Questo è il millesimo post che scrivo per il mio blog sulla pagina web del Fatto quotidiano. Il primo lo scrissi quasi undici anni fa, era il 4 febbraio 2011 ed ero appena reduce dalla Tunisia dove era appena avvenuta la rivoluzione dei gelsomini. Ero arrivato il giorno dopo la cacciata di Ben Ali che era partito su di un jet diretto in Arabia Saudita, dove sarebbe morto otto anni e mezzo dopo in esilio, e riepilogai le mie esperienze nel post.

Quasi undici anni sono passati e non può certo dirsi che il mondo sia divenuto migliore. L’altro mondo possibile che avevamo invocato a Genova dieci anni prima, scontrandoci colla repressione sanguinosa targata Berlusconi e Fini che aveva ucciso Carlo Giuliani e ferito e torturato decine di altri, si è nel frattempo allontanato a velocità vertiginosa.

Il panorama internazionale tuttavia si presenta in modo alquanto articolato, presentando alcuni aspetti positivi e altri decisamente negativi. Dalla Palestina al Sahara Occidentale, dal Kurdistan alla Catalogna prosegue la lotta dei popoli per la loro autodeterminazione la quale secondo il diritto internazionale può assumere forme e modalità differenti, come ricordo in un mio recente libro. In America Latina si registrano i prodromi di una nuova ondata progressista e rivoluzionaria, dal Cile al Brasile, dalla Colombia al Perù, mentre i baluardi popolari di Cuba, Venezuela e Nicaragua resistono ad attacchi e sanzioni statunitensi od europee. Il Medio Oriente è più che mai terra di satrapi che hanno instaurato regimi oppressivi che si giovano delle pesanti complicità dell’Occidente. Più in generale la situazione appare contrassegnata dalla fine irreversibile dell’egemonia degli Stati Uniti, esemplificata dalla disastrosa sconfitta afghana. Siamo decisamente dentro una nuova fase della storia delle relazioni internazionali caratterizzata da un assetto pienamente multipolare e policentrico che offre anche talune opportunità.

I problemi globali dei quali soffre l’intera umanità si presentano tuttavia in forma sempre più acuta. Cambiamento climatico, pandemie, acutizzazione delle disuguaglianze incombono sul nostro futuro e sulle prossime generazioni senza che, come drammaticamente dimostrato dalla COP26 in corso a Glasgow, la comunità internazionale riesca a mettere in campo strategie efficaci per contrastare questi fenomeni perniciosi. Egoismi nazionali si combinano al riguardo col ruolo delle imprese private e in particolare della finanza che, inseguendo i loro obiettivi di corto termine che consistono nella moltiplicazione dei profitti monetari, agiscono come un vero e proprio cancro che mina la funzionalità del sistema e la produzione degli anticorpi e delle soluzioni necessari ed urgenti.

L’obiettivo della solidarietà fra gli Stati, i popoli e gli individui sarebbe più che mai necessario per raggiungere l’indispensabile coesione planetaria, ma è anch’esso in fase di tramonto, come dimostrato dalle tragiche vicende dei migranti abbandonati in balia degli elementi, che si tratti dei flutti marini, di inospitali deserti o di desolate lande dove crepano di freddo. Ciò dimostra un netto peggioramento della qualità degli esseri umani che a volte, specie ricoprendo posizioni di potere o aspirando a ricoprirle, dimenticano di esserlo, il che costituisce di per sé un ulteriore sintomo nefasto. Nel quadro internazionale tratteggiato l’Europa difficilmente riesce ad essere qualcosa di più di un’espressione geografica, se non nel senso deleterio dell’ulteriore aggravamento delle spinte neoliberiste.

Venendo al nostro oscuro borgo di provincia registriamo lo scadimento senza fine della classe politica divisa tra demagoghi irresponsabili, loschi affaristi, bulletti arroganti e babbei che si proclamano più o meno di sinistra. Tutti costoro, o quasi, si stringono attorno al deus ex machina Draghi di cui si implora il dominio assoluto da tutti i seggi occupabili, anche contemporaneamente. La situazione di chi per portare avanti il Paese lavora in condizioni sempre peggiori e lasciandoci a volte la vita immolata sull’altare del profitto, continua a degenerare, mentre i sindacati tradizionali ancora tergiversano e non si decidono a proclamare lo sciopero generale. La vera sinistra potrebbe avere di fronte a sé vaste praterie ma purtroppo pare ancora lungi dal capire che a tale fine è indispensabile costruire l’unità tra i molteplici soggetti interessati.

Insomma se grande è la confusione sotto il sole la situazione non è affatto eccellente ma la storia, contrariamente ai vaticini frettolosamente formulati una trentina di anni fa da Fukuyama e dai suoi fans, non è affatto finita ma potrebbe ancora riservarci delle sorprese e forse anche prima del previsto. Continuiamo quindi ad analizzare la situazione concretamente esistente col pessimismo dell’intelligenza e a progettare iniziative coll’ottimismo della volontà.

Per finire, mi sembra doveroso ringraziare il Fatto quotidiano che mi ha sempre permesso la libera espressione delle mie idee anche se a volte divergevano dalle sue, confermando così la sua natura innegabile di voce e spazio democratico, strumento irrinunciabile di un’informazione libera della quale abbiamo sempre più bisogno, in Italia come altrove.

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A ringraziare Fabio Marcelli siamo noi della redazione de ilfattoquotidiano.it. Per anni ha seguito con passione e attenzione le vicende geopolitiche, con un occhio particolare al contesto sudamericano. Malgrado le differenze, la sua partecipazione è stata per noi sempre preziosa come lo è quella di tutti coloro che, con competenza, arricchiscono lo spazio di libertà dei blog sul nostro sito. Auguriamo a Marcelli di scrivere altri mille e più post con lo stesso entusiasmo degli inizi. [redazione web]

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