di Francesco Filippucci (fonte: lavoce.info)

Garanzia giovani e reddito di cittadinanza stentano a essere efficaci nel migliorare le prospettive occupazionali dei giovani in Italia. La Francia ha scelto un modello diverso dal nostro. Può essere d’esempio per ridisegnare le due misure.

Garanzia giovani e reddito di cittadinanza: buone intenzioni, risultati dubbi

Garanzia giovani e reddito di cittadinanza rappresentano capitoli ambigui nelle politiche sociali e per il lavoro in Italia. Sulla prima misura, le intenzioni erano da far brillare gli occhi: promuovere l’occupazione giovanile, supplire alla farraginosità della transizione scuola-lavoro nel nostro paese, evitare che i più svantaggiati finiscano in una trappola di disoccupazione e precarietà. Finanziata dall’Europa (e rifinanziata da Next Generation EU), il piano europeo lasciò agli Stati la possibilità di definire la propria versione del programma. Complice il fallimento del referendum 2016, che ha lasciato problematicamente alle regioni le competenze in materia di politiche attive, la Garanzia giovani italiana è rimasta uno “spezzatino” con misure diverse in varie regioni.

Come è andata? Ancora oggi non lo sappiamo con certezza, ma gli indizi disponibili non sono incoraggianti. Nel 2016 si aprì un dibattito su lavoce.info, con pochi dati disponibili. Oggi, si può trovare una valutazione controfattuale nell’ultimo capitolo di questo rapporto del 2019 e in questo recente articolo.

Nel frattempo, il grande protagonista del dibattito sulle politiche sociali è stato il reddito di cittadinanza, che si propone di tenere insieme lotta alla povertà e reinserimento lavorativo. Tra i giovani della fascia 18-25 anni, il 9 per cento è in un nucleo beneficiario, una popolazione ad alto rischio di sotto-impiego. Più della metà dei percettori tra i 18 e i 30 anni sono donne, l’89 per cento non studia e il 72 per cento rischia di diventare Neet. Finora, la parte di politiche attive del Rdc è rimasta embrionale, con circa un quinto dei soggetti tenuti che avvia un piano per il reimpiego. Inoltre, poiché fino a 25 anni i giovani sono considerati parte del nucleo familiare Isee, nel 2019 solamente il 3 per cento di loro richiedeva il Rdc in maniera autonoma. A un’età relativamente matura, percepire il reddito di cittadinanza tramite la famiglia non è d’aiuto a fare un salto verso l’indipendenza.

Cosa imparare dalla Francia

In Francia, il reddito di cittadinanza (Rsa) copre solo chi ha più di 25 anni o i minori di 25 anni con figli. Ai minori di 25 anni è dedicato uno strumento separato, la Garantie Jeunes. Pur se attuato da centri per l’impiego locali, lo strumento ha un programma standardizzato. Garantie Jeunes comincia con sei settimane di formazione in piccoli gruppi, incentrata sui metodi di ricerca di lavoro. Successivamente, i giovani sono seguiti per un anno da un counseling bisettimanale, che oltre a supportare il giovane e monitorarne la ricerca, può offrirgli piccole esperienze di “immersione” in azienda. Durante tutto l’anno, il giovane riceve un’indennità equivalente al reddito minimo, cumulabile in parte con i redditi da lavoro.

In un recente paper, mi sono occupato di valutare in maniera controfattuale la Garantie Jeunes. È stato possibile grazie al fatto che il ministero francese rende disponibili ai ricercatori i propri dati, e che il programma è stato adottato in maniera graduale. Ho quindi potuto paragonare i risultati dei giovani iscritti ai centri per l’impiego dove il programma era già stato introdotto a quelli dove il programma non era ancora disponibile. I grafici sotto mostrano la percentuale dei giovani iscritti ai centri per l’impiego che partecipano al programma dopo la sua introduzione – crescente nel tempo – e l’effetto della possibilità di partecipare al programma sul tasso di impiego dei giovani iscritti ai centri per l’impiego.

Figura 1 – Percentuale di giovani iscritti ai centri per l’impiego che aderiscono a Garantie Jeunes (first stage) e effetto sul sul tasso di impiego (intention to treat) rispetto al numero di trimestri dall’esposizione dei giovani al programma. Intervalli di confidenza al 95 per cento in grigio. Le linee verticali scandiscono il primo anno di esposizione (quando i primi giovani entrano nel programma) e il secondo (quando i primi giovani escono dal programma).

Il risultato più rilevante è che il tasso di impiego nei centri che adottano il programma sale di circa 1,6 punti percentuali dopo un anno dall’esposizione. Dato che, dopo un anno di esposizione, il 6 per cento circa dei giovani iscritti ha partecipato al programma, questo equivale a un aumento della probabilità di impiego per i partecipanti di 26 punti percentuali, circa il 50 per cento del controfattuale. L’aumento si verifica solo dopo che i giovani hanno smesso di ricevere l’indennità, suggerendo un possibile ruolo disincentivante di quest’ultima, benché i nuovi contratti siano per lo più precari.

Dalla valutazione abbiamo imparato anche alcune lezioni utili per migliorare la misura. Sembra infatti che i giovani tendano a trovare meno impiego quando sono troppo impegnati nella formazione, mentre tendono a non accettare i lavori part-time non cumulabili con l’indennità.

Il governo francese ha annunciato che il dispositivo sarà esteso a tutti i giovani con reddito al di sotto del minimo (in precedenza, i centri per l’impiego selezionavano solamente i giovani più in difficoltà e motivati). Cambierà nome e verrà denominato “Contratto di impegno per i giovani”, e sarà possibile accompagnarlo ad altri sostegni, come il reddito minimo e l’assegno di disoccupazione.

Nuove politiche attive del lavoro: partire dai giovani

Visti i limiti della Garanzia giovani italiana e del reddito di cittadinanza per i giovani, si potrebbe pensare di concentrare su di loro gli sforzi di costituzione delle politiche attive del lavoro. Significherebbe ri-prioritarizzare le attività dei centri per l’impiego sui giovani e ri-disegnarle, sull’esempio francese, con un “Patto per il lavoro” ad hoc. Le attività richieste dal patto dovrebbero focalizzarsi, sempre sull’esempio francese, su assistenza e monitoraggio della ricerca di lavoro, eliminando la componente di sussidio occupazionale, distorsiva e per cui sono più adeguati altri strumenti. Meglio ancora sarebbe offrire al contempo ai giovani un modo di accedere loro stessi a un sostegno al reddito – temporaneo, ma cumulabile con le opportunità di lavoro – per evitare che siano costretti a rimanere attaccati alla famiglia dalle regole Isee per il Rdc.

Di certo, uno strumento del genere richiederebbe di toccare alcuni aspetti ad alta sensibilità politica, dal Rdc alle competenze regionali sulle politiche attive. Ma è stato proprio il governo a riconoscere come, nei rinvii della politica, siano stati i giovani a rimetterci per anni.

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