Mohamed Ihattaren ha disputato la sua ultima partita ufficiale il 24 aprile 2021, rilevando Mario Götze per gli ultimi sette minuti di gioco di Psv Eindhoven-Groningen. Qualche mese dopo questo classe 2002, considerato pressoché all’unanimità dagli addetti ai lavori il talento più grande dei millennials olandesi, ha lasciato la Sampdoria, dove era arrivato a fine agosto in prestito dalla Juventus, scomparendo nel nulla. Nell’era dell’iperconnessione, Ihattaren ha creato un cortocircuito mediatico nel quale i giornalisti italiani chiedevano alle proprie fonti olandesi notizie sul giocatore e gli olandesi, a loro volta, contattavano altri colleghi italiani. Gli unici segnali, brevi e intermittenti, arrivavano dal suo account Instagram: la foto di un paio di sneakers, oppure un cuoricino in risposta a chi gli chiedeva se andasse tutto bene. A 19 anni, sembra che Ihattaren non abbia più voglia di giocare a calcio. Se lasciasse il professionismo (condizionale d’obbligo visto che il giocatore si sta attualmente allenando con un preparatore personale, Jordy Best della BPS – BestPersonalSportskills), sarebbe una delle più grandi sconfitte dell’attuale mondo pallonaro.

Nelle convocazioni di Louis van Gaal per le ultime due partite di qualificazione al Mondiale 2022, figurano nella rosa dell’Olanda il classe 2002 Ryan Gravenberch e il 2003 Devyne Rensch. Un coetaneo di Ihattaren e un connazionale di un anno più giovane. Assieme al primo, Ihattaren vinse l’Europeo under 17 del 2018 in Inghilterra e, pur giocando un anno sotto età, lo fece da protagonista assoluto, mettendo in mostra una qualità, una personalità ma anche una naturalezza nella sua proposta calcistica tali da innescare una contesa tra due noti marchi sportivi per assicurarsene l’ingresso nella propria scuderia. Un osservatore presente sugli spalti scrisse nel proprio report che il ragazzo, aldilà di capacità tecniche pienamente visibili, possedeva la postura del grande giocatore.

Il secondo flash della parte ascendente della carriera di Ihattaren è arrivato in una partita piuttosto insignificante di Eredivisie che, il 7 dicembre 2019, vide il Psv battere 5-0 il Fortuna Sittard. L’allora 17enne pretese e ottenne di battere il rigore del 4-0. Aveva da poco perso il padre, ucciso da un tumore, e il gesto colpì gli addetti ai lavori per la determinazione con la quale Ihattaren sembrava intenzionato a combattere una situazione devastante sfruttando ciò che sapeva fare meglio: giocare a calcio. A livello statistico, soffiò a Ronald Koeman il primato di più giovane rigorista di sempre del campionato olandese (17 anni e 298 giorni contro i 17 anni e 325 giorni di “Rambo”). Poco dopo lo stesso Koeman, all’epoca c.t. dell’Olanda, posò accanto a lui mostrando la maglia arancione della nazionale. Prenditi il tempo che vuoi, era il messaggio, questa è già tua. La foto è stata l’inizio del declino. In quei mesi, Ihattaren ha iniziato a costruire attorno a sé un muro di pinkfloydiana memoria che, mattone dopo mattone, lo ha condotto all’attuale condizione di incomunicabilità. Una situazione acuita da un sistema calcio incapace di aiutare un talento purissimo a salvarsi da sé stesso e da una condizione, famigliare e personale, difficile. E ciò è accaduto perché questo sistema non è strutturato per affrontare tali situazioni.

Il contesto famigliare degli Ihattaren, per quanto raccontato da persone a esso vicine, non è mai stato facile. Il padre agiva da collante, tenendo assieme tutti i pezzi con mano ferma. Dopo la sua scomparsa, si è disgregato tutto. Nei mesi successivi sono arrivati pandemia e lockdown, da cui Ihattaren è uscito con qualche chilo di troppo, ritrovandosi al Psv un nuovo allenatore, Roger Schmidt, molto meno malleabile di Mark van Bommel nei confronti di chi ha la tendenza a uscire dai binari. Alla fine è stato lo stesso Psv a gettare la spugna e, pur di levarsi di torno il miglior prodotto uscito dal proprio vivaio negli ultimi anni, ha accettato di cederlo alla Juventus per 1.9 milioni di euro (più bonus per un massimo di 2 milioni). Una cifra clamorosamente bassa per il potenziale del ragazzo, ma indicativa di quanto deteriorata fosse la situazione. La Serie A, poi, non è certo il campionato più adatto ai giovani emergenti. Questione di mentalità del nostro calcio, ma anche di oggettive difficoltà di ambientamento per teenagers alla prima esperienza all’estero, da soli, in un paese nuovo.

Anni fa Robin van Persie, nato e cresciuto nel Feyenoord, fu ceduto per esasperazione all’Arsenal senza avere ancora completato il suo processo di maturazione in Eredivisie. Difficile da gestire, anche a causa di una situazione famigliare complessa (ma priva del trauma che ha colpito gli Ihattaren), Van Persie era diventato un problema più grande del suo pur immenso talento. A Londra ha trovato Arsene Wenger, uomo di calcio e di cultura che è riuscito a cambiargli la vita, portandolo alla maturazione calcistica e umana. Il caso Ihattaren ha ricordato quello del giovane Van Persie, con la differenza che lui il suo Wenger non lo ha mai trovato. Ma un Wenger è difficile da trovare soprattutto perché sono pochi i club che concedono a un allenatore di essere un Wenger. Van Bommel, il tecnico che è stato più vicino a Ihattaren, a un certo punto ha dovuto lottare per la sua panchina perché il Psv aveva cominciato ad andare male e mezzo spogliatoio gli si era rivoltato contro. Roberto D’Aversa, già di per sé un tecnico non propriamente definibile come valorizzatore di giovani, ha bisogno di risultati immediati per tenere a galla la Sampdoria e, di conseguenza, mantenere il proprio lavoro. A pochi è concesso il lusso di fermarsi e pazientare, provare a comprendere, aspettare e pazientare ancora.

Raggiunto nel Principato di Monaco da un giornalista del settimanale Voetbal International, l’agente del giocatore Mino Raiola, con il quale Ihattaren sembra aver tagliato i ponti, ha dichiarato di avergli sconsigliato di lasciare l’Olanda per un campionato più grande. La vicenda suona strana. Si sta parlando del procuratore che portò Ouasim Bouy dall’Ajax alla Juve senza che il giocatore ebbe disputato un solo minuto nella prima squadra ajacide. Che forzò la cessione di Ricardo Kishna dall’Ajax di De Boer alla Lazio quando il proprio assistito non aveva nemmeno sei mesi di esperienza da titolare ad Amsterdam. Che recentemente è stato bacchettato dal collegio arbitrale della Federcalcio olandese per il caso Micky van de Ven, che avrebbe voluto trasferire dal Volendam al Wolfsburg per una cifra stabilita da lui e non dal club, minacciando in caso contrario la rescissione del contratto (decretata non attuabile dalla Federazione). Possibile che solo per Ihattaren si sia fatto degli scrupoli? E’ ovvio che il trasferimento alla Juventus, uno dei club per filosofia meno adatti a un giovane in cerca di valorizzazione (soprattutto nel clima di restaurazione dell’Allegri bis), sia stato uno scambio di favori, ma quanto ciò fosse utile a Ihattaren è tutto da dimostrare.

Quando Ihattaren è scappato da Genova, su Bobo Tv Antonio Cassano ha spezzato una lancia a suo favore. “Non si trova bene a Genova e pare voglia cambiare campionato. Io ho chiesto come stesse fisicamente, mi hanno detto che era super imballato per quanto ha fatto. Ha fatto bene ad andarsene”. Va dato atto a Cassano di essere un personaggio schietto e genuino, nel senso che parla senza secondi fini. Non vuole fare l’opinionista e non ambisce a entrare in un determinato giro. Tuttavia le sue parole sono proprio ciò che Ihattaren non ha bisogno di sentire. Un giocatore definito da uno psicologo, affiancatogli per breve tempo dal Psv, “estremamente narcisista”, non necessita incoraggiamenti a non integrare il proprio talento con una necessaria disciplina. Sportiva, alimentare, comportamentale. Nel mondo di Ihattaren – tornando al giudizio dello psicologo – ciò che un giorno è nero, il giorno successivo è bianco. Confini talmente netti da portarlo fino al rifiuto di ciò che per molti è stata l’unica ancora di salvezza. Il calcio ha salvato ragazzi dalla droga, dalla criminalità, dalla miseria. Storie come quella del suo connazionale Memphis Depay riassunta nel suo tatuaggio, dreamchaser, cacciatore di sogni. E il sogno di Mohamed Ihattaren non può essere quello di venire inghiottito dall’oblio di una vita ordinaria.

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