verso 142 enti gestori. Molti però non sono riusciti a beneficiarne a causa della richiesta di una garanzia, pari all’80% dell’importo, che alcune strutture non sono riuscite a chiedere alle banche. A maggio è stato infine varato il Reddito di Libertà per sostenere le donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza: 400 euro mensili per un massimo di 12 mesi. La misura è diventata però operativa solo nel novembre 2021 con la circolare dell’Inps che ne regola il funzionamento. È aperta a tutte le donne residenti nel territorio italiano che siano cittadine italiane o comunitarie oppure, in caso di cittadine di Stato extracomunitario, in possesso di regolare permesso di soggiorno. “Incoraggiare l’autonomia economica di chi vuole scappare da contesti di violenza è fondamentale”, commenta Orfano. “Ma anche questa è una misura che va ripensata di anno in anno e al momento non è perciò strutturale”.

RITARDI BUROCRAZIAAl 15 ottobre 2021, le Regioni hanno erogato il 74% dei fondi nazionali antiviolenza delle annualità 2015-2016, il 71% per il 2017, il 67% per il 2018, il 56% per il 2019. Ma solo il 2% per l’annualità 2020. Nessuna risorsa è ancora stata trasferita dal Dipartimento Pari Opportunità per il 2021. Rispetto a quanto stabilito dalla legge 119 2013, cioè l’obbligo di destinare almeno 10 milioni all’anno per i Centri Antiviolenza e le Case rifugio a partire dal 2015, solo dal 2017 c’è stato un cambiamento, con un aumento di risorse che ha portato a stanziare 20 milioni nel 2019 e 19 milioni di euro nel 2020. Sono, secondo ActionAid, segnali positivi che tuttavia non rispecchiano una velocizzazione delle tempistiche e un alleggerimento delle vie burocratiche.

PNRR – “Nella prima versione del Pnrr si faceva riferimento alla violenza maschile nei confronti delle donne come una delle principali cause di disuguaglianza di genere”, prosegue Rossella Silvestre. “Erano state fatte proposte di intervento, poi scomparse nelle stesure successive”. Inoltre: “Al momento nel Piano c’è solo la possibilità, per le vittime, di beneficiare di co-housing sociale. Ma le iniziative sulle altre sfere, dalla prevenzione, all’inserimento lavorativo fino all’autonomia abitativa, sono sparite”. Un’occasione persa, dicono le ricercatrici: “Parliamo di miliardi. È davvero possibile che non si sia pensato a strutturare i finanziamenti per il sistema nazionale anti violenza, che è da sempre carente?”, spiega Isabella Orfano. Anche perché, precisa, “C’è bisogno di fondi ora, nell’immediato”. Nella manovra di Bilancio al momento in discussione si sta intanto discutendo su come rendere strutturali i fondi per il sistema antiviolenza.

VITTIME – Nel corso del 2020 le donne accolte dai centri anti violenza D.i. Re – Donne in rete contro la violenza – sono state oltre 20mila. La maggioranza di quelle che si rivolgono ai Cav hanno un’età compresa tra i 30 e i 49 anni (54,7%). Soprattutto italiane: solo il 26% sono straniere. Una donna su tre è a reddito zero (32,9%) e meno del 40% può contare su un reddito sicuro. La violenza più frequente è quella psicologica, subìta dalla grande maggioranza delle donne (77,3%), seguita da quella fisica (60,3%). Almeno 1 donna su 3 (33,4%) subisce violenza economica, mentre la violenza sessuale (15,3%) e lo stalking (14,9%) sono esercitate in un numero di casi più basso. Le violenze fisiche o sessuali spesso si accompagnano a violenze psicologiche o di carattere economico. Il 56,1% delle donne accolte nei centri non hanno alcun tipo di disagio e/o dipendenza. Quanto ai numeri specifici delle strutture, secondo l’Istat quelli segnalati dalle Regioni nel 2018 erano 302, pari a 0,05 centri per 10mila abitanti, valore stabile rispetto al 2017. Di questi, 30 hanno iniziato la loro attività nel 2018. La loro attività sul territorio nazionale è – tra l’altro – sottolineata dalla Convenzione di Istanbul, del 2011. Prevede che gli stati aderenti predispongano “servizi specializzati di supporto immediato, nel breve e lungo periodo, per ogni vittima di un qualsiasi atto di violenza che rientra nel campo di applicazione” della Convenzione. L’Intesa Stato, Regioni e Province Autonome siglata in Italia nel 2014 stabilisce che i Centri antiviolenza sono “strutture in cui sono accolte – a titolo gratuito – le donne di tutte le età – e i loro figli minorenni -vittime di violenza, indipendentemente dal luogo di residenza”.

La fondazione del Fatto quotidiano, insieme alla onlus Trama di Terre finanzia borse di autonomia per sostenere donne sopravvissute alla violenza. Visita il sito è scopri come aiutarci: (clicca qui)

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