A soli quattro giorni dalla fine del vertice Cop26 in cui Joe Biden ha promesso che gli Usa “guideranno con l’esempio” la lotta contro i cambiamenti climatici, la sua amministrazione ha lanciato la più grande asta di licenze per le trivellazioni di gas e petrolio nel Golfo del Messico. L’area interessata è grande due volte la Florida. Lo rendono noto alcuni media tra cui The Guardian. Il quotidiano britannico dà anche conto dell’ira degli ambientalisti e sottolineando che si tratta di un netto ripudio della promessa di Biden di sospendere nuove trivellazioni nelle acque e nei territori pubblici. Una volta assegnate le licenze serviranno anni prima che gli impianti di estrazione vengano costruiti ed entrino in funzione. Significa che le piattaforme inizieranno a pompare greggio dopo il 2030.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha recentemente avvertito che gli investimenti in combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) dovrebbero azzerarsi immediatamente per raggiungere l’obiettivo di contenere entro gli 1,5 gradi l’aumento della temperatura media globale. Uno degli aspetti più criticate del documento finale emerso dalla conferenza di Glasgow è la sua genericità e la mancanza di obiettivi fissati per singoli paesi. Una scelta che avrebbe reso verificabile il rispetto degli impegni assunti dai governi.

Sotto le acque del golfo del Messico giacciono riserve di petrolio stimate in 28 miliardi di barili. Da qui proviene il 15% della produzione petrolifera degli Stati Uniti. L’area interessata dalla nuove licenze ospita riserve per 1,1 miliardi di barili. Le piattaforme si concentrano soprattutto al largo delle coste di Texas e Louisiana. Nell’aprile 2010 si verificò uno dei più grandi disastri ambientali di sempre. Anche a causa di carenza di manutenzione e la piattaforma di perforazione profonde “Deep Horizon”, indirettamente riconducibile a British Petroleum, prese fuoco dopo un test di estrazione su un pozzo. Ne seguì la fuoriuscita di greggio in mare più estesa della storia che durò fino a luglio 2010.

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