Le grandi opere pubbliche in Italia, si sa, hanno i loro tempi e sono lunghi. A Roma ci sono voluti sette anni per arrivare alla vigilia di una convenzione per lo stadio della società di calcio As Roma. E, alla fine, la convenzione non è stata mai firmata. Nel luglio scorso l’Assemblea capitolina, infatti, ha revocato l’interesse pubblico sul progetto a Tor di Valle. “Voltiamo pagina. Ora guardiamo al futuro. Lo stadio della Roma voglio che sia realizzato”, disse l’ex sindaca del M5s, Virginia Raggi, al tempo, dopo il via libera dell’Aula Giulio Cesare arrivato con grande fatica. L’atto fu votato in seconda convocazione, con un numero legale più basso quindi, da soli 13 consiglieri del M5s e da 3 del centrosinistra.

In realtà voltar pagina per il Campidoglio non è semplice. La promessa fatta, agli elettori e ai tifosi, dai candidati sindaco tutti in campagna elettorale ora rischia di ritorcersi contro il nuovo inquilino di Palazzo Senatorio. Com’era prevedibile le imprese coinvolte hanno presentato ricorso al Tar contro la delibera. E i ricorsi, a fronte di quanto stabilisce il codice degli appalti, rischiano di bloccare se non per sempre, almeno per i prossimi dieci anni, il progetto.

I RICORSI – Il 27 ottobre scorso, Eurnova (della famiglia Parnasi, impresa che avrebbe dovuto costruire lo stadio) e Cpi Tor di Valle (del ceco Radovan Vitek titolare dei terreni) hanno presentato due differenti ricorsi al Tar del Lazio: entrambi contro Roma Capitale. L’ammontare dei danni, sommando quanto è stato già investito e quanto avrebbe fatto guadagnare l’operazione alle due imprese, ammonta quasi a 300 milioni di euro. Eurnova lamenta perdite totali per circa 32,5 milioni; Cpi per oltre 260,2 milioni di euro. I giudici del Tar non si sono ancora espressi e anche quando lo faranno è prevedibile che si avvii un procedimento in tribunale: per ora, sul fronte economico l’ente comunale può star tranquillo. Quello che dovrebbe preoccupare Roberto Gualtieri invece è il coinvolgimento del club giallorosso nelle aule di tribunale, che metterebbe il Comune di Roma nelle condizioni di non poter aprire una nuova trattativa con i Friedkin, gli attuali proprietari del club sportivo.

IL CODICE DEGLI APPALTI – “Contenziosi inerenti a ricorsi come quelli che sono stati presentati da Eurnova e Cpi nelle aule di tribunale possono durare anche un decennio”, spiega Giuseppe Ciaglia, avvocato amministrativista, esperto in urbanistica. “Inoltre – prosegue Ciaglia – il decreto 50 del 2016, così come modificato nel 2017 (codice degli appalti, ndr) di fatto indica una inopportunità per il soggetto pubblico ad avviare una trattativa con un privato che si sia già dimostrato inaffidabile nei confronti dell’ente”. In parole meno tecniche: fino a quando non si chiude il contenzioso Comune di Roma e As Roma è inopportuno che si siedano di nuovo a un tavolo per trattare. Probabilmente è questo il motivo per cui l’unico incontro, dopo il via libera alla delibera di revoca, tra l’ex sindaca Raggi e i Friedkin è andato in scena in gran segreto all’ambasciata statunitense, e non a Palazzo Senatorio. Era il 20 settembre, mancavano pochi giorni al primo turno elettorale, e sul confronto trapelò quasi nulla: “Incontro conoscitivo”.

All’articolo 80 comma 5 del codice degli appalti sono indicati i motivi per cui un operatore economico può essere escluso da un contratto. “Tuttavia è prassi delle pubbliche amministrazioni, e degli uffici che si occupano di urbanistica, anche in sede di convenzione, fare le stesse verifiche che vengono fatte per gli appalti sui soggetti contraenti” quindi “il comma vale anche in questo caso, dando per buono che l’As Roma, come gli altri soggetti, debba firmare la convenzione se si deve realizzare uno stadio nella Capitale”, chiarisce l’avvocato Ciaglia.

Il comma 5, alla lettera C, esclude dai contratti pubblici “i soggetti nei cui confronti la stazione appaltante dimostri che l’operatore economico si è reso colpevole di gravi illeciti professionali da rendere dubbia la sua integrità o affidabilità”. “Il testo – spiega l’avvocato – si riferisce all’ipotesi in cui si è affidato un appalto e la società non lo ha correttamente eseguito, e quanto avvenuto sullo stadio potrebbe far sorgere seri dubbi sull’affidabilità dell’As Roma che pur in presenza di una intesa, mai annullata, ha fatto un passo indietro sul progetto”. A onor del vero l’intesa a cui si fa riferimento aveva tra le clausole la decadenza in caso di revoca del progetto da parte del Comune di Roma: scenario che si è palesato per volontà del Campidoglio, e che più che il club giallorosso ora mette con le spalle al muro il nuovo sindaco e la sua squadra di governo.

Alla lettera C ter, dello stesso comma 5, inoltre altro motivo di esclusione è quello che riguarda “l’operatore economico che abbia dimostrato persistenti carenze nell’esecuzione di un precedente contratto di appalto, che ne hanno causato la risoluzione per inadempimento ovvero la condanna a risarcimento del danno o altre sanzioni comparabili”. “È chiaro che se il Comune di Roma, come nell’eventualità prevista nella delibera di luglio, avviasse una richiesta risarcitoria nei confronti della ‘compagine del proponente’ a quel punto non potrebbe trattare con l’As Roma, o quantomeno sarebbe inopportuno”, precisa Ciaglia. Nella delibera di revoca il Campidoglio, infatti, tra le altre cose afferma di “non ritenere sussistenti condizioni per il riconoscimento di indennità a favore dei privati” poiché “la revoca disposta è conseguenza di fatto imputabile alla compagine del proponente”. E la compagine è quella costituita da As Roma e dai costruttori.

Insomma, un bel grattacapo per il nuovo sindaco che, all’alba della consiliatura, oltre a problemi decennali della città, come i rifiuti e i trasporti, deve trovare anche una via d’uscita per accontentare i tifosi giallorossi, a cui uno stadio lo ha promesso. Pur nella consapevolezza che quasi sicuramente, a meno che non si aprano scenari a oggi imprevisti, la prima pietra non sarà posata entro la fine del mandato.

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