Abbattere e ricostruire. Ecco il nuovo mantra delle politiche abitative pubbliche a Milano. Così le case popolari obsolete vanno buttate giù e ricostruite da zero. La promessa? Che saranno migliori di prima sotto il profilo energetico, ambientale e della sicurezza all’interno di quartieri ricchi di attività sociali e interconnessioni. È quanto sta avvenendo nello storico quartiere di Giambellino-Lorenteggio con un piano che procede a rilento dal 2016 in avanti. In tanti, anche fra addetti ai lavori e architetti, parlano dello stesso “modello” come eventualità per San Siro (in relazione anche al “progetto Stadio” di Milan e Inter), seppur come spunto di dibattito e non come piano strutturato. Gli abitanti del Corvetto temono – alcuni di loro, mentre altri ci sperano – che lo stesso avvenga nel quartiere sud est della città, che nel 2026 sarà la cerniera fra i distretti olimpici di Porta Romana e di Santa Giulia, dove il Comune di Milano ha spostato uffici e 1.500 unità di personale nell’ultimo anno per realizzare la “città diffusa”.

Sulla carta un piano perfetto. Nei dettagli però si nascondono incognite e rischi: quante case popolari vengono ricostruite dopo l’abbattimento? La promessa è di un saldo zero: tante prima, quante dopo. Ma è più facile a dirsi che a farsi: gli accessi agli atti a Regione Lombardia, che tramite Aler controlla il patrimonio di edilizia residenziale pubblica oggetto dell’intervento “Progetto di sviluppo urbano sostenibile nel Comune di Milano – Quartiere Lorenteggio”, per ora hanno portato a un nulla di fatto. I progetti non ci sono o non sono definitivi o non devono essere ancora resi pubblici. C’è il Masterplan di cinque anni fa; c’è l’Accordo di Programma del 2016 fra Comune, Aler e Regione continuamente modificato e integrato, prima nel 2019 e poi a settembre 2021. Da lì si può ripartire per capire qualcosa. Il cronoprogramma è tutto da aggiornare a maggio 2022. Gli interventi edilizi sono previsti sugli edifici di via Lorenteggio 181 (video), 179, via Manzano 4, via Segneri 3 e via Giambellino 150/angolo via Segneri dove nascerà il cosiddetto “Hub dell’innovazione inclusiva” da 1,5 milioni di euro pescati direttamente dal bilancio del Comune di Milano. In totale si tratta di 50 milioni mediati dalla società in house di Regione Lombardia Infrastrutture Lombarde spa. Fondi quasi interamente attinti (45 milioni) dal “Programma Operativo Regionale a valere sul Fondo Europeo di Sviluppo Regionale” (Por Fesr).

Tra le voci d’importo più ridotto invece 3,1 milioni vanno all’intervento sulla scuola comunale dell’infanzia di via dei Narcisi 1 mentre Aler Milano dovrebbe mettere 100mila euro per “opere di messa in sicurezza degli immobili Erp al termine delle operazioni di mobilità dei nuclei famigliari”, cioè lo spostamento delle persone dai condomini che vanno abbattuti – uno dei nodi più critici dell’intero programma d’intervento.

L’altro? Sarà paradossale ma è proprio la “definizione” di casa popolare. E quindi di quante ne vanno ricostruite al termine del piano. Perché se nell’accezione comune della parola una casa popolare è semplicemente un alloggio di patrimonio pubblico affittato a canone sociale basso o bassissimo, la realtà a Milano è ormai molto più complicata. Negli indirizzi oggetto della riqualificazione ci sono gli appartamenti sfitti (20mila in tutta l’area metropolitana); ci sono i cosiddetti “sotto-soglia” che non hanno le caratteristiche per essere assegnati alle famiglie in graduatoria e non è chiaro come vengano conteggiati. Ci sono gli spazi sì dati in affitto ma alle cooperative sociali e ad enti del terzo settore, che svolgono un ruolo importante sul territorio ma non strettamente legato alle esigenze abitative. Nei condomini ci sono quelli di proprietà delle persone che nel tempo li hanno riscattati e ora è prevista una permuta. Altri che Aler affitta ma non a canone sociale, anche per darsi maggiore solidità finanziaria e flussi di cassa necessari a finanziarie il “buco” della piramide bassa.

E infine ci sono gli abusivi. Storia che viene da lontano. Ma che al Giambellino ha conosciuto il suo momento di conflitto più esasperante dell’ultimo decennio sotto la Madonnina. Nell’autunno 2014 parte un piano di sgomberi coatti di massa in diversi quartieri di Milano, che incontra l’opposizione durissima delle persone coinvolte e si risolve – o meglio: non si risolve – in settimane di scontri accesi. Da quel momento l’amministrazione pubblica e le forze dell’ordine coordinate dalla Prefettura di Milano cambiano strategia: basta sgomberi a tappeto a favore di interventi piccoli e mirati nel corso del tempo. Più efficaci dal loro punto di vista. Nel quinquennio 2016-2021 la prima giunta guidata da Beppe Sala vanta di aver recuperato 3mila alloggi con tanto di “contatore” pubblicato sul sito di Palazzo Marino – senza però assegnarli agli inquilini regolari: le assegnazioni sono circa 800-1.500 all’anno fra cui i passaggi da un alloggio all’altro – fra occupanti abusivi e appartamenti vuoti da ristrutturare.

Nello stesso arco di tempo al Lorenteggio si struttura un movimento guidato da esponenti anarchici, della sinistra antagonista e centri sociali che si oppone a questa politica con i picchetti, le occupazioni e mettendo in campo attività nel quartiere. Una decina di loro finiscono indagati per associazione a delinquere dalla Procura di Milano, e altri 70 per reati meno gravi, nell’ambito dell’operazione “Domus Libera” ribattezzata “Robin Hood” dai giornali. È una maxi inchiesta, anche se manca il movente del “lucro” diranno i magistrati: per il Gip che conferma gli arresti la finalità è quella di acquisire consenso politico nel quartiere creando una sorta di anti-Stato condizionato da una “visione anarchica secondo cui sarebbe giusto sottrarre gli immobili sfitti al controllo dell’amministrazione comunale, per riassegnarli, a soddisfacimento di una sorta di diritto alla casa”.

Solo l’informativa dei Carabinieri che mette nel mirino gli esponenti del movimento conta 635 pagine, a cui vanno sommati 1.258 allegati (fotografie, documenti) e 17 faldoni di intercettazioni che ricostruiscono due anni di storia del gruppo. È la prima volta che si contesta un reato di tale gravità a Milano per comportamenti legati alle occupazioni abusive di case, spiega in conferenza stampa il 13 dicembre 2018 il capo dell’antiterrorismo di corso di Porta Vittoria, il pm Alberto Nobili. Il processo è attualmente in corso e il 25 novembre 2021 si finisce con i teste della Procura per partire con l’esame degli imputati e testimoni della difesa. In primavera 2022 si potrebbe andare a sentenza di primo grado. Comunque prima della riqualificazione del Giambellino.

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