Una fornitura di mascherine provenienti dalla Cina, nei primi tempi della pandemia, e finite in Friuli Venezia Giulia, hanno portato non solo al rinvio a giudizio di un imprenditore libanese, ma anche al riaccendersi delle polemiche dopo i dossier che lo scorso anno il Movimento 5 stelle aveva raccolto sulla gestione degli interventi anti-Covid da parte della Regione. Nella primavera 2020, un contratto sottoscritto con la Protezione civile friulana prevedeva la consegna di un milione di mascherine chirurgiche e di 100mila Kn95 (si tratta di mascherine filtranti facciali come le Ffp2, ma di certificazione cinese), per un valore di 640mila euro. Le mascherine chirurgiche avevano un prezzo di 0,45 euro l’una, mentre poche settimane prima la Regione le aveva pagate solo 3 centesimi.

Ci sarà un processo per frode in pubbliche forniture e immissione sul mercato di mascherine chirurgiche non conformi agli standard tecnici. Sul banco degli imputati finirà Ali Mansour, 45 anni, legale rappresentante della società a responsabilità limitata “Mds international” di Trieste, una società di servizi d’internazionalizzazione d’impresa che aveva vinto l’appalto, con la procedura dell’affidamento diretto. La società era finita nel mirino della guardia di Finanza (anche in Puglia) per i dubbi sulla regolarità dei dispositivi distribuiti. Nell’aprile 2020 alla Protezione Civile di Palmanova erano state consegnate circa 60mila mascherine, dei due tipi, che poi erano state sequestrate. Per questo la Regione Friuli Venezia Giulia si è costituita parte civile nel procedimento.

Il rinvio a giudizio è stato deciso dal gup Carlotta Silva. Il pubblico ministero Elisa Calligaris sostiene che le mascherine riportavano un marchio Ce non regolare per mancanza di dichiarazione di conformità Ce (per gli apparati chirurgici) o Ue (per i Dpi). La difesa (avvocato Giulio Di Bacco) sostiene, invece, che a prescindere dalla marchiatura, la merce fosse di buona qualità, come attestato da alcune verifiche effettuate durante le indagini preliminari. Il capitolo giudiziario innesca però anche una polemica politica. A denunciare i sospetti su forniture pubbliche di mascherine erano stati i consiglieri regionali del Movimento 5 stelle, che ora scrivono: “Chiederemo ulteriormente conto all’assessore regionale Riccardo Riccardi (che è anche vicepresidente della Regione, ndr) delle dichiarazioni rilasciate in questo anno e mezzo di pandemia, che lasciavano sempre intendere che i sequestri di mascherine non conformi avvenuti in Friuli Venezia Giulia riguardassero sempre e solo strumenti ricevuti dalla struttura commissariale nazionale”.

Mds, invece, aveva vinto l’appalto regionale che porterà al processo penale. “Fin dall’inizio della pandemia – affermano i consiglieri M5S – abbiamo chiesto conto all’assessore con numerose interrogazioni in merito alla conformità delle mascherine fornite alle nostre strutture sanitarie e alla popolazione. Solo poche settimane fa è stata accettata la nostra richiesta che impegna la Regione a effettuare controlli efficaci sui materiali che vengono consegnati ai nostri operatori. In precedenza, in tutte le risposte l’assessore Riccardi ha sempre lasciato intendere che il materiale posto sotto sequestro riguardasse solo i beni consegnati dal Governo e validati dal Comitato tecnico scientifico”. La prima notizia di un’inchiesta in Puglia su Mds risale al marzo 2020. In quel periodo la Regione Friuli Venezia Giulia lamentava la difficoltà a reperire mascherine per proteggere gli operatori sanitari e la popolazione.

Il 2 aprile la Guardia di Finanza aveva effettuato numerose perquisizioni in tutta Italia, arrivando alla società triestina di importazione, che due settimane prima aveva ricevuto l’incarico per fornire un milione 100mila mascherine. I 5 stelle avevano interrogato la giunta regionale per chiedere spiegazioni sull’origine e la regolarità delle forniture, citando anche un articolo de Ilfattoquotidiano.it. Poi avevano preparato un dossier, mentre la Regione si limitava a confermare che di aver comperato l’87% dei dispositivi utilizzati. Cristian Sergo, del M5s, aveva quantificato in 13 milioni le mascherine acquistate in Friuli, comparando prezzi ed origine, e aveva rivelato che solo 4 milioni erano arrivate dal ministero della Salute.

Adesso ricostruisce: “A gennaio la giunta regionale aveva rassicurato tutti sulla conformità delle mascherine utilizzate accertata dal Comitato Tecnico Scientifico. Poi però l’Azienda Sanitaria ne aveva ritirato dai reparti un numero indefinito e così abbiamo presentato un’ulteriore interrogazione. L’assessore Riccardi rassicurava come le mascherine oggetto di non conformità provenissero tutte dalla gestione Commissariale di Arcuri”. Una risposta analoga si era avuta con una seconda interrogazione del consigliere regionale Mauro Capozzella (M5s) che chiedeva di chi fosse la responsabilità dei controlli dei dispositivi consegnati ai nostri operatori sanitari. “L’evidenza di questi aspetti non dipende da acquisti dall’azienda regionale di coordinamento. Tutte le partite in discussione riguardano strumenti ricevuti dalla struttura commissariale, quindi dalla gestione nazionale”. Quella risposta è ora contraddetta da un capo d’accusa e da un processo.

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